Il 24 Marzo del 1930 nacque a Beech Grove, nell’Indiana, l’indimenticabile Terence Steven McQueen. Icona culturale e sportiva, Steve è stato un personaggio atipico rispetto ai vip degli anni sessanta e settanta. Ha rappresentato quello che era l’autentico sogno americano ed è stato l’esegeta maximo della vita spericolata cantata in Italia da Vasco Rossi. Come tale – visti i tempi e la latitanza di eroi – va ricordato e celebrato.

 

Figlio di uno stuntman squattrinato e di una prostituta, McQueen è cresciuto nell’abbandono della propria famiglia. Molestato con tutta probabilità da uno dei numerosi partner della madre, semi analfabeta per mancanza di istruzione, e incapace per questo di instaurare rapporti profondi, la sua gioventù è caratterizzata da attività criminali: un incubo che lo ha portato alla reclusione nel riformatorio di “California Junior Boys Republic” all’età di 14 anni. Questi gli inizi del piccolo Steven, che sarebbe potuto tranquillamente figurare in una canzone di De Andrè.

 

Steve e le buone maniere

 

Con un carattere auto-formatosi su principi fondamentalmente anarchici, la successiva esperienza triennale nel corpo dei Marines non potè che essere turbolenta: McQueen venne degradato per sette volte ma si rese anche protagonista di gesti eroici a supporto dei suoi camerati. Fu tra l’altro una colletta-prestito, proprio dei compagni d’armi, a permettere l’inizio della sua carriera cinematografica.

 

Ci sono poche cose nell’America del XX secolo in cui un giovane solitario, sradicato e depresso possa riversare passione pura: le auto da corsa e le moto, l’adrenalina, la velocità e le donne. Con le donne aveva un rapporto “fuck and run”. Al fascino irresistibile da duro mescolava stati di tenerezza dovuti alle sue fragilità, che accendevano nelle ragazze un erotico ed irresistibile senso materno.

 

La passione più grande, però, fu quella per i motori: una vocazione innata. In principio furono le moto, più economiche. Fu così che durante gli studi di recitazione all’Actors Studio di Lee Strasberg, in quel di New York, partecipò alle prime gare sul circuito di Long Island. Grazie poi ai successi cinematografici come Wanted: Dead or Alive, le risorse economiche aumentarono e arrivò l’auto da corsa, una Porsche 356 Speedster nera: la prima di una lunga serie.

 

McQueen e Barbara Leigh durante una scena del film “Junior Bonner”, 1972

 

Un senso estetico sopraffino lo portò a possedere i più affascinanti, esclusivi ed eccitanti capolavori della storia automobilistica: Jaguar XK-SS, Mercedes 300 SEL 6.3, Ferrari 275GTB/4 e 250 GT Berlinetta Lusso, Porsche 917, Ford GT40 e Mini Cooper S. Un particolare dell’ultima auto posseduta dal King of Cool è emblematico: la sua Porsche 930 del ’76, infatti, aveva un tasto per spegnere i fari posteriori in caso di avvistamento delle forze dell’ordine.

 

L’uomo McQueen unì in una sola persona doti artistiche e sportive all’apparenza lontane. Fu straordinario attore – il segreto del suo successo fu portare in scena praticamente sempre se stesso ovvero il duro, solitario ed introverso, segni distintivi della sua gioventù – ma soprattutto, come amava definirsi, fu pilota. Tra il 1970 e il 1971, all’apice della sua carriera motoristica, partecipò a 12 Ore di Sebring – a bordo di una Porsche 908 arrivando a pochi secondi dai vincitori assoluti Ignazio Giunti, Nino Vaccarella e Mario Andretti – e 24 Ore di Le Mans, da cui nacque il suo film più rappresentativo.

 

In sostanza la vita di Steve McQueen fu un’opera di Boccioni: ribellione, romanticismo e insieme futurismo. Mai attaccato ai soldi guadagnati nella scintillante carriera hollywoodiana e fedele solo alla sua passione, motore di un’esistenza, ossessionato dalla volontà di raccontare le emozioni, l’adrenalina, l’epica del motorsport sul grande schermo. Il miglior manifesto intellettuale rimane allora il dialogo in 24 Ore di Le Mans, una delle scene più belle della storia del cinema:

– “La gente spera di vederci morire, è uno sport dove si rischia la pelle. Ti può succedere oggi e domani ti può succedere di nuovo.”

– “Quando uno rischia così, dovrebbe farlo per qualcosa di importante? Che cosa può esserci di così importante nel correre più di qualunque altro?”

– “Tanti vivono facendo male quello che fanno, correre è importante per chi lo fa bene. Quando uno corre, vive. E tutto quello che fa prima o dopo, è solo attesa.”