Nel corso della storia nascono uomini che, contro ogni aspettativa, sono destinati a lasciare un segno. Uomini diversi i quali, collidendo con mondi totalmente differenti da quelli di provenienza, creano la novità. Come la storia di Sven-Göran Eriksson, svedese di nascita ma romano di adozione: perché se in un giorno qualsiasi decideste di girare per Roma (sponda laziale ovviamente) e chiedere di Sven-Göran, non ci sarà laziale che non si fermi volentieri a parlare di lui per ore, dell’uomo che ha preso una squadra di campioni portandola sul tetto del mondo.

 

 

Subito nella storia

 

La carriera di Sven inizia in patria, alla guida del Degefors, squadra che attualmente milita nella seconda divisione svedese; qui il suo talento e i risultati non passano inosservati, e neanche due anni dopo viene chiamato ad allenare una squadra ben più prestigiosa, il Göteborg. I successi arrivano subito: nei primi due anni due coppe di Svezia e, al terzo anno, dopo la vittoria del campionato e della terza coppa nazionale, arriva la ciliegina sulla torta. Eriksson è infatti il primo allenatore a portare una squadra svedese al successo europeo, più precisamente in Coppa Uefa, ai danni dell’Amburgo.

“Quando un presidente prende Eriksson per allenare è sicuro di non avere problemi, litigi, ma solo titoli” (Glenn Stromberg).

In tre anni lo svedese è già – parzialmente – nella storia del calcio. Sven è un predestinato, e la chiamata da una panchina di prestigio nel “calcio che conta” è solo questione di tempo: si accorge infatti di lui il Benfica, con cui arriva la firma dopo una lunga trattativa. Dalla fredda Göteborg alla mite Lisbona il rischio è l’adattamento, calcistico e ambientale, ma in Portogallo Eriksson vince al primo anno campionato e coppa nazionale, fermandosi in Europa solo in finale di Coppa Uefa.

 

In seguito all’esperienza lusitana l’allenatore svedese prova un ulteriore salto, in un campionato ancor più competitivo: approda in Italia, per la precisione alla Roma, dove al secondo anno sfiora lo scudetto (chiedere ai romanisti semplicemente di Roma Lecce) e porta a casa una Coppa Italia; la stagione seguente rassegna le dimissioni e passa alla Fiorentina, in cui rimane per un biennio.

 

A questo punto il ritorno al Benfica e poi il contro-ritorno in Italia, nella Sampdoria delle meraviglie di Mancini, Seedorf, Karembeu, Vierchowod etc. Qui resta cinque anni, ottenendo un terzo posto in campionato e un’altra Coppa Italia, ma la vera svolta arriva nel 1997: di nuovo a Roma, stavolta si accomoda però sulla panchina della Lazio.

 

Eriksson Inzaghi Lazio

2000: Sven Goran Eriksson e Simone Inzaghi a colloquio. Il discepolo succederà al maestro venti anni dopo (foto Grazia Neri/ALLSPORT)

Lo svedese romano

 

Siamo all’alba della stagione 1997-1998 e le intenzioni del presidente Sergio Cragnotti sono chiarissime: costruire la miglior Lazio possibile, una Lazio da scudetto. D’altronde quella del 97/98 è una stagione spartiacque per i biancocelesti, che vengono quotati in borsa e con pesanti investimenti rafforzano la rosa con nomi del calibro di Matìas Almeyda, Alen Boksic, Vladimir Jugovic e Roberto Mancini, perdendo però a gennaio Beppe Signori, ceduto alla Sampdoria.

 

L’allenatore svedese si ritrova, dopo il primo giro di boa, a lottare per il titolo, ma dopo un drastico calo la sua squadra conclude in settima posizione (consolandosi con una Coppa Italia conquistata ai danni del Milan). Sembra che Sven-Goran Erikson sia nato per vincere le coppe nazionali; ancora una volta, poi, trova la sconfitta in una finale di Coppa Uefa, con un tre a zero inflitto dall’Inter al Parc des Princes di Parigi.

 

Un settimo posto e una Coppa Uefa appena sfiorata non soddisfano le ambizioni del presidente biancoceleste, che nella stagione successiva decide di portare alla corte del suo allenatore altri sette acquisti pregiati: Salas, Stankovic, Mihajlovic, Sergio Conceicao, Ivàn De La Pena, Fernando Couto e Christian Vieri. La Lazio comanda la classifica per gran parte del campionato, salvo poi cedere al Milan e concludere al secondo posto; si risolleva con la vittoria della Coppa delle Coppe contro il Maiorca ma soprattutto, passo dopo passo, la Lazio da scudetto va prendendo sempre più forma.

 

Lazio Mallorca Coppa delle Coppe

19 maggio 1999: la Lazio festeggia la vittoria in Coppa delle Coppe (foto Ben Radford /Allsport)

 

La consacrazione

 

Migliorando di anno in anno, Sergio Cragnotti decide – all’alba della terza stagione con Eriksson alla guida della Lazio – di compiere un ultimo sforzo per conquistare il tanto agognato tricolore. I biancocelesti si presentano ai nastri di partenza con parecchi stravolgimenti: a Formello arrivano infatti Juan Sebastian Veron, Nestor Sensini, Simone Inzaghi e Diego Pablo Simeone; se ne va Christian Vieri, passato ai rivali dell’Inter.

 

Il 27 agosto 1999, allo stadio Louis II di Monaco, la Lazio alza al cielo la Supercoppa Europea, battendo i campioni d’Europa del Manchester United di Alex Ferguson, che poi affermerà:

“abbiamo perso contro la squadra più forte del mondo”.

Inizia da qui la consacrazione definitiva di Sven-Göran Eriksson che raggiungerà il culmine con uno scudetto conquistato all’ultimo respiro dell’ultima giornata, con l’epica del diluvio di Perugia e la notizia del trionfo a più di un’ora dalla fine del facile Lazio 3-0 Reggina: momenti letteralmente interminabili che rimarranno per sempre nel cuore e nella mente dei tifosi laziali.

 

 

L’ultimo trofeo con l’aquila

 

In seguito alla conquista del tricolore, quella tra l’allenatore svedese e il popolo laziale sembra una storia d’amore destinata a durare in eterno, sopratutto dopo un altro trofeo ad inaugurare la quarta stagione di Eriksson sulla panchina laziale: la Supercoppa Italiana. Conquistato il titolo, però, e dopo qualche mese di risultati altalenanti, l’allenatore comunica alla presidenza di aver accettato l’incarico della nazionale inglese: consegna le proprie dimissioni il 9 gennaio 2001, una data forse non casuale (in cui 101 anni prima era stata fondata la Lazio), spezzando il cuore al popolo biancoceleste.

 

Beckham Eriksson

David Beckham e Sven Goran Eriksson (foto J. Quinton/Getty Images)

 

La Football Association e il Manchester City

 

Accettato l’incarico della Football Association, Eriksson raggiunge subito buoni risultati: si qualifica al Mondiale 2002 arrendendosi ai quarti contro il Brasile di Scolari (poi vincitore di quell’edizione), che lo batterà anche due anni dopo all’Europeo 2004, stavolta con il Portogallo, sempre ai quarti di finale. La stampa inglese lo critica duramente e lui, all’alba del Mondiale tedesco del 2006, annuncia le proprie dimissioni al termine della competizione.

“In qualunque Paese quando si perde si viene criticati, ma in Inghilterra sembra che possa scoppiare una nuova guerra mondiale.”

Come se fosse una vera e propria maledizione, sarà un’altra volta Scolari a buttare fuori gli inglesi, ancora ai quarti di finale. Eriksson torna quindi ad allenare appena un anno dopo, sposando la causa del Manchester City, ma non raggiungerà più quei risultati che un tempo sembrava potesse ottenere con qualsiasi mezzo: un anonimo nono posto gli costa l’esonero a fine stagione, e l’apice toccato alla guida dei biancocelesti sembra ormai un lontano ricordo.

 

 

L’ultima spiaggia

 

Nonostante il benservito del City, lo svedese non riesce a separarsi dal calcio e il 3 giugno 2008 accetta le pressanti offerte della federazione messicana, che lo vuole a tutti i costi alla guida della nazionale per raggiungere la qualificazione al mondiale di Sudafrica 2010. E l’obiettivo alla fine viene raggiunto, ma senza di lui. Nell’aprile 2009 arriva infatti il suo licenziamento.

 

Lo svedese prenderà comunque parte al mondiale grazie alla chiamata della nazionale ivoriana: la Costa d’Avorio infatti, rimasta senza C.T, mette sotto contratto Eriksson che non riesce però a superare la fase a gironi. L’ultima vera occasione per tornare ai fasti di un tempo arriva quindi nell’ottobre 2010, quando a bussare alla sua porta è nuovamente una squadra di club: stavolta si tratta del Leicester, alla ricerca di un candidato che possa salvare la squadra dalla possibile retrocessione, traguardo che in questa occasione sarà centrato.

 

Confermato anche per la stagione successiva, lo svedese verrà esonerato nell’ottobre 2011 causa il pessimo avvio della stagione 2011-2012. Da qui le esperienze in Cina, in Inghilterra con il Notts County e successivamente in Arabia Saudita, alla guida dell’Al-Nasr, senza più rientrare nel giro “delle grandi” in cui per anni aveva dimostrato di saper portare vittorie e risultati. Un uomo e un allenatore ormai travolto dagli eventi e dai cambiamenti, ma incapace di separarsi dal mondo del calcio.

“Lascerò questo lavoro solo se i risultati non arriveranno e non per le critiche, che mi hanno davvero stancato.”

A posteriori, una sola cosa appare evidente: la caduta verticale dopo il trionfo con la Lazio del 2000. Come se l’allenatore svedese, giunto al punto più alto della propria carriera, si sia in parte appagato e non abbia più retto la pressione, perdendosi tra le varie Nazionali senza riuscire in seguito ad incidere nei club.

 

Per la panchina del Toro, in questi ultimi giorni, è stato fatto anche il suo nome. Ci abbiamo sperato, ma a pensarci bene è meglio ricordare l’Eriksson di inizio carriera: quello che stupì mezzo mondo nell’arco di una manciata d’anni inanellando vittorie e trofei, fino all’estasi del secondo e ultimo scudetto biancoceleste.