Probabilmente non esiste nazione al mondo che rappresenti meglio l’asprezza della storia della Repubblica Democratica del Congo. Formalmente parliamo di una nazione, di un unico Stato, ma di fatto si dovrebbe tenere conto che parlando dell’ex Congo Belga si prende in considerazione una terra di 2,3 milioni di chilometri quadrati, segnata da una molteplicità etnica che ha portato, nel corso degli ultimi decenni, tanto a tentativi di omologazione su scala nazionale quanto a eccidi di inenarrabile ferocia. Il Congo ha sempre sofferto un deficit di libertà e indipendenza a causa di una grande fortuna che non ha mancato a più riprese di trasformarsi in una vera condanna: la ricchezza di risorse naturali, in particolar modo minerarie, che dall’inizio della colonizzazione belga ai giorni nostri ha segnato, molto spesso in negativo, i destini del grande paese. Dal caucciù destinato a rifornire l’industria della gomma e la produzione di pneumatici a inizio Novecento sino al coltan impiegato dalle industrie di alta tecnologia nei nostri giorni, passando per i diamanti del Katanga commerciati in tutto il mondo e l’uranio utilizzato sin dalla seconda guerra mondiale dai paesi occidentali, il Congo ha vissuto sulla sua pelle sfruttamento, colonialismo sfrenato, illusioni e, dal 1960 ad oggi, un’indipendenza resa precaria dal tarlo del neocolonialismo. In un tourbillon di eventi storici di ampia portata, raccontati in maniera lucida e completa da David van Reybrouck nel suo saggio Congo (2010), il problema centrale che il Congo e i congolesi si sono sempre posti è stato quello dell’identità. Un retroterra storico di secoli di divisioni, carenze di comunicazioni dovute a insormontabili problemi logistici aveva portato allo sviluppo di differenti comunità che, al momento dell’arrivo degli europei, iniziarono a percepire l’esistenza di un substrato comune ma, al tempo stesso, trovavano difficile identificarlo in fenomeni aventi manifestazione concreta.

 

Carta geografica della Repubblica Democratica del Congo

Carta geografica della Repubblica Democratica del Congo

 

Un tentativo di rottura di questa situazione di impasse, curiosamente, fu portato avanti inconsapevolmente dalla colonizzazione belga nei primi decenni del Novecento attraverso l’introduzione degli sport europei nel Congo: se il ciclismo, grande passione di numerosi sportivi fiamminghi e valloni già agli albori del secolo scorso, poco poté contro la vastità e l’ostilità morfologica del territorio congolese, maggior fortuna ebbe sicuramente il calcio. Da un vertice all’altro del paese, dalla capitale Leopoldville (Kinshasa) al lontano centro manifatturiero di Stanleyville (Kisangani) e alla “capitale delle miniere” Elisabethville (Lubumbashi), il pallone fu uno straordinario catalizzatore d’interesse. Il calcio, insegnato nelle scuole inferiori e negli oratori gestiti dai missionari, praticato dai congolesi di tutte le età e sin dall’inizio decisamente valorizzato, rappresentò un fattore d’unione tra i diversi gruppi etnici del Congo Belga, nonché tra questi e gli europei colonizzatori. Tra questi ultimi, una figura di primo piano poco nota al grande pubblico va citata come decisiva: il padre missionario scheutista Raphaël de la Kethulle (1890-1956), attivo in Congo tra il 1917 e il 1954. Uomo straordinariamente moderno, grande pensatore e pedagogo decisamente abile, Tata Raphaël è senza dubbio uno dei protagonisti meno conosciuti della storia del Congo prima dell’indipendenza: a lui si deve, nel periodo di attività svolto nella colonia, l’istituzione di numerose fondazioni caritatevoli, scuole primarie e secondarie ed associazioni sportive in diverse aree del paese. Particolarmente attivo nell’area di Leopoldville, Tata Raphaël ha contribuito con le sue lungimiranti mosse a favorire l’incontro tra popolazioni, lingue e idee diverse all’interno del macrocosmo del Congo Belga, permettendo a tutsi, bakongo, teke e m’bochi di potersi finalmente intendere con dei linguaggi comuni.

 

can-1968-congo-campeon-mobutu-saluda-leopardsTata Raphael passa in rassegna i giocatori congolesi

 

Tra i minimi comuni denominatori che l’educazione del sacerdote belga considerava fondamentali per la costruzione di una piattaforma comune tra le diverse popolazioni e tradizioni congolesi, oltre all’insegnamento della lingua francese quale idioma “franco”, si segnalò sin dall’inizio lo sport. Il calcio fu il veicolo di promozione del messaggio di Tata Raphaël, che tra le sue opere poté vantare anche l’istituzione dell’Union Sportive de Leopoldville e la costruzione del primo stadio della città, lo Stade Reine-Astrid oggigiorno intitolato al cardinale Malula, altro personaggio religioso di straordinaria rilevanza nel Congo del Novecento. La relazione tra il nascente popolo congolese e il calcio trovò nei decenni successivi un parallelismo significativo nel rapporto che si venne a creare tra gli stadi via via costruiti nelle città, soprattutto nella capitale, e la storia di quella che nel 1960 diventerà la Repubblica Democratica del Congo. Una storia vissuta dal paese sempre sul filo del rasoio, sul bilico pericoloso tra equilibrio e baratro, costellata di rovinose cadute e grandi tragedie che hanno forgiato nel corso degli anni una terra martoriata, ove oggigiorno si notano ancora manifestamente i segni dei traumi del passato.

 

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Fuori dallo stadio dedicato a Tata Raphael

 

Nel 1957, nel corso di uno storico tour compiuto nel Congo Belga da parte della formazione calcistica dell’Union Saint-Gilloise, che nel periodo tra le due guerra aveva furoreggiato nel campionato nazionale, decine di migliaia di congolesi assieparono gli spalti dello Stadio Re Baldovino di Leopoldville, inaugurato nel 1952, e dei vari stadi di Elisabethville ove, tra il 14 e il 23 giugno, la squadra disputò 5 incontri con selezioni locali prima di concludere la sua tournee nel territorio del Ruanda-Urundi. Nel corso delle partite giocate nella capitale, i giovani congolesi intonarono a più riprese cori e canti a favore dell’indipendenza del loro paese: una prefigurazione di quanto sarebbe accaduto tre anni dopo, non senza strascichi di violenza e conflitti intestini che portarono al pericoloso tentativo di secessione del Katanga e alla brutale esecuzione del Primo Ministro Patrice Lumumba. Diciassette anni dopo, nuovamente lo stadio centrale della capitale, ribattezzata Kinshasa, fu teatro di un evento dall’ampia risonanza mediatica e dalla grande importanza per la storia del Congo: lo storico incontro di pugilato tra Muhammad Alì e George Foreman, The Rumble in the Jungle, fortemente voluto dal dittatore Mobutu Sese Seko per lustrare agli occhi del mondo l’immagine del paese, da lui ribattezzato Zaire. The Rumble in the Jungle fu presentato da Mobutu come un festival dell’unità panafricana: paradossalmente, rappresentò al contrario la massima celebrazione dello strapotere di un uomo che, nel corso del suo regime durato dal 1965 al 1997, avrebbe finito per portare a una nuova, rischiosa, frammentazione interna tra le realtà componenti il paese.

 


l combattimento del secolo, Ali vs Foreman

 

Proprio nel 1997, sulla scia della caduta di Mobutu a seguito dell’occupazione di Kinshasa da parte dell’esercito ruandese e dei gruppi di ribelli comandati da Laurent-Désiré Kabila, lo stadio principale della capitale fu finalmente intitolato all’europeo che maggiormente si era speso per consentire ai popoli congolesi una convergenza almeno parziale, necessaria alla costruzione di una base comune di convivenza: lo Stadio 20 Maggio, un tempo Stadio Re Baldovino, divenne finalmente Stadio Tata Raphaël. Un giusto riconoscimento, per quanto altamente tardivo, a un europeo che non volle essere colonizzatore, ma comprendendo la mentalità dei popoli del Congo aveva tracciato la via per la progressiva costituzione di un’identità nazionale, presupposto fondamentale per la costituzione di uno Stato autonomo. Il Congo che ancora oggi attende pace, serenità ed equilibrio, ha conosciuto ancora lutti e devastazioni dopo il 1997: i leader del paese dovrebbero maggiormente prestare attenzione alla storia della loro Nazione se vogliono veramente garantirle un futuro.