Una delle sfide a cui deve far fronte l’Uomo di ogni epoca è quella di vivere il proprio Tempo, l’essere calati in una dimensione in linea con la Storia universale: per sua costituzione, la natura umana è da sempre in lotta con se stessa. Quando il Primo Uomo ha pensato se stesso è uscito per sempre dal regno dell’istinto, per finire nell’anarchia della razionalità. Come la Storia ci insegna, l’Uomo è un continuo porsi di dilemmi e antinomie, di drammi e farse, un teatro dell’assurdo dove l’attore è lo spettatore di se stesso. Generalmente questo turbamento passa sotto traccia e i più, non considerandolo, sono portati a pensare alla loro vita come la fine e il fine di tutto: scelgono la contingenza, prendono tutto ciò che il mondo gli offre, “vincono” tale sfida proprio perché non la combattono, si perdono nel Tempo perché non lo vivono. Alcuni ancora percepiscono questa tensione ma non riescono a risolverla perché non la riconoscono, e passano la loro esistenza a cercare di far pace con se stessi, percepiscono la “debolezza” che per Goethe lega i grandi uomini di ogni secolo alla loro epoca: sono questi i veri con-temporanei, i coraggiosi che si riconoscono nel mancare il proprio tempo per ritrovarlo nella coscienza straziante della discronia.

«La nostalgia è il dolore della vicinanza del lontano.» - M. Heidegger

«La nostalgia è il dolore della vicinanza del lontano.» – M. Heidegger

Altri, piuttosto, decidono coscientemente di calarsi nell’inquietudine, dichiarando di non far parte di questo mondo, e di combattere contro ogni manifestazione di quest’età che non è la loro. Porsi così contro l’oggi lascia all’autore della scelta due possibilità: una prevede di votarsi alla futura costruzione di un’Utopia a-dimensionale, alla formalizzazione di un Mondo Nuovo, e spesso conduce all’assegnazione da parte dei consociati della qualifica di “folle”; l’altra invece, ben più semplice della precedente, consiste nella lode del tempo andato, nel continuo guardarsi indietro, nel rimpiangere la stagione passata. Questo sentimento non è mai stato codificato nell’antichità poiché non ce n’era la necessità: si poteva percepire la lontananza di un luogo o di una persona, si poteva criticare il Presente pensando a cosa portare nel Futuro dal buono del Passato, ma mai si è pensato di negare valore al qui e ora per elevare a unico idolo il giorno che fu. Si è dovuti attendere l’epoca moderna per avere anche il nome stesso di “nostalgia”, inventato dal giovane medico Johannes Hofer nel 1688 a identificare il mal du pays che i mercenari svizzeri provavano pensando ai loro monti mentre combattevano per il re di Francia Luigi XIV, fondendo i termini greci “νόστος”, “ritorno”, e “ἄλγος”, “dolore”, come “dolore per l’impossibilità del ritorno”. Se allora – pur anacronisticamente – possiamo vedere nell’Odisseo omerico il più grande nostalgico di sempre, va riconosciuto che da termine medico “nostalgia” è presto passato ad indicare altro. Con Baudelaire la modernità inghiotte la nostalgia “classica” e ne fa un nuovo sentimento, come dice Antonio Prete in un suo scritto in materia, “senza oggetto e quindi non più curabile”: è la mancanza di qualcosa di impossibile, del passato e anche del futuro. In “A una passante”, il poeta parigino dice:

Ti rivedrò solo nell’eternità? / Altrove, assai lontano di qui! Troppo tardi! Forse mai! / Perché ignoro dove fuggi, né tu sai dove io vado, / tu che avrei amata, tu che lo sapevi!

«Tutti riceviamo un dono. / Poi, non ricordiamo più né da chi, né che sia. / Soltanto ne conserviamo – pungente e senza condono – la spina della nostalgia.» - Giorgio Caproni

«Tutti riceviamo un dono. / Poi, non ricordiamo più
né da chi, né che sia. / Soltanto ne conserviamo
– pungente e senza condono –
la spina della nostalgia.» – Giorgio Caproni

Negli ultimi tempi invece, una nuova concezione di Nostalgia si è diffusa, tralignando dall’empireo mistico dei Fiori del Male alla misera Serie A italiana, aiutata dalla nascita di un gruppo con relativa pagina su Facebook che conta quasi 500.000 “mi piace”, dal nome eloquente di “Serie A – Operazione Nostalgia”. Cambiamo il piano, ma non la riflessione. Il movimento nostalgico nasce in pronta risposta all’ignoranza, al bomberismo, fenomeni nati anch’essi sul web che tra lo scanzonato e il faceto prendono in giro lo stile di vita del calciatore arricchito e ignorante, ma con una mal celata vena d’invidia per il successo raggiunto a suon di bomberate dal campione di turno. Già da subito la questione nostalgica lascia perplessi: non ci si riferisce alle grandi epoche del calcio italiano come il Milan di Rivera, la Nazionale ’82, o ancora gli eroi del Grande Torino etc. Il termine di paragone è il calcio anni ’90, con confini temporali mobili che alla bisogna sfociano in avanti nei duemila inoltrati e difficilmente si spingono troppo indietro, e il perché è presto detto: è l’epoca della fine dell’infanzia e della prima adolescenza dell’appassionato di calcio medio di Facebook, che non può avere ricordi di un’epoca che non ha vissuto e certamente rimpiange l’età leggera e spensierata del suo calcio di strada. Oggigiorno la crisi non è ancora finita, i posti di lavoro sono carenti e con probabilità il nostalgico è un (quasi) trentenne nell’età dell’incertezza, troppo giovane per essere vecchio e troppo vecchio per essere giovane: al grido di “machenesanno”, marchio registrato della nostalgia, si rimpiange il calciatore dimenticato, si esalta il goleador di provincia, e al contempo si biasima il nuovo, qualsiasi esso sia. Bisogna qui lasciar stare l’ambiguità di un movimento che diventa prodotto, perché venduto come tale dai suoi inventori al fine di pubblicizzarsi nei circoli del marketing, di cui i raduni nostalgici sono “perfetto esempio di engagement” di pubblico disposto a uscire dal virtuale della rete per ricreare la stessa esperienza nel mondo reale e diventarne quindi non più utilizzatore passivo ma consumatore attivo, attraverso eventi che non sono altro che partite di vecchie glorie, seppur titolate. Va invece notato come se la lode alla Serie A degli anni ’90 viene per scontata data l’autoevidente supremazia del nostro calcio dell’epoca, la questione diventa grottesca con personaggi particolari, anche simpatici, i cui vizi sono portati sull’altare per poi servire, quegli stessi vizi, da frecce puntate – e scoccate – contro i viziati del calcio moderno. Non serve perdersi in descrizioni dettagliate del caso perché il problema non è tanto la pagina su Facebook – o non solo -, quanto la dimensione che il nostalgismo ha raggiunto in relazione al pallone in senso lato. “Contro il calcio moderno” è uno degli slogan più in voga per la fetta di pubblico che si oppone al calcio-supermarket: se questo è giustificato quando i prezzi dei biglietti lievitano oltre i limiti, non lo può più essere quando la VAR è una realtà – volenti o nolenti -, il calcio d’inizio si batte all’indietro e i rinnovi dei contratti si fanno in diretta video sui social. Il mondo va avanti, anche se non come il vero tifoso vorrebbe, pro-gredisce verso il futuro: magari non è migliore (secondo quale gamma di criteri è poi da vedere) ma di certo si muove.

Un imponente contraltare al nostalgismo: il Leicester di Claudio Ranieri

Un imponente contraltare al nostalgismo: il Leicester di Claudio Ranieri

Dare acqua a una pianta morta invece di curare il germoglio è porsi in quella posizione di passatismo sterile che nulla porta al dibattito sull’oggi. Il nostalgismo ammicca alla Memoria ma non fa Storia: è mero opporsi alla realtà. Sempre sul web sono infatti nati luoghi “anti-nostalgici” che ne sono parodia, esaltandone – almeno qui per scherzo – il contrario. “Non farti fottere dalla nostalgia” – dice un attempato e cieco Alfredo a Salvatore in Nuovo Cinema Paradiso. Il personaggio anziano ammonisce il giovane sull’intensità dell’allontanamento, quasi a praticare quello che per Croce era doveroso distacco dal contemporaneo, poiché manchevole della distanza che permette una valutazione critica dell’oggetto. Contro Heimweh, nostalgia, i tedeschi hanno costruito Fernweh, la “nostalgia della lontananza”, la voglia di andare oltre, di lasciare il porto sicuro e di sondare l’orizzonte che prese Goethe alla vista del Reno, e che prese ancora l’Ulisse di Dante, tutt’altro che nostalgico: egli non cedette ad Itaca e proseguì dalle Colonne d’Ercole verso l’infinito, l’oltre. “Chi lascia la casa ha già fatto ritorno”, ha detto Borges, lo stesso che dava teoria estetica al presente come negazione di passato e futuro:

Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges.

Il nostalgismo calcistico, quindi, è una contraddizione, non solo perché arriverà sempre qualcuno che dopo dirà che prima era meglio per il solo fatto di essere stato prima, ma anche perché essere nel Tempo è l’unico modo per viverlo: riconoscersi nella condizione esistenziale di dis-locazione, di quella debolezza che Goethe attribuisce solo ai grandi uomini, essere Storia per poterla fare: non esistere passivamente, ma incidere sul Presente.