Editoriali
22 Dicembre 2023

Il Calcio Nuovo, un salto nel buio

Il '900 è finito, il pallone è libera(lizza)to.

Se la filosofia ci ha insegnato una cosa, forse una su tutte, è che i grandi processi storici non possono essere analizzati con le categorie morali. Liquidare i più profondi mutamenti delle epoche con concetti e termini quali bene e male, giusto e sbagliato è una semplificazione di un tempo bramoso di risposte, che all’approfondimento dei fenomeni nella propria essenza (ammesso che ce l’abbiano) preferisce l’immediatezza di reazioni umorali e conclusioni a caldo. In questo eravamo stati colpevoli pure noi, quando all’indomani del tentato golpe superleghista ci eravamo scagliati contro i cospiratori non comprendendo quanto questi, semplicemente, fossero degli attori in una trama.

Quando avevamo sbraitato Fate la Superlega e levatevi dai coglioni avevamo sì le nostre ragioni – quella di lasciar andare i plutocrati del pallone con la corrente e per la loro via, in attesa magari delle rapide, tornando a interessarci ad un calcio più a misura d’uomo – ma conservavamo ancora una certa dose di moralismo, supponendo in fondo in fondo che qualcuno (come UEFA e FIFA) potesse rappresentare il minore dei mali possibili, un argine alla liberalizzazione integrale del pallone, un katéchon (ovvero una forza frenante) alla venuta dell’Anticristo.

Qui compivamo un errore di sottovalutazione: credevamo che quello superleghista fosse un colpo di stato, mentre era solo uno degli effetti inevitabili di un processo storico. La verità è che, dopo essersi chiuso nella geopolitica, nella politica, nella Chiesa, nella letteratura e via discorrendo, il ‘900 è finito anche nel pallone. Lo ha decretato ieri con la sua sentenza, anzi con le sue sentenze (ci torneremo) la Corte di giustizia dell’Unione Europea, la quale ha definitivamente liberalizzato il calcio. “Liberato” secondo Bernd Reichart, CEO di A22 Sports, società creata per organizzare la nuova Superlega o comunque vogliamo chiamarla. Che poi ha rilanciato:

«Abbiamo ottenuto il diritto di competere. Il monopolio della Uefa è finito. I club sono ora liberi dalla minaccia di sanzioni e liberi di determinare il proprio futuro. Per i tifosi: proponiamo la visione gratuita di tutte le partite della Superlega. Per i club: le entrate e le spese di solidarietà saranno garantite».

Il cuore della questione allora non riguarda tanto la Superlega, che non è causa bensì effetto: l’essenza del pronunciamento della corte va ricercato altrove e ancora prima, ovvero nel riconoscimento ufficiale del calcio come industria. È come industria, secondo la Corte Europea, che il calcio deve sottostare alle norme di libera concorrenza del mercato europeo, ma anche alle leggi di libera circolazione dei lavoratori. La corte si è infatti pronunciata su un altro caso, quello delle liste UEFA e di un minimo garantito di calciatori cresciuti nel vivaio del club e nella stessa federazione nazionale (8 in totale, 4+4), giudicandole incompatibili con la libera circolazione dei lavoratori garantita dall’articolo 45 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.



Il ricorso era stato infatti presentato dall’Antwerp e da Lior Refaelov (novello Bosman), e sempre dal Belgio è partita questa nuova ‘rivoluzione’. Nulla di vincolante, per quanto riguarda le liste UEFA, e ora il pallone ripasserà alla giustizia belga, però il segnale è inequivocabile: «nel calcio professionistico il talento ed il merito giocano un ruolo fondamentale», recita il pronunciamento, e dunque privilegiare giocatori cresciuti nel Paese sarebbe una discriminazione nei confonti di calciatori formati altrove, oltre che un limite alla suddetta circolazione. Insomma, il football non ha più uno “statuto speciale”. E laddove viene riconosciuto come un settore tra gli altri, è chiaro che debba adeguarsi alle norme europee nei loro vari ambiti.

È per questo che il monopolio di organismi come FIFA e UEFA è stato riconosciuto illegittimo, anzi addirittura un “abuso”: «Le regole FIFA e UEFA che subordinano alla loro approvazione qualsiasi nuovo progetto calcistico interclub, come ad esempio la Super League, e il divieto ai club e ai giocatori di giocare in quelle competizioni sono illegali. Allo stesso modo, le norme che conferiscono alla FIFA e alla UEFA il controllo esclusivo sullo sfruttamento commerciale dei diritti connessi a tali concorsi sono tali da restringere la concorrenza, data la loro importanza per i media, i consumatori e telespettatori nell’Unione europea», recita la sentenza.

E ancora: «La Corte rileva che l’organizzazione di competizioni calcistiche interclub e lo sfruttamento dei diritti media sono, evidentemente, attività economiche. Devono quindi rispettare le regole della concorrenza e rispettare le libertà di movimento (…) Parallelamente, la Corte osserva che le norme FIFA e UEFA sullo sfruttamento dei diritti dei media sono tali da danneggiare le squadre di calcio europee, tutte le società che operano nei mercati dei media e, in ultima analisi, i consumatori e gli spettatori televisivi, impedendo loro di godere di competizioni nuove e potenzialmente innovative o interessanti».

La conclusione è chiara e lapidaria: «La FIFA e la UEFA stanno quindi abusando di una posizione dominante».

Tralasciando il tono piuttosto singolare di alcuni passaggi della sentenza – ad esempio quello che parla di impedimento a «godere di competizioni nuove e potenzialmente innovative o interessanti», come se fosse compito della Corte Europea stabilire quali siano le competizioni potenzialmente ‘innovative’ o ‘interessanti’ (?) – resta il fatto che questo pronunciamento è destinato a segnare uno spartiacque nel mondo del calcio internazionale. Ma è il pronunciamento a farlo, non la Superlega: la Superlega è solo una forma, scomposta e volgare se ci consentite, dello spirito del tempo.



Quello stesso spirito del tempo che ha imposto all’ex gioco più bello del mondo, non in quanto ex più bello ma in quanto ex gioco, una mutazione genetica profonda, uno snaturamento economico-finanziario-commerciale che lo ha reso già da anni un prodotto d’intrattenimento vorace e sproporzionato. Il Novecento è finito anche nel pallone e l’impianto novecentesco del calcio, quello dei campionati nazionali e di limitate competizioni internazionali, ormai non reggeva più, tanto da aver già dovuto dilatare i propri confini inaugurando nuovi tornei, Mondiali per club e per Nazionali gonfiati, Champions League allargate e così via.

Un pallone costretto ad alimentarsi sempre di più, ancora e ancora. Obbligato a gonfiarsi per continuare a rimbalzare.

In fin dei conti si tratta di una guerra tra ricchi, come l’aveva definita a suo tempo l’Équipe, della scelta del padrone da adottare. Quel che è molto più complicato capire è cosa succederà adesso. Tutti si interrogano, ognuno con la propria ipotesi ma nessuno con una certezza, mentre già molti club (più di 50) si sono schierati contro la Superlega: dal Manchester United al Manchester City, dal Chelsea all’Arsenal, dall’Atletico Madrid al Bayern Monaco, e via via tante altre comprese le nostre italiane (su tutte Inter, Roma e Atalanta). Così anche le federazioni calcistiche nazionali, che addirittura hanno ventilato l’ipotesi di escludere dalle proprie competizioni tutti coloro che aderiranno alla Superlega (difficile possano farlo, considerata la sentenza che vieta alla UEFA misure punitive e sanzionatorie).

Diciamo che ancora una volta il grosso del calcio europeo è rimasto al fianco di ECA, UEFA e FIFA, ed è difficile immaginare come l’ipotetica competizione delineata da A22 Sports, composta da tre livelli e 64 squadre (e che al momento conta solo due adesioni), possa concretizzarsi. Eppure questo pronunciamento apre gli interrogativi tipici del libero mercato: ad esempio, a parte i club legati per rapporti strutturali o personali all’ECA, alla UEFA e alla FIFA, perché una società dovrebbe rinunciare alle possibilità di sviluppo economico-commerciali offerte dalla Superlega, se davvero così facendo potesse moltiplicare i suoi introiti, per restare fedele alle istituzioni tradizionali – a maggior ragione se queste non hanno il potere deterrente delle sanzioni?

Perché un club dovrebbe preferire gli introiti derivati dai diritti tv e dai risultati (nazionali e internazionali) rispetto a quelli, potenzialmente ben più corposi, offerti da una competizione alternativa – che nel frattempo pare voglia riconoscere un bonus ‘fedeltà’ fino al miliardo di euro a Real Madrid e Barcellona, distribuire ricchezze ai nuovi membri e offrire partite gratuite a tutti gli appassionati? Certamente motivi ci sono, considerata l’ennesima levata di scudi del calcio europeo. Ma ci troviamo ormai in una guerra di potere difficile da decifrare nei suoi reali rapporti di forza e anche nei suoi obiettivi – c’è pure chi parla non di una guerra bensì di una grande trattativa.



In definitiva, però, il punto non è chi realizzerà la liberalizzazione integrale del calcio, il punto è che quella liberalizzazione è già diventata realtà: tra la nuova Superlega di 64 squadre e le competizioni UEFA, in fondo, cambia solo il verdetto del campo e la componente del merito (pare), ovvero la qualificazione “europea” garantita dal piazzamento nei campionati nazionali – per questo gran parte della Liga ha protestato contro il nuovo format sotto lo slogan ‘¡Ganatelo en el campo!‘ (conquistatelo sul campo). Un fattore centrale nel calcio, certo, ma parzialmente aggiunto dagli ex golpisti e comunque l’unico a segnare al momento una vera differenza.

L’essenza della questione allora è che la Corte Europea ha equiparato – ormai comprensibilmente, per quanto per noi drammaticamente – il calcio ad un’industria; ha chiuso il ‘900 calcistico, quello degli Stati Nazionali, e ha inaugurato il XXI secolo nel pallone, quello della libera concorrenza, del libero mercato e della libera circolazione. Una sentenza storica ma nel senso che è figlia di un processo storico e di condizioni storiche (politiche ed economiche). Per quanto ci riguarda noi, come al supermarket, possiamo al massimo scegliere la marca: Pepsi o Coca-Cola? FIFA/UEFA o SuperLeague? A ciascuno la sua preferenza, siamo pur sempre nel libero mercato europeo.

“Una trasformazione regressiva, un ritorno, in qualsiasi senso e grado, non è affatto possibile. Se non altro, noi sappiamo questo. (…) Nessuno ha la libertà di essere gambero. Non giova a nulla: si deve andare avanti, un passo dopo l’altro più oltre nella décadence (questa è la mia definizione del moderno «progresso»). Si può intralciare questo sviluppo e, intralciandolo, arginare, concentrare, rendere più veemente e più improvvisa la degenerazione stessa: di più non si può”.

Friedrich Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli, 1888

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