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4 Giugno

Ted Lasso, non siamo americani

Emanuele Meschini

13 articoli
Cosa accadrebbe se un allenatore americano allenasse una squadra inglese?

Ted Lasso è una serie intelligente e ironica ma anche una possibilità molto concreta (già in atto da un po’ di tempo): diventare americani. Ted Lasso potrebbe infatti essere descritta come la guerra culturale tipica del calcio contemporaneo tra le tradizioni locali e la globalizzazione economica imperante, nella quale fondi esteri e presidenti transnazionali muovono i fili del destino di Eupalla. In particolare Ted Lasso analizza, ovviamente in chiave ironica (e forse per questo in maniera ancor più lucida), il tema della “invasione” americana.



Le proprietà e i presidenti statunitensi nel calcio europeo non sono più una novità. Lo sa bene il nostro campionato: solo in Serie A, cinque proprietà sono americane. Il processo di americanizzazione è ormai un dato di fatto. Anzi si potrebbe tranquillamente dire che gli USA, dal lontano 1994, hanno fatto parecchia strada arrivando, in questi ultimi anni, a vedere i propri giovani imporsi nei migliori campionati d’Europa. Da Pulisic a Mckennie, passando per Sergino Denst, Timothy Weah e Gio Reyna. Sembra proprio che il periodo di Alexi Lalas sia lontano anni luce.

Eppure, se si esclude la storia di Jesse Marsch al Red Bull Salzsburg c’è ancora una categoria della quale l’Europa sembra diffidare, vale a dire quella dell’allenatore. Ed è in questo vuoto che si inserisce la storia di Ted Lasso. Ovvero cosa accadrebbe se venisse scelto un tecnico a stelle e strisce? Soprattutto, cosa accadrebbe se questo tecnico non avesse alcuna esperienza di calcio ma provenisse direttamente dalla NFL?

L’Italia, terra di conquista. Queste le proprietà straniere del nostro calcio

La storia che la serie racconta è da seguire perché sotto certi aspetti, nel suo essere così naif nei confronti del nostro amato calcio, ne demitizza gli aspetti propagandistici e commerciali minando in particolare la virilità della Premier League, che ormai è una stanca fanfara di se stessa (anche se in pochi sembrano essersene accorti). Ted Lasso invece se ne accorge immediatamente perché non parla la stessa lingua degli inventori del football. O per meglio dire la parla, ma è diverso l’accento, sono diverse le sfumature, le regole e perfino i nomi dati agli oggetti.

Il personaggio di Ted Lasso, interpretato da uno spettacolare Jason Sudeikis, uno dei comici di punta del Saturday Night Live, nasce per la prima volta nel 2013 in occasione di un promo per il canale statunitense NBC Sports che stava iniziando a trasmettere proprio in quegli anni la Premier League. In quella prima versione trial Lasso viene chiamato alla guida del Tottenham e la sua incompetenza calcistica portata all’estremo. Lasso interpreta lo stereotipo dell’americano autocentrato che, quando capisce che Bale -alla sua ultima stagione dalle parti di White Hart Lane – è gallese, si chiede stupito “Quante nazioni ci sono in questa nazione?”.

Inoltre la prima telefonata del nuovo coach del Tottenham, pronunciata con un marcato accento texano, è rivolta alla Regina. Al fine di imparare i nomi delle altre squadre della Premier (perché uno yankee è impreparato sull’argomento), insieme al suo fedele vice coach Beard (Brendan Hunt), cerca di rapportali alla sue esperienza di NFL. Così, il Manchester United diventa Dallas Cowboy. Sorte diversa per il Cardiff City che in questo gioco, complice uno stemma estremamente araldico, diventa Khaleesi di Games of Thrones.

Il trailer ufficiale della serie tv

Per la serie trasmessa da Apple (a partire dalla scorsa estate), il personaggio di Sudeikis viene ovviamente ampliato e approfondito. Ted Lasso è un coach di college football che ha recentemente portato al successo i suoi Wichita State Shockers. Grazie a questo successo, Lasso viene assunto da Rebecca Welton (Hannah Waddingham), neo proprietaria dell’AFC Richmond. La squadra rappresenta la classica compagine di basso profilo della Premier League che, nel suo AFC, sembra richiamare il fantastico nome con il quale nel 2004 i tifosi del Wimbledon si sono riappropriati della squadra liberandola dalla fusione con il MK Dons per ripartire da zero come una qualsiasi normale squadra di calcio (A Football Club, of course).

L’AFC Richmond ha tutto il corollario della tipica squadra britannica di underdogs compreso il fascino della nobile decaduta. È una fusione tra Leicester e Sheffield Wednesday. Sembra anche un po’ il Derby County o il Leeds nel suo continuo elogio della provincialità che, va detto, può essere applicato a quasi tutte le squadre di Albione. Nella storia pseudo-fittizia, la prima partita del Richmond è stata giocata nel 1897 e durante la guerra lo stadio è stato usato come ospedale da campo. Si dice addirittura, come racconta Rebecca Welton, che si possano vedere ancora gli spiriti dei caduti vagare per il campo. Questo aneddoto segna già un primo momento comico non indifferente dal momento che coach Lasso ha un concetto di storia molto diverso. Infatti lui risponde: “I like ghosts”.

L’obiettivo del presidente Rebecca Welton, fresca di divorzio da quel marito che ha portato l’AFC a vincere i suoi unici trofei, è vendicarsi nella maniera più crudele possibile. Distruggendo la squadra e facendola retrocedere. E in questo si nota un’ulteriore ironia, neanche tanto sottile, dal momento che Welton per attuare il suo piano assume un allenatore americano come sinonimo di assoluta mancanza di preparazione in materia calcistica.

I colori sociali e la divisa sono però un chiaro riferimento al Crystal Palace

Questa assoluta mancanza viene rimarcata già nelle prime scene della prima puntata quando, sul volo che porta Ted Lasso a Londra, il coach Beard cerca di tappare qualche falla nella conoscenza calcistica leggendo Inverting The Pyramid: The History of Soccer Tactics di Jonathan Wilson. Coach Beard cerca così di spiegare al nostro Ted cosa sia una rimessa laterale. Mentre per il fuorigioco, come da grande classico, il mistero andrà avanti anche durante il campionato.

Appena sbarcato a Londra, Lasso viene subito gettato nella mischia di una bollente conferenza stampa in cui la domanda è sempre la stessa: “un americano può allenare una squadra di calcio?”. Le sue risposte sono surreali e spiazzanti e giocano sempre sul filo linguistico (per questo la serie è da vedere in inglese con i sottotitoli). Lasso risponde che per lui l’importante è dare sempre il 100% che si vinca o che si perda e così un giornalista aggiunge “o che si pareggi”. Lasso esclama: “pareggiare??? …se una cosa del genere dovesse succedere in America si scatenerebbe l’apocalisse”. Poi aggiunge che la sua squadra darà il massimo in tutti e quattro i tempi e, logicamente, gli viene fatto notare che nel calcio ne esistono solo due. Gli chiedono se sa cos’è un portiere e lui risponde che è quello che i guanti da Micky Mouse.



E così coach Lasso inaugura la sua Lasso Way, una sinatriana metafora in cui mette al centro del progetto – dato che lo stesso coach riconosce di non sapere nulla di calcio – i giocatori, costruendo la squadra non sulla tattica ma sul gruppo. È un approccio, logicamente, funzionale alla costruzione filmica di determinati personaggi stereotipati del calcio che, puntata dopo puntata, vanno a costruire il mondo naif di Ted.

Uno su tutti Roy Kent, che fin dal nome ci rimanda al re dei burberi, sua maestà Roy Keane.

Il nostro Roy filmico ne ricopia l’attitudine e il suo personaggio è quello del carismatico capitano arrivato al capolinea della sua lunga e vincente carriera. Altro personaggio co-protagonista è Jamie Tartt, il millenial di turno, di proprietà guarda caso del Manchester City (lo United ormai a livello di brand non fa più lo stesso effetto degli anni ’90) che gioca solo per se e per i suoi follower su Instagram. Poi c’è Sam Obisanya, l’esterno nigeriano che fatica ad entrare nei meccanismi della squadra a causa soprattutto del cambio culturale. Infine l’esuberante attaccante Danny Rojas interpretato dall’attore messicano Cristo Fernandez, l’unico in tutto il cast ad aver avuto un passato calcistico come giovane promessa dei Tecos di Guadalajara.

Quella di Ted Lasso è la classica commedia degli equivoci, all’interno della quale il tuttofare Nathan Shelley diventa all’improvviso il tattico della squadra per il semplice fatto che per Lasso non esistono gerarchie (idea tipicamente americana del self-empowerment e dell’imprenditore che parte da zero).

Ted Lasso non è una serie sul calcio. Ci sono pochissime immagini di partite e pochi momenti di calcio “effettivo”. Questo rispecchia del resto il momento attuale del “nostro gioco preferito” in cui il contesto è diventato più importante, dove la storia del singolo giocatore prevale su quella della squadra e dove tutto deve essere riposizionato, riletto e aggiornato. Anche la storia. Da notare che in questa serie (come invece ci si aspetterebbe da una serie sul calcio inglese) i tifosi sono assenti. Per meglio dire, sono ridotti a tre personaggi stereotipati che vedono le partite al pub, neanche allo stadio.

Ted Lasso è un serie da vedere con un sorriso ironico, un’amarezza di fondo ma anche la consapevolezza che quello che noi amiamo non ci potrà essere portato via. A patto che, ovviamente, incarnando a pieno la mentalità americana saremo disposti a metterci in gioco fino in fondo.

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