C’è un fil rouge che lega delle vacche, Shelling, Hegel e il tennis femminile. Sulle vacche e i due filosofi tedeschi si fa presto a pensare all’introduzione della Fenomenologia dello Spirito in cui Hegel prende di mira il collega Shelling sul concetto di assoluto, e paragona la sua teoria alla notte in cui tutte le vacche sono nere. E fin qui c’è ancora un senso. Il collegamento razionale tra il tennis femminile e le vacche di Shelling, chiaramente, non esiste.

 

 

Ma pochi giorni fa ero lì annoiato sul divano, teleguidato dalla sola inerzia domenicale in un periodo in cui si fatica a distinguere il giorno della messa dagli altri e mi sono trovato a guardare svogliatamente una partita di tennis femminile tra due energumene sovietiche. Il fatto che fossero sovietiche non dice molto: a oggi, se una pigmea volesse giocare nel circuito maggiore femminile dovrebbe escogitare un modo per diventare alta sopra il metro e ottanta e avere una massa simile o superiore all’altezza, ma diciamo che, nel mio caso, quella domenica, ho trovato due sovietiche che si prendevano a pallate. I nomi anche, come le nazionalità, sono del tutto irrilevanti.

 

Eccole, le vacche nere. Tutte uguali, tutte dannatamente uguali. Indistinguibili e quindi irrilevanti.

 

Che il gioco sia cambiato e che non sia più quello di un tempo è abbastanza inutile ribadirlo, non è certo un’operazione nostalgia quella che interessa un appassionato, ma è il concetto, questo sì filosofico, che c’è alla base del gioco. Queste due sovietiche continuano a darsele di santa ragione, dritti infuocati, servizi solidi come sassaiole sulla Striscia di Gaza, gioco a rete, quando irrimediabilmente necessario, goffo e ai limiti dell’imbarazzo. Ma si può colpevolizzare la violenza dei colpi quando questi poi, effettivamente vanno a segno? Lo si può fare solamente per una necessità estetica di chi confonde la domenica con gli altri giorni?

 

 

La risposta è no, ovviamente, ma, a questo punto, che si esigano due tipi di potenza: quella violenta e quella razionale. Sul primo caso, la potenza violenta, si può essere d’accordo. C’è un’estetica del martirio, una follia della riga, un’autolegittimazione della propria esistenza. Colpisco duro, mi sfogo, prendo la rete o l’arbitro di linea, non mi interessa, ora sto bene fino al prossimo colpo. Che sia quindi una violenza autoreferenziale, impressa prima che all’avversaria, alla giocatrice che ne fa uso.

 

 

Serena Williams, signori, è la regina in materia. Istrionica, cattiva, rabbiosa, scomposta, insolente, inerme a tratti e pesante sugli spostamenti. Poi, da un momento all’altro, quando, immaginiamo, un pensiero dolce le passa per la testa, eccola che demolisce chi le è oltre la rete. 23 Slam, che si insegni nelle scuole.

 

Serena Williams mentre brutalizza pallina ed avversaria, ad Auckland 2020 (Photo by Phil Walter/Getty Images)

 

 

Un altro esempio che fa dannare il tifoso italiano che si ostini a tifare i propri connazionali è Camila Giorgi. Doppi falli, rovesci in tribuna, dritti sui raccattapalle, ma anche tante soddisfazioni minime, scintille, rovesci stretti, tesi e perfetti, servizi vincenti e rasoiate nell’ultimo centimetro di campo disponibile. C’è, nel viso di Camila, tutta la tensione, tutto il rapporto col padre che non vuole saperne di farsi da parte (e forse fa bene, chi può dirlo?) che si esprimono nelle bordate lungo linea. È, a suo modo, bellezza.

 

 

C’è quindi, in questo tipo di potenza violenta, una salvezza, una redenzione, una capacità di definirsi e di autodefinirsi che mette insieme il giorno e la notte in un crepuscolo infinito, dalle innumerevoli sfumature di rosso. Il vero problema, ed è qui che si creano in batteria le vacche nere, è la potenza razionale. Ovvero colpire per vincere. Martellare l’avversaria: per sopravvivere prima, per respingerla dopo, e infine per tenerle la testa sott’acqua quando è già in debito di ossigeno.

 

 

C’è, in questo modo, una matematica della violenza, una strategia dell’occupazione, una regia del male. E non è un male interno, non è, come nel primo caso, una necessità dell’uomo, ma una nuova categoria del gioco. Oggi si pensa che alle donne non serva più lo stile del bel colpo, che basti quindi la bordata da fondo campo, far fare quello che in gergo si chiama tergicristallo all’avversaria, ovvero farla andare da destra a sinistra svariate volte per farle recuperare la palla sfiancandola sul piano fisico.

 

+ Roberta Vinci, – Sabalenka (Photo by Ryan Pierse/Getty Images)

 

 

Ma questo non è tennis, questa è una guerra, uno scontro tra banditi, una rissa in un bar di periferia. Il tennis è estro, classe, intelligenza. In questo genere di potenza, scientifica e freda, non c’è nulla di tutto questo. Se si vede una partita, come quella che ho ancora di fronte a me, tra queste due sovietiche che la chiuderanno con un tie break al terzo set tiratissimo, si rischia l’apatia, di non provare più emozioni per un periodo di tempo che va dal divano al frigorifero.

 

 

Il discorso che preme, forse non dovrebbe, è anche di natura umana. Che ne sarà di quelle tenniste? Che ne sarà di loro quando arriverà la ragazzina che tira più forte? Che ne sarà della loro frustrazione quando dall’altra parte della rete si staglierà una giocatrice con classe, estro ed eleganza? Che non urlerà a ogni colpo come un’ossessa, che non imprecherà contro il proprio angolo al primo dritto sbagliato. Cosa succede a chi violenta il prossimo senza sapere cosa sta facendo? E quando si capisce che quel tipo di violenza non ha più presa?

 

Smettetela di colpire bordate infinite, smettetela di bere per non vedere la realtà, diremmo a un ubriaco.

 

Smettetela di mettere trofei su trofei in bacheca se poi, nell’immaginario collettivo, svanirete dopo l’ultimo punto della finale. Resta e resterà sempre di più una semifinale di Roberta Vinci che, a suon di rovesci tagliati e volee stoppate, finì per vincere la partita contro una fortissima e potentissima Williams lanciata verso la conquista del quarto Slam in quella stagione (2015). Roberta perse la finale con Flavia Pennetta, ma non interesserà mai a nessuno, perché l’immagine eterna è Roberta che con la vena fuori dal collo urla agli americani bigotti e insensibili al gesto estetico, di applaudire anche lei. Resta l’eterno, mai il contingente.