Interviste
09 Aprile 2022

Stenio Solinas: la corrida, il calcio, la vita

La giovinezza è uno stato dell'anima, e dello sport.

Vagamondo, scrittore, giornalista; per approfondire la carriera di Stenio Solinas, rimandiamo a fonti più esaustive: qui si vuole raccontare il privilegio di essere ricevuti, e poter raccogliere memorie, impressioni e insegnamenti. Gli argomenti? Corrida, calcio, letteratura, Storia e vita, temi che si confondono l’un l’altro, come ben sa chi è pratico di quest’ultima. Si dice che raramente guardi negli occhi, per una forma di orgogliosa timidezza. Difficile ricordare, l’emozione dell’inesperienza tira brutti scherzi. L’aroma del Nostrano del Brenta, un Casanova tenuto tra le dita, quello sì che rimane nelle narici; per fortuna dell’intervistatore, al primo ne seguirà un secondo. Sul tavolo, il telefonino rigorosamente predigitale squilla e vibra varie volte, fino alla spegnimento definitivo: «Tanto sono tutti rompic…» l’ospite si sente eletto per il tempo dedicatogli e, allo stesso, ripensa alle volte in cui ha vestito i panni del chiamante..

Una delle citazioni predilette da Solinas è “Uno di noi”, che Joseph Conrad fa rivolgere a Lord Jim, uno di quei personaggi in grado di mantenere integri l’essere, le idee e l’onore nella sconfitta; un orientamento esistenziale, sportivo e non. Sperando di non offenderlo, anche noi potremmo dedicargliela con fierezza, sentendogli parlare del calcio come “educazione alla vita”.

Il padrone di casa su una sedia dà le spalle ad una finestra, che illumina due librerie a muro; dal pavimento al soffitto sono più di cinque metri, i libri sembrano sorreggere il palazzo. Tra di essi, ne estrarrà uno per mostrarlo all’ospite, accomodatosi sul divano dirimpetto. È un volume che raccoglie disegni e bozzetti dalla mano di Henry de Montherlant, i profili neri e crudi dell’uomo e del toro che si fronteggiano, l’essenzialità del rito della corrida.

Innanzitutto, che cosa la spinse da giovane ad avvicinarsi alla corrida?

È stata una spinta innanzitutto letteraria, dato che, come molti della mia generazione, ho subito il fascino di Hemingway; in particolare “Morte nel pomeriggio” può essere considerato il testo sacro che mi ha avvicinato alla corrida. Inoltre c’era una curiosità relativa ad un mondo che, in Italia, si conosceva soprattutto tramite i rotocalchi illustrati, che raccontavano un universo popolato da personaggi come Dominguìn ed El Cordobès, belle donne come Ava Gardner..

Oltre a Hemingway, c’era anche Max David con il suo “Volapiè”, libro degli anni ’50, successivamente ampliato, che trovai in una libreria di Roma che oggi non c’è più, Remainders; qui si trovavano volumi usciti anche qualche anno prima, a prezzo di occasione, offrendo ad un ragazzo la possibilità di trovare qualche rarità. Erano tempi in cui le librerie non cambiavamo i libri dall’oggi al domani..Per concludere posso dire che Hemingway, David e poi Jean Cau con “Toro” fecero nascere in me la scintilla della passione. L’aspetto rituale e mitologico rimaneva per lo più marginale: mi colpiva ciò che poteva fare un uomo con una semplice stoffa, di fronte alla potenza primigenia del toro. Proprio Cau esalta la capacità del torero di creare un’opera d’arte in movimento, una fantasmagoria dal vivo, che deve rimanere tragedia; la messa a morte di un animale, con rischio da parte del sacerdote che officia il rito.



La prima esperienza diretta con la corrida è stata negli anni ’70, in occasione dei miei primi viaggi in Spagna, quando ancora si andava a vedere la corrida come da noi si andava al cinema, e si aveva la percezione di entrare a fare parte di una coralità; lo spettacolo si celebrava anche sulle tribune, dove si mangiava, beveva, chiacchierava, insultava ed esaltava. La corrida va ben oltre il mero intrattenimento.

Oggi mi rimane questa passione, sebbene per un italiano sia difficile andare oltre un determinato livello di comprensione, per un fenomeno che è essenzialmente spagnolo. Così, quando ho l’occasione, cerco ancora di seguire corride e toreri per cui ne valga la pena. Mi spiego: bisogna considerare che la corrida di oggi si avvicina sempre più ad un fenomeno para-turistico. Limitare la virulenza del toro, per salvaguardare quanto più possibile l’incolumità del torero, porta a corride inguardabili. Bisogna aggiungere che, personalmente, cerco di vivere gli interessi evitando che questi scadano nell’ossessione; diciamo che rimango un appassionato dilettante.

Ha citato Hemingway, David e Cau, una schiera di aficionados a cui potremmo aggiungere anche Montherlant..

Sicuramente anche Montherlant è stato importante in questo senso. Negli anni ’80 trovai un libro, un unicum della sua produzione, in cui rivelava il suo talento nascosto di disegnatore: in questo volume ci sono soprattutto carboncini e bozzetti in cui ritrae la carnalità e spiritualità del torero. Inoltre, nel romanzo “Les Bestiaires” (“I gladiatori”, tradotto alla buona), si rifà al concetto di corrida come sacrificio rituale, allo stesso tempo affiancando questo significato all’educazione sentimentale del protagonista; un ragazzo bene francese che, entrando in contatto con questo mondo, impara a misurare il coraggio ed il valore, senza trascurare il fatto che a volte è meglio cedere alla paura. Questo libro di disegni mi ha dato l’occasione di conoscere il Montherlant “vitalista” degli anni ’30, ben diverso dall’autore cupo e disperato che si conosceva in quegli anni in Italia.

Tornando invece a Max David, egli ammonisce noi Italiani: se da un lato siamo, tra gli Europei, il popolo che apprezza maggiormente la corrida, per via di un’affinità caratteriale con gli Spagnoli, dall’altro, pecchiamo esagerando nell’entusiasmo, considerandola uno sport e violandone la sacralità.

David ha perfettamente ragione e si arriva all’accesso cinico di chi va alla corrida per vedere incornato il torero; se si deve andare alla corrida come ad una partita di calcio, è meglio andare direttamente alla stadio. Esiste anche il cotè animalista e pietistico, per cui l’animale è messo sullo stesso piano dell’uomo; un discorso che non porta da nessuna parte: i tori sono tori da combattimento, allevati proprio per questo. Chi accetta volentieri questo tipo di confronto è Matteo Nucci, autore de’ “Il toro non sbaglia mai”, che ha approfondito l’allevamento degli animali, il loro trattamento e l’aspetto economico che si cela dietro alla corrida. Insomma, sicuramente si possono cercare risposte logiche relative alla campagna animalista. Affrontando questi temi però, mi rendo conto che sia facile urtare delle sensibilità, allora preferisco fermarmi qui.

Malaparte vedeva nel duello Coppi e Bartali il mutamento dell’Italia tra pre e post Seconda Guerra Mondiale, invece lei ha raccontato nel confronto tra Manolete e El Jordi, l’avvicendarsi tra tradizione e modernità in Spagna. Che cosa racconta la corrida della Spagna di oggi?

Credo che la Spagna odierna abbia molte difficoltà a conciliare un’idea di modernità con un sentimento ancestrale, legato ad una realtà ormai scomparsa. Bisogna considerare che Manolete diviene una celebrità del mondo taurino, proprio nel periodo più cupo per la Spagna: c’è stata la Guerra Civile ed inizia il lungo embargo verso l’Europa, in cui si combatterà la Seconda Guerra Mondiale. Il torero diviene allora la paradossale incarnazione di una certa Spagna dell’epoca. In seguito alla decadenza del franchismo, conclusasi con la morte del dittatore, inizia il desarrollo econòmico ed il Paese comincia a correre: negli anni ’80, dall’alto di una democrazia parlamentare, noi Italiani non potevamo più guardare agli Spagnoli come fratelli minori e sfortunati; per altro, dimenticandoci che, per secoli, la Spagna era stata una potenza dominatrice sul nostro territorio.

Una delle cose che mi colpì maggiormente nel mio primo viaggio spagnolo fu l’altissimo numero di mutilati e mendicanti nei centri delle città, da Siviglia e Salamanca; vent’anni dopo si sarebbe rimasti sconvolti dalla capacità del Paese di modernizzarsi. La modernizzazione è stata accompagnata dalla politicizzazione di diverse situazioni: la campagna anti-taurina portata avanti dalla Catalogna era squisitamente ideologica, uno strumento per opporsi al centralismo di Madrid, al Castigliano come lingua ufficiale. La corrida era considerata la prosecuzione di un dominio avverso.

Oggi, il dibattito attorno al tema non si è ancora placato, ma noto che, a livello culturale, personalità decisamente diverse sono accomunate da questa passione. Penso a Savater, filosofo e pensatore che potremmo definire progressista, che firma le petizioni che promuovono la corrida come patrimonio dell’umanità, proprio come Pérez-Reverte, scrittore di idee opposte; non è allora sempre così facile individuare gli schieramenti. A questa situazione si accompagna anche una sensibile decadenza nelle figure dei toreri stessi. Sicuramente una corrida di José Tomás merita sempre di essere vista, ma il numero di quelli in grado di rappresentare un’epoca è davvero limitato.

José Tomás, ultimo interprete di un toreare antico.

Possiamo dire che, per quanto la corrida accusi i colpi della modernità, almeno rispetto al calcio, non sia stata ancora completamente assorbita dalla Società dello spettacolo?

Certo, il calcio è diventato uno spettacolo prettamente televisivo, con una quantità maggiore di partite disputate, ma un numero sempre più esiguo di tifosi che vanno allo stadio. Chiaro che lo strapotere mediatico e pubblicitario rischi di rompere il giocattolo. Se quello che una volta era lo sfogo domenicale oggi è servito a domicilio, ecco che perde il suo valore.

Nei suoi scritti, come “Compagni di solitudine” e “L’onda del tempo”, si notano riferimenti al calcio, che emerge come una passione ormai affievolitasi. In effetti ne’ “Le Olimpiadi come la vita: l’importante non è partecipare”, si scopre un’autentica confessione, di cui (colpevolmente) ci si può sorprendere pensando alla Sua caratura. Cosa può raccontare del Solinas calciatore?

Il calcio ha fatto parte degli interessi e delle passioni della mia giovinezza. Fondamentalmente dall’età delle medie, anche se giocavo già nel cortile delle elementari, fino ai primi anni di università, finché il fiato è durato, è stata una passione molto intensa; con tutto il suo corollario di giornali sportivi, l’interesse per le figurine, il calciomercato. Il sentimento si fondava su due aspetti: il gioco in sé, così entusiasmante, che posso dire di aver giocato discretamente, e, a livello più intimo, il significato di squadra. Il calcio è uno sport d’équipe, che esige che ci sia un capitano, una gerarchia e delle regole di spogliatoio, un afflato comune tra compagni di squadra, la condivisione delle vittorie e l’assunzione delle proprie responsabilità. In questo senso, il calcio è stata una vera educazione alla vita, un fenomeno molto importante per me.

Io frequentavo la scuola San Leo Magno, istituto per soli maschi, con il suo campo sportivo; si facevano i tornei liceali, con un tifo ed una rivalità tra sezioni, altro elemento di stimolo e piacere. Quando poi con gli anni sono aumentate le difficoltà nell’allestire una squadra, con il surrogato del calcetto o calciotto, accompagnate da altre necessità intellettuali, come per esempio la politica, diciamo che ho ceduto il passo.

Appartengo ad una generazione per cui le squadre avevano punti di riferimento, le bandiere, ed era difficile che i giocatori potessero passare ai rivali; le maglie rispettavano i colori sociali, il pallone era ancora di cuoio scuro, la sfera bianca con gli esagoni neri doveva ancora venire. Allora, l’eccesso del calciomercato, il subentrare sempre più netto degli elementi pubblicitari a quelli agonistici, lo snaturamento degli elementi tradizionali, hanno fatto il resto. Oggi può rimanere il piacere di seguire una partita, ma è un sentimento ben diverso da quando, ragazzino, conoscevo a memoria l’undici del Milan, dell’Inter, eccetera.



In che ruolo giocava?

Giocavo libero, che negli anni ’70 era considerato ancora un ruolo sperimentale. Erano i primi tempi in cui il terzino cominciava a spostarsi in avanti, per coprire il mediano che avanzava.

Quindi è oppure è stato tifoso?

Ero tifoso del Milan, per motivi assolutamente estetici. Nato e cresciuto a Roma, sarei dovuto essere tifoso della Roma, come mio fratello di qualche anno più grande. Ma quando mi sono trovato tra le mani le prime figurine, con personaggi come Schiaffino, Liedholm, Ghiggia e Altafini, sono rimasto fatalmente colpito dai calciatori che indossavano la maglia rossonera. La scelta della squadra del cuore è assolutamente irrazionale.

Ha frequentato anche lo stadio?

Ho frequentato il Flaminio, bomboniera capitolina, in cui ho visto le prime partite, seguite poi da altre allo Stadio Olimpico, costruito per le Olimpiadi del 1960. Però il calcio rimaneva per me un fenomeno innanzitutto giocato, l’elemento del tifo allo stadio mi apparteneva poco.

Nel calcio di oggi è molto difficile individuare calciatori interpreti di vite esemplari, però in passato ha raccontato con particolare intensità un incontro con Eric Cantona...

Indubbiamente anche nel calcio ci sono figure che sono carismatiche, in modo unico. Cantona è un personaggio affascinante, perché alla carriera sportiva ha saputo affiancarne una altrettanto fortunata di attore, diventando un’icona anche grazie al bel film di Ken Loach, “Il mio amico Eric”. In effetti, avendo potuto vederlo dal vivo in una pièce teatrale, senza dubbio è uno che riempie la scena.

Ho avuto modo di conoscere anche Rivera, uno dei miei miti da ragazzo. Infatti, lo invitai a partecipare al libro “C’eravamo tanto armati”, in cui raccoglievo venticinque testimonianze sugli anni ’70, da persone nate tra la fine dei Quaranta ed i primi Cinquanta. In quel decennio Rivera era stato una figura emblematica, che spiccava sia per la guida in campo, sia per la cultura al di fuori, superiore alla media dei calciatori. Un personaggio che era riuscito a mantenere anche una certa distanza dalle polemiche ideologiche e politiche di quegli anni, fedele ad una propria linea di condotta. Così, mi fece il piacere di partecipare a questo testo e passammo insieme qualche ora: ho potuto apprezzare anche la semplicità della persona, la capacità di metterti a tuo agio, svestendo qualsiasi costume da prima donna.

Terza figura per me assolutamente straordinaria è stato Gigi Riva. Innanzitutto, perché caso estremo di fedeltà ad una maglia, nonostante abbia potuto trovare guadagni maggiori in altre squadre fino alla fine della sua carriera. L’altro aspetto, più irrazionale e legato al mio cognome che rivela l’origine sarda, è stato l’identificazione in lui della Sardegna, un simbolo di riscatto per un’intera terra. Insieme a Riva, nel Cagliari campione d’Italia ricordo figure straordinarie, un allenatore che era una sorta di filosofo itinerante, al comando di una squadra con tanti giocatori operai, come Comunardo Niccolai.



Inoltre, Riva aveva un portamento da gladiatore dell’arena, gelosissimo della propria vita privata. Ho avuto la fortuna di intervistarlo, in occasione di una serie relativa ai “Film della vita” dei personaggi più vari, da Adriano Sofri all’epoca in carcere, fino a Paolo Mieli, allora direttore del Corriere della Sera. Il suo film preferito era “Il Dottor Zivago”, non tanto per la storia in sé, ma per la presenza di Julie Christie, attrice dalla bellezza profonda ed inquietante; fu una delle rare occasioni in cui Riva rivelò un particolare della sua intimità. A Cagliari sono stato anche nel ristorante che era solito frequentare, dove ovviamente c’era un tavolo sempre riservato a lui; bisogna dire che i Cagliaritani sono stati sempre molto attenti a proteggerlo e rispettare la sua riservatezza.

Rivera era con Mazzola uno dei due “Abatini”, che Brera si divertiva spesso a provocare. Rimanendo al giornalista lombardo, condivide il suo metaforico “Catenaccio e Contropiede” per descrivere il carattere degli Italiani?

Numerosi nomi e metafore da lui usati sono rimasti nella storia del nostro calcio, testimoniando l’intelligenza del loro autore, ma, se vogliamo, queste formule sono tanto efficaci quanto limitate. L’idea che l’italiano medio si chiuda “in difesa” aspettando l’occasione propizia, non vuol dire niente; ci sono tanti altri popoli che fanno lo stesso e non possono essere definiti “catenacciari”. Metafore di questo genere sono sì brillanti, ma semplicistiche alla lunga. Se siamo un popolo di individualisti, come giustificare allora i risultati degli sforzi collettivi? Oppure se siamo un popolo di attendisti, come spiegare perché per secoli siamo stati esploratori e navigatori?

In queste ricostruzioni non si possono trascurare il periodo storico ed i rapporti di forze in campo: dopo il Rinascimento, l’Italia ha attraversato secoli di crisi, un territorio di piccole realtà che si opponevano alla volontà di dominio di paesi divenuti Stati-Nazione, come le monarchie di Francia e Spagna; una decadenza politica che si accompagnava ad una intellettuale. L’Ottocento avrebbe segnato invece la riscoperta di impulsi nazionalistici, sebbene dal punto di vista letterale sia un secolo piuttosto povero per l’Italia, probabilmente perché le menti migliori erano impegnate proprio nella politica. Questi esempi ci ricordano l’importanza di considerare la complessità di ogni contesto storico, politico e culturale, evitando eccessive semplificazioni nel descrivere il carattere di un popolo.

In un articolo scritto in occasione degli Europei del 2016, aveva elogiato Antonio Conte perché, pur non essendo un intellettuale, aveva esortato gli Italiani a rivalutare l’orgoglio patrio, riscoperto soltanto quando gioca la Nazionale e misconosciuto nel quotidiano..

In questi casi è facile passare da un estremo all’altro: negli anni ’70 ci si vergognava del tifo calcistico, perché lo si paragonava ad un sentimento nazionalista, poi si è passati all’opposto, scandalizzandosi se il calciatore non conoscesse l’inno. I calciatori sono figli del periodo storico e non ci si può sorprendere di questa ignoranza, se si ricordano gli anni in cui il termine “Nazione” era stato sostituito da “Paese” per celare qualsiasi riferimento ad aspirazioni ed interessi collettivi. Rispetto a Francia ed Inghilterra, ci manca la consapevolezza del corso di lungo termine della Storia. Ad esempio, la Francia ha atteso cinquant’anni prima di riprendersi l’Alsazia, invece noi abbiamo svenduto parte del Territorio Libero di Trieste, in un paio di mesi. Significativa la frase dell’allora Presidente della Repubblica che dichiarava di non voler fare questioni di principio per qualche centinaio di metri; peccato si trattasse di centinaia di chilometri.

Senza una visione di lungo termine, fatta di obiettivi magari non raggiungibili nell’immediato, ma dalla generazioni future, ci si condanna ad un piccolo cabotaggio. Senza programmi strategici di prospettiva, non possiamo pensare di avere un Sistema Paese duraturo. La condizione del sistema sanitario nazionale, già smantellato in nome del profitto, poi investito dalla pandemia, è esemplare in questo senso; un altro tema sarebbe la riforma del sistema elettorale..



Ha mai pensato di cimentarsi nel giornalismo sportivo? Oppure lo ha mai ritenuto una sorta di declassamento?

Un declassamento sicuramente no. Il giornalismo sportivo, così come quello politico o la cronaca nera, necessitano di una specializzazione derivata da un forte interesse. Cosa che non ho mai provato, preferendo sempre approfondire uno scrittore, piuttosto che uno sportivo o un campionato. Avendo molto rispetto delle competenze altrui, non mi è mai sembrato il caso di andare a “svirgolare” su temi a me non pertinenti. Oltre al limitato interesse, da parte mia è mancato sempre il gusto per la retorica: se da un lato questa si apparenta all’epica, nella sua forma più greve scade invece nella trombonaggine. Il giornalismo sportivo sconta questo elemento caratteristico, ed ogni gol, parata o gesto tecnico deve essere raccontato con estrema enfasi. Uno stile che non condivido né nella vita, né nella scrittura.

Con “trombonaggine” ha sintetizzato perfettamente la cifra stilistica del cosiddetto storytelling.

Oggi ci sono tanti simil-Brera, simil-Bianciardi, simil-Arpino, che rimangono però semplici emuli degli originali, che nascono raramente.

È vero che non si è mai cimentato con assiduità nella cronaca sportiva, ma ha raccontato le prime fasi del processo di Calciopoli...


All’epoca me lo chiesero per “Il Giornale” , così andai. Comunque, tutti questi elementi relativi alla corruzione, senza dubbio reali, in un senso allontanano da tutti i significati sportivi, quali l’agonismo, il gruppo, l’amicizia e la giovinezza; dall’altro introducono ad un mondo giudiziario e finanziario, sì affascinante ma ben distante dalle dinamiche di campo. Posso dire di essere stato amico di Oliviero Beha, che di questo filone è stato precursore, indagando l’1-1 di Italia – Camerun del Mundial 1982.

Questo sforzo da un lato gli ha guastato la carriera e la vita, dall’altro lo ha trascinato in una lotta personale contro le derive dell’economia applicata allo sport, privandolo del piacere originario di raccontare una manifestazione sportiva. Nel suo caso, una vera ossessione che portava ad utilizzare il calcio come metafora per spiegare la realtà interamente. Si può utilizzare lo sport per indagare il mondo, ma non credo che si possa spiegare tutto tramite di esso.

A proposito dello sport come metafora della realtà, ne “Gli ultimi Mohicani” cita il derby Novecento contro Salò (o le 120 giornate di Sodoma) per rappresentare il confronto tra le due Italie degli anni ’70. Secondo lei, cosa rimane oggi di questo scontro?

Di quello scontro nulla: all’epoca quelle due squadre potevano rappresentare il peso che avevano le ideologie e le passioni politiche. Un paradosso, dato che Pasolini e Bertolucci appartenevano allo stesso schieramento, ma avevano visioni opposte. In Novecento si celebrava una visione epica di un’Italia nettamente divisa tra contadini e proprietari terrieri, rossi e bianchi, buoni e cattivi; invece Salò denotava un’attenzione da parte di Pasolini verso la degenerazione del sistema politico, economico e sociale, in cui era difficile individuare chiaramente colpevoli e vittime.

A mio avviso Pasolini è stato un passo avanti nel comprendere il vero problema dell’Italia, nel passaggio da un Paese contadino e moderatamente industrializzato ad un Paese omologato sotto l’egida del consumismo; intanto la Sinistra si arroccava su posizioni tradizionalmente borghesi, tradendo la sua tradizione proletaria. Oggi Destra e Sinistra sono termini usati ancora dai politici, perché privi della capacità e pazienza di individuarne nuovi. All’interno della società, dove ormai i partiti non contano nulla e le classi dirigenti non vengono più formate, domina una sorta di notabilato, separato dal cosiddetto “Paese reale”. È sufficiente ascoltare un politico, per capire che non abbia mai messo piede in metropolitana o fatto la spesa al supermercato.



Negli anni ’80, mentre il calcio nostrano vive il suo momento aureo, gli Italiani mutano definitivamente..

Possiamo dire che questo decennio faccia da congiunzione tra un prima, i Settanta, e un dopo, i Novanta. Per quanto si verifichino ancora attentati, nel Paese si avverte una sorta di stanchezza: l’Italia era arrivata sull’orlo del baratro, ma si era fermata. Verrà il riflusso delle ideologie, da un lato per provare a recuperare qualche elemento positivo dal passato, come il benessere del Boom nella forma dell’edonismo reaganiano, con però maggiore cinismo; dall’altro rimarrà un sistema politico bloccato: dopo il governo di unità nazionale non ci sarà un’altra esperienza simile. Craxi proverà a rifondare il sistema politico italiano, ma il crollo del muro del Berlino sancirà la fine dello schema dei due blocchi contrapposti; il dissolversi di una parte significherà il venir meno della ragion d’essere dell’altra. Il vuoto di potere creatosi, inammissibile in politica, sarà colmato dalla magistratura.

Per collegarci all’attualità, l’Italia gerontocratica e afflitta dalla denatalità, ha tradito il significato della giovinezza, tema a lei particolarmente caro. Qual è il suo valore oggi?

Fondamentalmente la giovinezza è uno stato ideale dell’anima, che riguarda la capacità di ognuno di mantenere vivi entusiasmi e stupori dell’età dell’adolescenza, periodo di grandi scoperte, amori e delusioni; sentimenti che vanno ben oltre l’età, per diventare uno stato mentale. Cito Malraux, “Non esiste grandezza senza una parte di infanzia”, per descrivere questa propensione ad appassionarsi a cose non monetizzabili o immediatamente contingenti. Mantenere questo spirito significa invecchiare senza accorgersene, rimanendo fedeli al proprio Io. Invece, nel dimenticare tali elementi, impegnandosi in una corsa dettata dall’arrivismo, si rischia di diventare figure patetiche; persone che comunque saranno spodestate dalle loro posizioni di privilegio dall’aggressività del nuovo che avanza, nel violento ricambio delle èlite.

La giovinezza deve portare a considerare la vita come uno sport, ma non nel segno del decoubertiniano “l’importante è partecipare”, bensì interrogandosi sul perché si stia giocando. Per cosa sto gareggiando nella vita? Il monetizzare ogni situazione, non soltanto in termini economici, credo sia un sintomo di senilità, che si accompagna all’incapacità di divertirsi prescindendo dall’affermazione personale e dall’esercizio del potere.

Ha spiegato il significato di competere al di là del risultato finale, che ci rimanda alla nobiltà della sconfitta, approfondita nel pamphlet “Le Olimpiadi come la vita: l’importante non è partecipare”. In Italia, ricordare disfatte quali Caporetto significa tormentare la memoria collettiva, ma quale sarebbe invece l’importanza di tramandare anche eventi nefasti?

In Italia permane ancora il buco nero rappresentato dal Fascismo, e occorreranno ancora alcune generazioni per superarlo. Alla fine della guerra, abbiamo accettato l’idea consolatoria che il regime l’avesse persa e gli Italiani l’avessero vinta, ma sappiamo che non è così. Il Fascismo è stato un fenomeno tipicamente italiano, innescato da elementi caratteristici del nostro contesto storico, ed ha comunque rappresentato un tentativo di uscire dai canoni classici di bolscevismo e liberalismo. Ad ogni modo, se un Paese non è interamente consapevole del suo passato, tra glorie e miserie, crea una memoria di sé artefatta, una maschera destinata a cadere con conseguenze grottesche.

Riconoscere pregi e difetti, quali un certo grado di corresponsabilità degli Italiani in un dato periodo, significa ricondurre la propria storia ad un discorso completo. Credo che il problema dell’Italia odierna sia rifiutare parte della sua storia; per esempio, potrei citare le vicende dello studioso Filippani Ronconi o di Amedeo Guillet, celebrato in Inghilterra come eroe di guerra, seppur nemico, ma qui caduto nell’oblio per quasi trent’anni, perché ritenuto incarnazione di un passato scomodo, da dimenticare. Insomma, rimane un coda di paglia che impedisce innanzitutto di migliorarsi.  

Per concludere, sono rimasto impressionato dalla sua biblioteca: c’è spazio anche per lo sport tra questi volumi?

Diciamo che non c’è uno scaffale per lo sport inteso come categoria in sé, ma sicuramente c’è spazio per lo sport narrato da celebri scrittori. Ho una passione per Antoine Blondin, sconosciuto in Italia, ma che in Francia è considerato una dei giornalisti più importanti, perché è stato il grande cantore del Tour de France, di cui ha seguito più di cinquanta edizioni, e del rugby francese. Per rendere lo spessore del personaggio, basti sapere che il premio a cui Gianni Mura era più affezionato era proprio il Prix Blondin, ricevuto dal giornale “L’Équipe”. Come lui, posso citare Dimitrijevic dello straordinario “La vita è un pallone rotondo”, ma anche Adriano Sofri con il suo “Giocare da libero”; ancora il meraviglioso “The fight” di Norman Mailer, in cui si racconta l’incontro di Alì contro Foreman, i saggi della scrittrice Oates sulla boxe, i racconti sportivi di Scott Fitzgerald.


La redazione di Rivista Contrasti ringrazia Stenio Solinas per la cortesia e la disponibilità.

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