Calcio
04 Settembre 2021

Il modello del Südtirol

La Bolzano biancorossa sogna il calcio che conta, ma è divisa tra tedeschi e italiani.

In un’ampia conca di origine glaciale, situata tra le Alpi Orientali, sorge Bolzano. Il capoluogo più a nord d’Italia è accarezzato da tre fiumi, l’Adige, l’Isarco e il Talvera, che lo rendono unico nel suo genere, circondato dalle dolomiti e da vette che spiccano a più di 3mila metri di quota. È in questo contesto che nasce un club di calcio giovane di fondazione ma con uno spirito antico, saldo e ben radicato sul territorio. Parliamo del Fussball Club Südtirol, società sportiva di Bolzano militante nel campionato di Lega Pro che negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé (per i risultati certamente, ma anche per il modello che c’è dietro).

La storia del Südtirol è recente: il club viene fondato nel 1995 quando un gruppo di imprenditori locali rileva il titolo dello Sport Verein Milland, società sportiva bolzanina dal forte spirito germanico. Inizialmente, a dire il vero, viene valutata la possibilità di acquisire lo storico club altoatesino, l’F.C. Bolzano, squadra fondata nel 1931 e giunta nel 1947 per la prima volta in Serie B. La trattativa però non decolla, così gli imprenditori decidono di virare sul più piccolo club.

L’idea iniziale è quella di unire le due comunità presenti sul territorio bolzanino tramite il calcio. Cosi, il primo agosto del 1995, nasce il Football Club Südtirol Alto Adige.

Il presidente diventa l’architetto Huber di Casies, e le idee sono da subito ben chiare: bisogna dare un’identità sportiva a questo territorio. Il primo anno, partendo dalla Promozione, il club stravince il campionato conquistando il campionato di Eccellenza; il secondo conquista la promozione nel campionato di Serie D. In due stagioni, con l’approdo tra i dilettanti, il club perde una sola partita di campionato. Nel 1997 poi il cambio di passo tra i dilettanti: il consiglio direttivo (composto da Angelo Baldassarre, Maurizio Cavallo, Willi Gabalin, Luciano Giua, Sepp Insam, Hermann Larcher, Engelbert Schaller e Horst Seebacher) elegge come presidente Leopold Goller, colui che avvierà il ciclo vincente dell’Alto Adige.


Dal primo ufficio a Bressanone Goller riesce a rendere il club un’azienda, cambiando la visione di fare calcio in territori che guardano più all’Austria che a Roma, nei quali l’antica dominazione austriaca – soprattutto tra le strade di paesini sparsi intorno a Bolzano – sembra non essere mai tramontata. Per il nuovo Alto Adige Goller interviene in ogni singolo settore, dal campo al marketing; ed è proprio a quest’ultimo che il presidente dedica la maggior parte delle attenzioni. Fare calcio in Alto Adige significa scontrarsi con un territorio in cui il pallone non è mai stato rito popolare, e nel quale la frattura tra etnia germanica e italiana è ancora molto forte. Inoltre non esiste una “generazione” di tifosi legati al club, quindi bisogna crearla.

Goller garantisce però un valore aggiunto fondamentale, quello di saper curare meticolosamente i rapporti personali ed interpersonali: con i tesserati, con la politica, con la gente comune. Riesce nel suo intento conquistando il professionismo per l’Alto Adige nel 1999, e iniziando così il cammino della società tra i professionisti (l’allora Serie C2). Goller trasferisce a questo punto il club a Bolzano, scelta dettata dalla necessità di utilizzare lo stadio Druso, l’unico in grado di rispettare determinati parametri imposti dalla federazione.

«Il nostro impegno principale è quello di riuscire a valorizzare il patrimonio del nostro Alto Adige, fatto di giovani che hanno scelto lo sport come importante percorso di vita. Lo sport altoatesino ha campioni assoluti nell’ambito dell’hockey, dello sci, nei tuffi ed in tante altre discipline… per cui è venuto il momento di farli crescere anche nel mondo del calcio!».

Leopold Goller

Egli rimane in carica fino al 2006, gettando le basi di quel che sarà l’attuale Fussball Club Südtirol, e tre anni dopo muore a seguito di una malattia: nel 2009, un anno prima della storica promozione in C1 con 10 calciatori altoatesini in squadra. La lungimiranza di Goller e dei soci, insomma, ha permesso al Südtiroldi di tentare addirittura l’assalto alla Serie B (la scorsa stagione si è fermato solo ai playoff, eliminato dall’Avellino). Al tempo stesso la società altoatesina si è dotata di un centro sportivo all’avanguardia, nel quale garantisce la formazione a 360° dei propri giovani al fianco della prima squadra. Qui si cresce in un ambiente immerso nel verde, dotato di 5 campi da gioco. Una struttura capace di ospitare la nazionale tedesca di calcio e di accogliere centinaia di giovani ragazzi nei campus estivi.

Insomma, un club italiano ma con una concezione di calcio totalmente diversa rispetto a quanto visto finora in Italia, soprattutto in provincia.

Il girone di Serie C della squadra di Bolzano (dal profilo Twitter del club)

Approfondendo l’assetto societario del club scopriamo poi che è costituito da una public company, una prassi unica in Italia. Il club è infatti dotato di un pacchetto azionario composto per il 90% da una trentina di soci, con la percentuale più alta appartenente all’imprenditore Hans Kramps, titolare della Duka, società specializzata in interior design di servizi igienici e docce. Il restante 10% è detenuto dall’associazione sportiva dilettantistica AFC Südtirol-FCD Alto Adige, cui fanno capo le squadre giovanili del sodalizio biancorosso: questa è aperta alle affiliazioni di comuni cittadini, il che ne fa un esempio di azionariato popolare con circa 1000 adesioni ottenute finora.

Il club di Bolzano è anche l’unico nel calcio professionistico italiano ad avere un Salary cap, un massimale per lo stipendio dei calciatori. Nessuno guadagna più di 75/80mila euro annui – ha affermato l’amministratore delegato Dietmar Pfeifer – e il budget complessivo è tra i più bassi della Lega Pro; quasi il 30%, inoltre, è destinato alla gestione del settore giovanile. Ed è proprio questo il cuore del progetto: il Südtirol vuole attrarre i giovani della propria regione e legarli ai colori biancorossi, creando una nuova cultura di identità calcistica finora non presente nel territorio.



Il progetto del settore giovanile, come ci racconta l’ad Pfeifer, fa si che il Südtirol sforni calciatori che attirano le mire dei club più blasonati, creando un fondo cassa fondamentale per il club: solo nella passata stagione (2020/21), il club altoatesino ha prodotto 1 milione di euro di plusvalenze. Senza calcolare l’anno precedente, per il quale Transfermarkt indica invece un saldo in positivo di 780mila euro, con la sola cessione di Lorenzo Sgarbi al Napoli U19. Ottimi numeri per una piccola realtà di Lega Pro. Insomma, il Südtirol ha capito che i giovani permettono ad un club con soli 1500 tifosi al seguito di affacciarsi con solidità nel calcio professionistico, puntando al balzo di categoria con investimenti oculati e la crescita dei propri calciatori.


Quel legame con il Südtiroler Volkspartei (SVP)


Ma non è tutto oro quel che luccica. La realtà Südtirol non piace ai tanti tifosi italiani di Bolzano che vedono nel club un progetto interno alla comunità tedesca. In effetti il Sudtirol ha cambiato la propria denominazione nel 2019, facendo storcere il naso agli italiani che prima affollavano lo stadio Druso: da Sudtirol Alto Adige, la società guidata da Baumgartner ha deciso di chiamarsi Fussball Club Südtirol, eliminando la denominazione italiana ma includendo nel logo quello della città di Bolzano, in lingua italiana e tedesca.

A guidare la protesta sono stati gli Eagles Supporter Bolzano, gruppo ultras organizzato nato nel 2013. Una diatriba che cavalca un po’ le vicende politiche del Trentino Alto Adige che vede il partito Südtiroler Volkspartei (abbreviato SVP), in italiano Partito Popolare Sudtirolese, governare ininterrottamente da anni rappresentando gli interessi dei gruppi linguistici tedesco e ladino dell’Alto Adige. Nelle ultime elezioni, il SVP ha stretto accordi con la Lega – dopo decenni di alleanza con il centrosinistra – spingendo sempre più per una politico autonomista tanto da ricevere l’appoggio dal Cancelliere austriaco Sebastian Kurz. Fatto sta che il gruppo ultras degli Eagles è stato in prima linea nell’aspra critica alla politica societaria: 

«La denominazione Südtirol è una denominazione che non ci rappresenta come bolzanini e che non rappresenta i madrelingua italiani del territorio altoatesino. Se vogliamo competere con certe realtà dobbiamo essere uniti, facendo stare assieme le due anime (madrelingua italiana e tedesca) che ci sono in questo splendido territorio». 

Parole che ben evidenziano come il calcio giochi un ruolo nella costruzione di un’identità, soprattutto in un territorio che da anni spinge per esser autonomo e cerca di ottenere la possibilità del doppio passaporto, italiano ed austriaco, per i cittadini.

L’allenatore, Ivan Javorcic (dal profilo Twitter del club)

In effetti, guardando il consiglio di amministrazione, si nota la forte matrice tedesca nel club, con tutti i membri di origine tedesca (tirolese). L’accusa mossa dai tifosi è proprio questa: aver voluto creare un club che rappresenti una enclave tirolese ed escluda la parte italiana. La proprietà respinge le accuse ma, complice la protesta dei tifosi italiani, allo stadio Druso non sembra proprio di essere in Italia: nella gara di playoff contro l’Avellino la maggior parte dei presenti (circa 500) parlava in tedesco e così anche gli steward; una particolarità a Bolzano, città per la maggioranza di lingua italiana. Che poi, spostandoci sull’hockey, ci si rende subito conto che il discorso è diverso. Qui gli italiani e i tirolesi tifano insieme per il proprio club, di forte ispirazione italiana a partire dal nome: HCB Alto Adige Alperia.

Ad ogni modo, il legame tra il club sportivo e il territorio lo si riscontra anche in politica, laddove la Provincia ha deciso di sponsorizzare il club con ingenti somme di denaro. In due anni, nelle casse del Sudtirol sono stati versati 600mila euro (che in Lega Pro sono un bel gruzzoletto):

«Il calcio è uno sport dal grande seguito e l’FC Südtirol è la nostra unica società professionistica nonché un simbolo di successo. Il collegamento fra il nome della squadra e quello del Südtirol ha un effetto promozionale per il territorio in grado di rafforzare il marchio ombrello e migliorare la diffusione dei prodotti di qualità della regione».

Philipp Achammer, rappresentate di spicco del SVP e assessore con delega all’Istruzione e alla Cultura tedesca

Parole che fanno ben comprendere la commistione fra calcio e politica, con la matrice tedesca interessata a sfruttare al massimo la visibilità del club. Anche il già citato cambio di denominazione avviene in concomitanza con alcune decisioni politiche: nel 2019 la denominazione ‘Alto Adige’ con ‘provincia di Bolzano’ e della frase ‘sistema territoriale altoatesino’ diventato ‘provincia di Bolzano. Tutto nacque con la richiesta di modifica della dicitura in italiano, fatta dalla consigliera di Süd-Tiroler Freiheit, Myriam Atz Tammerle, poi approvata dal Consiglio con 24 voti a favore (Suedtiroler Volkspartei, Suedtiroler Freiheit e Freiheitlichen), uno contrario (Alto Adige nel cuore-Fratelli d’Italia) e 4 astensioni (Pd, Verdi, Lega, Team Koellensperger).

La modifica ha portato così alla scomparsa dei termini ‘Alto Adige’ e ‘altoatesino’, ma solo nella versione italiana delle legge; in quella tedesca, invece, resta viva la denominazione Südtirol. Ovviamente il presidente della Provincia di Bolzano, Arno Kompatscher, rigettò tali accuse sottolineando come il termine Provincia di Bolzano non comporta alcun tipo di abolizione della denominazione Alto Adige, che continuerà ad essere utilizzata quando ci si riferisce al nostro territorio. Quello del Fussball Club Südtirol è insomma un caso unico nel panorama calcistico italiano. A livello sportivo, la sua storia ricorda molto da vicino quella dell’Albinoleffe, tra innovazione e ricerca di un’identità forte. Il paradosso è che per trovarla il Südtirol dovrà passare gioco-forza dal dibattito politico, e dallo scontro culturale tra parte tedesca e parte italiana.

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