Altri Sport
19 Ottobre 2019

Sulla punta delle dita

Diario intimo di un arrampicatore.

Molti degli esteti dell’arrampicata non lo sanno, ma se questa disciplina è arrivata ad essere così attenta all’etica e allo stile, il merito è sicuramente dell’alpinista Paul Preuss. L’austriaco fu il primo ad interrogarsi su quanto, per lui, fosse più importante il modo in cui scalava una cima piuttosto che il solo fine di arrivarci. Possiamo tranquillamente affermare che Preuss fu il precursore di quello che oggi sta diventando un fenomeno sempre più diffuso: l’arrampicata sportiva.

 

In montagna si va per essere liberi. Senza la libertà l’alpinismo non esiste più. (Bruno Detassis)

 

Non è un caso che si parli di arrampicata libera. Sul finire degli anni ’60, un gruppo di giovani nella valle di Yosemite in California cominciò a disdegnare i mezzi artificiali per la progressione (chiodi, staffe, piramidi umane) e si preoccupò di raggiungere la vetta solo con le proprie forze. Ovviamente non si rendevano conto di quello che stavano facendo, ma questa comunità hippy di free climbers stava cambiando il mondo dell’arrampicata per sempre. Ho avuto modo di vedere il documentario “Valley Uprising”, legato a questa vicenda: devo dire che mi ha folgorato.

 

Vivere sulla punta delle dita (Nicholas Ferrari Photo)

 

Sono convinto che il termine “libera”, accostato alla parola “arrampicata”, non intenda solamente la modalità con cui si raggiunge la vetta (solo con le proprie abilità e capacità), ma sia strettamente collegato al concetto di libertà in senso lato. Perché l’arrampicata non è, a mio avviso, uno sport: è un movimento sovversivo, di rivolta. In passato ho praticato molti sport, ma non ho mai avuto la reale percezione di avere la mia vita in mano come nella scalata.

 

Il vero climber è un eterno infelice: un ribelle mai domo in lotta contro una società che ci vuole omologati alle sue finte regole. Personalmente, mi sono innamorato di questo mondo andando a scalare in montagna, un luogo diverso dalla palestra o dalla “semplice” parete. In montagna ti ritrovi a ore e ore dalla civiltà – a volte senza nessuna possibilità di avere contatti con il mondo esterno – e ti senti assolutamente in pace con te stesso. Silenzio, serenità, un rapporto intimo che lega te e la successione di appigli e appoggi verso quel paradiso che noi arrampicatori chiamiamo vetta.

 

Un alpinista non arriva mai veramente in cima ad una montagna. Nello stesso momento in cui il piede tocca la cima, prima ancora che la tensione si sciolga, la mente è già partita verso un nuovo progetto. (Stefan Glowacz)

 

Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di arrampicare insieme a Sandro De Toni, un alpinista bresciano molto preparato. Sandro, oltre ad aver ripetuto quasi mille vie, è laureato in filosofia: oltre a condividere le ascensioni, abbiamo avuto modo più volte di confrontarci sul perchè l’arrampicata sia così invasiva su chi la pratica. Abbiamo per ora trovato queste risposte: il tema dell’ascesa è quello centrale. Salire verso l’alto costringe a non rimanere in basso. Laggiù ci sono preoccupazioni, malesseri, insoddisfazioni e ingiustizie. In parete, durante la scalata, tutto questo viene meno. La roccia, a differenza del mondo in cui viviamo, è schietta e ti mette davanti a chi sei veramente. In parete non puoi mentire a te stesso. Mi è capitato più di una volta di ritrovarmi in situazioni di disagio e chiedermi: “Ma chi me lo ha fatto fare?”. La cosa incredibile, ricollegandomi alla frase del grande Glowacz, è che non appena conclusa una scalata la mia mente vola alla prossima avventura, che sarà inevitabilmente sempre più difficile. Come un’ossessione, come una droga. Uscirne diventa sempre più complicato.

 

La vita su roccia (Nicholas Ferrari Photo)

 

Non provengo da una famiglia di scalatori, ma ho sempre trovato molto sostegno nelle persone a me vicine. In realtà, nove persone su dieci pensano che gli alpinisti siano egoisti. Sono però certo che l’alpinista sia egocentrico, ma non egoista. Come sono certo del fatto che se non ci fosse gente disposta a rischiare, saremmo ancora all’età della pietra. Credo sia onorevole che un uomo metta a repentaglio la propria vita per alzare l’asticella, per superare quel limite che fino a poco tempo prima era invalicabile.

 

Credo sia molto più facile vivere una vita all’interno di una “comfort zone”, giudicando e sentenziando su cose che non si possono capire. Prendiamo ad esempio “Free Solo”, la storia di un ragazzo americano, Alex Honnold, che scala una via di mille metri sulla parete di El Capitan, in Yosemite, completamente slegato. Honnold ha praticamente annientato ogni limite, con questa sua performance. Da perfetto sconosciuto a fenomeno mediatico, celebrità e poi leggenda. Mi sono domandato una cosa: e se fosse caduto? Se fosse caduto nessuno glielo avrebbe perdonato: il solito alpinista egoista e invasato che si è cercato la morte. Strana, la vita.

 

Le montagne, come i mari, i fiumi, le foreste, i deserti, sono i nostri terreni di gioco. (Gaston Rébuffat)

 

Quello che amo dell’arrampicata è il contatto diretto con la roccia. Sono affascinato dalla natura e dall’influenza che gli elementi naturali hanno su di noi. Mi sono sempre sentito a mio agio in luoghi dove, solitamente, la gente a proprio agio non è. Arrampicare, poi, non è solamente il gesto: acquisici una forma mentis che ti cambia nella vita di tutti i giorni. Si tratta di uno stile di vita, un modo di essere. Personalmente, mi ha aiutato anche nel lavoro e nella mia vita personale. Pietro Dal Prà, fortissimo alpinista italiano, ha detto che l’arrampicata è il modo più lento per salire. Forse, in un mondo che va sempre più veloce di noi e che a volte ci costringe ad essere quello che non vogliamo, io qui ho trovato la mia dimensione. Mi prendo il mio tempo. Il resto verrà da sé.

 

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