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Andrea Antonioli
19 Aprile 2021

Fate la Superlega e levatevi dai c*glioni

Andrea Antonioli

80 articoli
Il calcio appartiene a noi, non a loro.

Sono questi i momenti storici, anche nello sport, in cui serve calma. Lucidità per non essere travolti dagli eventi, per ragionare già sull’alternativa, Qualche anno fa, quando leggemmo la prima provocazione pro-Superlega ad opera degli Ultras Tito Cucchiaroni della Sampdoria – Sì alla Superlega europea. Fatela subito! – ci sembrava una boutade sparata tra il sarcasmo e il paradosso. Al contrario i tifosi blucerchiati avevano ragione alla grande, e lo stesso pensiero ce lo avrebbe poi espresso, a distanza di un paio d’anni e senza giri di parole, Francesco Repice: Fate la Superlega, lasciateci il pallone!

 

 

Ma ripercorriamo brevemente i fatti per chi non avesse seguito la “guerra dei ricchi”, come l’ha definita l’Equipe stamane, che ha sconvolto il calcio europeo e non solo. Ieri mattina iniziano a filtrare delle indiscrezioni, che semplici rumors effettivamente non sono, sul lancio della Superlega allo scoccare della mezzanotte di oggi 19 aprile: lo scoop lo dà al grande pubblico addirittura il New York Times, ma i vari organismi internazionali e le singole federazioni nazionali – ovviamente – già sanno. Per questo la nettezza dei comunicati dell’UEFA e dei vari campionati. Il messaggio, al di là delle solite frasi sulla competizione cinica, immorale ed oligarchica, è semplicemente questo:

 

chi gioca da loro non gioca da noi. Nessuna competizione, neanche quelle internazionali.

 

Qui interviene la FIFA, che secondo le versioni originarie della Superlega avrebbe potuto essere un pesante alleato dei nuovi padroni del calcio (ne parlava ad esempio Repubblica il 20 ottobre), e che prima ha dato l’impressione di voler serrare i ranghi con la UEFA, poi ha pubblicato un suo comunicato tanto cerchiobottista quanto ipocrita ed inquietante:

 

 

La Fifa è a favore della solidarietà del calcio e di un modello equo di ridistribuzione della ricchezza che possa aiutare la crescita del calcio a livello globale (…) Secondo i nostri statuti, ogni competizione – nazionale, regionale o globale – deve sempre riflettere i principi chiave di solidarietà, inclusività, integrità e equa ridistribuzione finanziaria (…) La Fifa sostiene l’unità del mondo del calcio e richiama tutte le parti coinvolte in questa accesa discussione ad un dialogo calmo, costruttivo ed equilibrato per il bene del gioco, nello spirito della solidarietà e del fair play. La Fifa farà ovviamente tutto il necessario per contribuire ad andare avanti con armonia, nell’interesse generale del calcio”.

 

Dalla gestione Blatter in poi, non è che sia cambiato molto. (Philipp Schmidli/Getty Images)

 

 

Leggere la FIFA che parla di fair play, intanto, è come sentire Rocco Siffredi che fa l’elogio della castità. Ma a parte questo, alcuni concetti chiave sono gli stessi usati dai super-ricchi, a partire dalla “crescita del calcio a livello globale”. È questo il tasto su cui hanno battuto Florentino Perez – «il calcio è l’unico sport globale con più di quattro miliardi di appassionati e la nostra responsabilità è di rispondere ai loro desideri» – Joel Glazer, co-chairman del Manchester United – «mettendo insieme i più grandi club del mondo, la Super League aprirà un nuovo capitolo per il calcio europeo con una competizione e strutture di prim’ordine a livello mondiale, oltre a un cresciuto supporto finanziario per la piramide calcistica» e ovviamente Andrea Agnelli:

 

“I 12 Club Fondatori hanno una fanbase che supera il miliardo di persone in tutto il mondo e un palmares di 99 trofei a livello continentale. In questo momento critico ci siamo riuniti per consentire la trasformazione della competizione europea, mettendo il gioco che amiamo su un percorso di sviluppo sostenibile a lungo termine,

 

con un meccanismo di solidarietà fortemente aumentato, garantendo a tifosi e appassionati un programma di partite che sappia alimentare il loro desiderio di calcio e, al contempo, fornisca un esempio positivo e coinvolgente”.

 

Insomma, ora che abbiamo inquadrato il golpe finanziario, ancor prima che sportivo, dei 12 club fondatori – Manchester City, Manchester United, Chelsea, Arsenal, Tottenham, Liverpool, Barcellona, Real Madrid, Atletico Madrid, Juventus, Inter e Milan, in attesa che se ne aggiungano altri – possiamo provare a ragionare logicamente. Viste le barricate alzate dalle varie federazioni nazionali e dall’UEFA, le alternative a questo punto sono tre (o magari una somma di alcune di esse).

 

 

 


1. I TOP CLUB STAVANO PER IMPLODERE


 

Questa sarebbe l’opzione per noi più dolce, e comunque sta certamente alla base del golpe calcistico-internazionale (la struttura dei grandi cambiamenti, in fondo, è sempre economica). È vero, la pandemia è stata l’ultimo colpo inferto a quei top club che, già da anni, chiudevano i bilanci con debiti strutturali da far invidia a quelli degli Stati, eppure questa dichiarazione di guerra non può essere solo la mossa disperata di multinazionali sportive agonizzanti, la manifestazione del loro istinto di sopravvivenza.

 

Come accennato il movente finanziario è alla base del tutto (secondo il Sole 24Ore e lo stesso New York Times ogni club, per il solo fatto di partecipare alla SuperLeague, conterebbe su almeno 425 milioni di dollari).

 

Però anche qui, i nuovi feudatari del pallone con ogni probabilità contano su qualcos’altro: se davvero fossero soli contro il mondo, perché un “loro” calciatore dovrebbe imbarcarsi in una Lega, certo super esclusiva e remunerativa, ma che ipso facto lo escluderebbe da tutte le altre competizioni nazionali e soprattutto internazionali? Ce li vedreste un Cristiano Ronaldo, un Messi o un Sergio Ramos rinunciare alle maglie di Portogallo, Argentina e Spagna per sfidarsi all’infinito tra di loro? Da qui si arriva al punto due.

 

Andrea Agnelli
Il teorico italiano del Grande Reset e della Superlega si stava preparando da anni. (Daniele Badolato – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

 

 


2. I GOLPISTI HANNO QUALCOSA DI GROSSO IN MANO


 

Qui si possono fare solo supposizioni, e anzi sperare che non corrispondano a realtà – sarebbe tuttavia assai singolare che i super-ricchi, foraggiati tanto per iniziare da quei diavoli di JP Morgan con 5 miliardi sull’unghia, non abbiamo un grande Plan B. Questo piano B potrebbe essere un accordo con la FIFA in rotta di collisione con l’UEFA – non così difficile da immaginare, checché ne dicano tutti i giornali, visto il comunicato democristiano di Infantino e soci. La FIFA infatti, fino ad appena tre mesi fa, tuonava contro la Superlega sfoderando toni da battaglia: «Ogni giocatore coinvolto non potrà partecipare a competizioni organizzate da FIFA o dalle sei confederazioni».

 

 

Perché oggi, allora, un comunicato dai toni così morbidi? Forse per mediare certo, o addirittura per la paura che Agnelli e soci possano creare degli organi calcistici internazionali paralleli – qui siamo nella distopia ma, ripetiamo, quando ad aiutare “il mondo nuovo” ci sono banche d’affari e multinazionali miliardarie tutto diventa possibile, o solo più semplice. Ciò porterebbe a un mutamento storico del sistema calcio globale, ovviamente ancor meno inclusivo, ma al momento si tratta solo di un’utopia (anzi una distopia, per l’appunto), a dir poco irrealizzabile.

 

 

 


3. SPARARE ALTO PER POI CONTRATTARE


 

Questo sarebbe un po’ il metodo Trump, e non solo il suo: minacciare Kim Jong-Un di lanciare un missile a Pyongyang per poi sedersi al tavolo delle trattative. Certo qui però sembra tutto pronto: i finanziatori già ci sono, i contratti televisivi con ogni probabilità anche e la stessa manifestazione dovrebbe partire ad agosto. Addirittura ultimamente l’UEFA aveva provato a venire incontro alle esigenze dei top club inaugurando la “Super Champions”, ma proprio dalla rottura nelle trattative è nata la svolta dei 12 – come gli apostoli.

 

 

Che poi bisogna essere onesti, e lo stesso Ceferin (presidente UEFA dall’aspetto mefistofelico) che si improvvisa difensore dei valori di equità e giustizia nel calcio stona un po’. Il fronte dei 12 conta allora sul fatto che la UEFA dovrà scendere a compromessi, e magari spera di incrinare il fronte tra la UEFA stessa e le varie federazioni nazionali (inglese, italiana e spagnola), che al momento si sono duramente schierate contro la SuperLeague.

 

Aleksander Čeferin, classe 1967, presidente UEFA. (Alexander Hassenstein/Getty Images)

 

 


IL PALLONE È NELLE NOSTRE MANI


 

Non tutto è perduto, anzi! Intanto dobbiamo essere ben consapevoli di una cosa: i signori del calcio sono soli come non mai. Certo hanno soldi, potere e contratti, ma nessun sostegno popolare. Gli stessi governi europei si sono schierati nettamente contro i propositi elitari: da Emmanuel Macron, che ha chiarito di sostenere i club francesi che «si sono opposti a una competizione che mette a repentaglio il principio di solidarietà e di meritocrazia nello sport» a Boris Johnson, fino ad arrivare al nostro Enrico Letta, il più europeista degli europeisti, che ha parlato di «idea sbagliata e intempestiva», aggiungendo incredibilmente: «in Europa il modello NBA non può funzionare».

 

“Il progetto di una Super League europea sarà molto dannosa per il calcio e appoggiamo le autorità calcistiche che intraprendono misure. Colpirà al cuore il gioco e darà dispiacere ai tifosi di tutto il Paese. I club devono rispondere ai propri tifosi e alla più ampia comunità calcistica prima di compiere ulteriori passi”

 

– Boris Johnson

 

Insomma, con queste premesse è tempo di suonare la carica. Ci vogliono calma, intelligenza e visione: dobbiamo ora pensare a un nuovo modello, “sostenibile”, come va di moda dire oggi, ma più semplicemente umano, territoriale, identitario, comunitario. Questa per noi è una grandissima occasione, è quello che abbiamo sempre sognato. Perché i fautori della Superlega possono anche portarsi via il calcio d’élite, ma non potranno mai portarci via il pallone. Per questo dobbiamo sfruttare il momento per riprenderci il football, per impedire che torni ai suoi albori oligarchici da college inglesi.

 

Come dice Jorge Valdano, “il calcio è l’unica cosa che i poveri abbiano rubato ai ricchi”. E così deve restare.

 

Siamo obbligati ad approfittare dello strappo per svegliarci, per dimenticare le derive oligarchiche e spettacolarizzate degli ultimi anni, per non rassegnarci a a vendere i diritti degli ultimi 15 minuti delle partite; per reagire a quella narrazione criminale e fatalista della Generazione Z annoiata, interessata solo agli highlights, incapace di seguire tutta una partita e attratta più dai top players che dalle singole squadre. È il nostro momento, quello che aspettavamo da tempo. Dobbiamo solo smettere di lamentarci e prendere coscienza di noi stessi: il calcio siamo noi, non sono loro. Insieme abbiamo più potere di quanto pensiamo.

 

 

Per quanto sia difficile, siamo chiamati ad abbandonare quelli che non sono più i “nostri” presidenti: Agnelli, Zhang, Scaroni (o chi per lui), Friedkin, se come dice Marco Bellinazzo la Roma dovesse essere la quarta italiana ad unirsi: andassero al diavolo! Anzi, se ne andassero e basta. Sarà un trauma per milioni di tifosi che – stante così le cose, ma attenzione agli sviluppi – non avranno più la propria squadra nel campionato nazionale. Ma vi chiediamo: che senso ha sostenere Inter o Milan se per una trasferta dovremo prendere un volo low cost, tifare la Roma e non poter più vivere il derby con la Lazio, la Juventus senza quel clima di guerra e di odio in ogni stadio d’Italia?

 

Addirittura Tuttosport titola così, contro la Superlega.

 

 

A costo di essere ripetitivi, il pallone è di nuovo nelle nostre mani: sta a noi organizzare la controffensiva, e non elemosinare dai più ricchi un posto al sole – si fa per dire – scatenando una guerra tra poveri che non vedono l’ora di diventare ricchi. Governi, tifosi, società, media, appassionati, allenatori ed ex sportivi sono tutti uniti contro la Superlega: mettiamo a frutto questo patrimonio con idee e progetti. Il clima è favorevole, e non è un caso che il segnale più incoraggiante sia arrivato dall’Inghilterra, una terra che malgrado ospiti il calcio più spettacolarizzato e globalizzato che ci sia (la Premier League), ha reagito alle élites transnazionali con una levata di scudi quasi commovente.

 

 

Prima ha parlato la tradizione, la PFA (i calciatori professionisti del Regno Unito, la più antica associazione di sportivi professionisti al mondo): «Questa proposta toglierebbe forza e gioia al calcio casalingo, e farebbe perdere di valore al gioco per la grande maggioranza dei tifosi in giro per l’Europa». Poi si è espressa una leggenda come Sir Alex Ferguson: «È un allontanamento da 70 anni di calcio europeo per i club. I tifosi di calcio sono il cuore pulsante dello sport e ogni decisione dovrebbe avere il loro sostegno. Siamo preoccupati come loro che si possa creare così un circolo chiuso ai vertici del nostro calcio». Quindi l’attacco frontale di Gary Neville, ex icona del calcio inglese e oggi commentatore per Sky Sports:

 

 

«Sono un tifoso del Manchester United da 40 anni ma sono disgustato, in particolare dal mio Manchester United e dal Liverpool. Voglio dire, il Liverpool è il club del “You’ll Never Walk Alone”, il “Fans Club” o il “The Peolple’s Club”, e poi il Manchester United, creato da gente nata e cresciuta attorno a Old Trafford più di 100 anni fa, e vogliono entrare in un torneo senza competizione, dal quale non puoi essere retrocesso. È una disgrazia, un atto criminale. Dobbiamo rivedere il potere calcistico di questo paese partendo dai club che dominano la Premier League, a partire dal mio club, il Manchester United.

 

 

Quello che stiamo vedendo è semplice avarizia, nient’altro. I proprietari dello United e del Liverpool ma anche del City e del Chelsea sono degli impostori, non hanno niente a che vedere con il calcio in Inghilterra.

 

Questo paese ha più di 150 anni di storia calcisticamente parlando, a partire dai tifosi di questi club che per decadi hanno tifato e supportato la loro squadra in qualsiasi situazione. E sono loro che vanno protetti».

 

Superlega Getty
Fuori da Celtic Park, altro che Superlega (Jeff J Mitchell/Getty Images)

 

 

Nel mezzo tanti protagonisti e giornali che hanno indicato un “atto criminale verso i tifosi”. È la tradizione che parla, la stessa tradizione che ha reso il calcio bene collettivo e fenomeno sociale, e a cui ora spetta il compito di reagire. In Germania dalle ultimissime indiscrezioni il Borussia Dortmund e lo stesso Bayern Monaco – che sembravano poter far parte dei 20 – hanno manifestato la loro contrarietà alla Superlega (c’entrerà anche la regola benedetta del 50+1%?). In Europa l’ECA, dopo ovviamente l’UEFA, ha preso posizione contro il nuovo torneo – e Andrea Agnelli si è dimesso da presidente dell’associazione dei club europei, per diventare vice-presidente della SuperLeague.

 

 

In Spagna la RFEF si è schierata per il no categorico, così come in Inghilterra la FA e in Italia la FIGC: addirittura in Serie A tre squadre, Atalanta, Verona e Cagliari, avrebbero chiesto l’esclusione dalla Serie A di Juve, Inter e Milan. La guerra è appena iniziata, ora sta a noi alzare la testa: a noi semplici appassionati e tifosi non cedendo ai ricatti dei venditori di spettacolo, alle federazioni e ai dirigenti dimostrando coraggio e visione, immaginando un calcio del “futuro” che sia a misura d’uomo.

 

 

Quasi un anno fa scrivevamo che “il calcio del futuro è con i confini”: non una semplice presa di posizione reazionaria o peggio nazionalista, bensì l’utopia di tornare al pallone delle identità, qualunque esse siano. Un calcio che appartenga al suo popolo; lo stesso popolo che, più di un secolo e mezzo fa, lo aveva sottratto ai campus inglesi per portarlo in tutte le piazze e in tutti i potreros del mondo. Per questo che facciano la Superlega, e che si sbrighino anche. È la nostra grande occasione, basta averne consapevolezza: nulla è irreversibile, nemmeno la globalizzazione (nel calcio).

 

 

 

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