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7 Maggio

Suite 200

Luigi Fattore

46 articoli
Il viaggio di Terruzzi nella psiche tormentata del pilota brasiliano è un'occasione imperdibile per coglierne la disturbata personalità e il suo perenne senso di colpa legato alle ingiustizie sociali del Brasile.

Quando Giorgio Terruzzi racconta gli eroi dello sport è opportuno mettersi lì seduti e prestare la massima attenzione: tra emozioni e insegnamenti qualcosa di buono arriverà di sicuro. Ma quando il tema è Ayrton Senna – ed è solo una questione di tempo, prima o poi l’argomento salterà fuori –, allora bisogna proprio prendere appunti. Oppure, in alternativa, consumare la matita a furia di sottolineare il testo che si sta leggendo: ogni riferimento a Suite 200 non è per niente casuale. Il libro uscito nel 2014 a venti anni dalla scomparsa del campione brasiliano è riproposto in questi giorni in una nuova edizione per la celebrazione del venticinquennale. La trama è nota: il giornalista si colloca idealmente all’Hotel Castello, Imola, dove Senna ha trascorso l’ultima notte della sua vita, tra il 30 aprile e il primo maggio 1994.

 

Più precisamente Terruzzi interpreta a modo suo, anche sulla base di fatti e testimonianze certe, i pensieri che affollavano la testa di Ayrton in quei momenti così angoscianti. Poche ore prima, durante le prove del Gran Premio di San Marino, Roland Ratzenberger aveva trovato la morte sul muretto della curva Villeneuve in seguito a un impatto ad oltre 300 km/h. Il terrificante incidente del sabato seguiva il volo della Jordan di Barrichello spiccato venerdì 29 aprile alla Variante Bassa: a differenza del povero pilota austriaco Rubens se l’era cavata con una commozione cerebrale e leggere fratture alle costole e al braccio.

 

Questa sequenza di avvenimenti drammatici aveva trasformato il weekend imolese in una sorta di roulette russa collettiva. Nessuno poteva sentirsi escluso da quella giostra impazzita. La F1 improvvisamente ricordava a tutti i piloti che tra i rischi che correvano c’era anche quello di morire, un’eventualità che in gran premi ufficiali non si palesava dal lontano 8 maggio 1982, quando a lasciare questo pianeta fu l’immenso Gilles Villeneuve, avvitatosi con la sua Ferrari nel cielo di Zolder.

Sull’Autodromo Enzo e Dino Ferrari era calata un’ombra nera. In quello scenario paradossalmente inedito gli assi del volante faticavano a muoversi. L’inatteso smarrimento aveva dissipato la tipica spacconeria. A un tratto manifestavano incredulità e insicurezze insospettabili.

 

Su tutti proprio Ayrton, il quale fu il primo ad andare a trovare il connazionale Rubinho al centro medico installato sulla pista per sincerarsi che non fosse in pericolo di vita. E fu sempre Ayrton il giorno seguente a guardare, in diretta dal monitor del box Williams, lo schianto pauroso della Simtek di Ratzenberger prima e i soccorsi disperati praticati allo sfortunato collega poi. Un film horror che confinò The Magic in uno stato di turbamento tale da fargli abbandonare anzitempo e tra le lacrime qualifiche e circuito. Le sue ultime 24 ore di vita erano appena iniziate.

1 maggio 1994, il volto turbato di Ayrton Senna sulla griglia di partenza del Gran Premio di San Marino.

Il viaggio di Terruzzi comincia proprio da lì. Il giornalista immagina Ayrton, dopo aver cenato e preso possesso della sua suite e guadagnata la solitudine, passare in rassegna l’intera sua esistenza. Come se quel lutto vissuto poco prima avesse a suo modo chiuso un cerchio, sbloccato dei ragionamenti rimasti in sospeso, e gli avesse dato finalmente l’”occasione” di trovare il senso definitivo a tutto. Adesso poteva contare anche sul tassello mancante per testare la validità della sua scelta di vita. Prima di quel momento, al di là delle dichiarazioni, aveva considerato la morte come una ipotesi comunque remota, qualcosa di statico destinato a rimanere sullo sfondo del panorama senza alcuna smania di protagonismo.

 

Del resto se un pilota si fermasse a pensare a questa possibilità non sarebbe un pilota, perché un pilota per definizione non può fermarsi. E a legittimare tutti i rischi del caso rendendoli addirittura “calcolati” si erano messi anche i 12 anni trascorsi dall’ultima tragedia in pista: in questo lungo periodo lo stesso Ayrton era sempre uscito pressoché illeso dagli incidenti che pure lo avevano coinvolto in prima persona. Ma il presentarsi improvviso di un conto salatissimo gli imponeva di dare fondo alle sue riflessioni più intime: per la prima volta dubitava di se stesso, non sapeva più chi fosse. E aveva a disposizione soltanto una notte, quella, per trovare delle risposte.

 

Una notte dominata dal senso di colpa. Aveva da perdere da qualunque scelta avesse preso l’indomani: mollare tutto non presentandosi sulla griglia di partenza o continuare come se nulla fosse. Entrambe le opzioni erano accomunate da un carico di responsabilità insostenibile. Proseguire avrebbe significato rimandare ancora una volta, forse per sempre, la possibilità di dare una sterzata ai suoi rapporti interpersonali. La famiglia, in particolar modo il dispotico papà Milton, non aveva mai digerito fino in fondo la vita rischiosa e incontrollabile che si era scelto. Una vita in cui le corse erano totalizzanti al punto da rendere necessariamente a tempo determinato ogni relazione amorosa, impedendogli di costruire legami duraturi. Ma anche l’ipotesi ritiro aveva delle controindicazioni non indifferenti. Inafferrabili. Per coglierle appieno dobbiamo seguire il suggerimento di Terruzzi: “La sua ombra era ampia, lunga. Conteneva la percezione del proprio talento, della propria ricchezza. La consapevolezza di dover restituire sempre e comunque qualcosa di perfetto”.

Così intitolava il settimanale Autosprint il 2 maggio 1994.

Questa frase è troppo significativa per sfuggire a un’interpretazione estensiva che vogliamo azzardare in questa sede, ovvero un qualcosa che concerne in qualche modo il Brasile intero. Il gigante sudamericano è un paese continente caratterizzato storicamente dalla debolezza dello Stato, sempre prono all’agenda politica dettata dai poteri forti. Poteri forti rappresentati da Rede Globo, dai militari, dalle banche, dai fazenderos e dall’ascesa della Chiesa evangelica. Eccettuati i militari, Ayrton Senna ha indirettamente rappresentato ben quattro centri di potere su cinque.

 

I sensi di colpa di Ayrton

 

Papà Milton Da Silva, costruitosi da solo, aveva accumulato con il tempo una grandissima ricchezza trasformandosi in un fazendero di tutto rispetto, forse anche troppo, visto che qualche anno dopo la morte del figlio subì delle accuse di schiavismo. Anche le frequentazioni con Rede Globo, il più esteso impero mediatico del Sud America, riempivano la vita di Ayrton, basti pensare alla strettissima amicizia con l’influente e strapagato giornalista Galvao Bueno e alla relazione con la showgirl Xuxa Meneghel, entrambi al soldo della potentissima corazzata televisiva. Per non parlare delle banche, spesso e volentieri sponsor dei programmi trasmessi dal monopolio televisivo ma anche dello stesso Ayrton: il famoso cappellino blu e bianco del Banco Nacional (banca rilevata nel 1995 dall’altrettanto potente Unibanco) sembra quasi disgiungibile dall’immagine di Ayrton. Infine anche la Chiesa, sia quella cattolica che evangelica (Senna apparteneva a questa seconda corrente), ha sempre assunto un ruolo assolutamente politico incidendo moltissimo sulle scelte dei governi che si sono succeduti, anche grazie alle oceaniche donazioni dei fedeli.

Ayrton Senna con l’inseparabile cappellino Nacional. Un’altra fonte di sensi di colpa.

Fatalmente e suo malgrado, se c’era una persona che poteva incarnare le abissali differenze sociali di un paese tanto bello quanto ingiusto quella era proprio Ayrton Senna. E se a queste fortune materiali aggiungiamo anche un talento innato fuori quotazione, allora capiamo bene quale fossero le proporzioni della missione che si era intestato. Non è una colpa nascere ricchi e per giunta con una sensibilità al volante fuori dalla norma. Ma il possesso congiunto di queste ricchezze lo obbligava a pretendere da se stesso sempre di più, fino all’inverosimile. A differenza della maggior parte dei suoi connazionali, lui la possibilità di dedicarsi allo sviluppo del suo talento ce l’aveva eccome. Il lavoro incessante a cui si sottoponeva mirava idealmente a raccogliere tutte le istanze dei ragazzi che non potevano farcela. Perciò tirarsi indietro sarebbe stato un peccato mortale.

 

Ecco perché quando pensiamo ad Ayrton ce lo immaginiamo pensieroso, disturbato e mai sereno, se non sul gradino più alto del podio. E comunque solo per lo stretto necessario. Solo la vittoria poteva evitargli questa sorta di vergogna di appartenere alla ristretta cerchia dei benestanti e metterlo in pari con il resto della popolazione per qualche attimo. Era l’unico modo per azzerare, almeno la domenica, la distanza siderale con le persone che non avevano niente se non la speranza di vederlo trionfare. Per questo motivo alla fine scelse di guidare anche a Imola. Ritirarsi avrebbe significato sospendere l’opera di restituzione, privare i brasiliani della domenica, abbandonare la missione, imborghesirsi, sancire l’effettiva distanza in nome di una scelta conservativa orientata alla salvaguardia della propria persona e dei propri affetti.

 

Una contropartita insufficiente a colmare il dilagante senso di colpa che ne sarebbe seguito. Consegnandosi alle comodità del suo status di privilegiato, stavolta avrebbe rappresentato per davvero i poteri forti, tradendo così la fiducia cieca che il popolo aveva in lui. Non se lo sarebbe mai perdonato. Per sfuggire a questa vergogna perpetua non c’era altra via. Doveva correre e basta. Fosse anche l’ultima volta.

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