Altri Sport
15 Maggio 2019

Battle of Sexes

L'ossessione femminista per l'unfair competition scardinata da uno sbronzo crucco nel gennaio del '98. Karsten Braash, eroe per caso.

27 gennaio 1998. Un tedesco della Ruhr, bizzarro e ricciuto, barba incolta e occhialini tondi, mescola birra chiara e Seven Up di prima mattina. Un bel Radler per colazione. Accende una sigaretta, poi un’altra, e poi un’altra birra. Infila una maglia Rebook bella comoda, di quelle squisitamente anni ’80. Imbraccia una sacca da golf, e lascia la stanza del suo albergo a Melbourne. Lo aspetta una sfida curiosa quel giorno. Qualcuno l’ha ribattezzata “Battaglia dei sessi”.  È un tipo strano Karsten Braasch. Tennista professionista – o meglio, un tempo lo era – finito al 203° posto del circuito ATP. È un tipo strano non solo per come si presenta, ma anche per come gioca: già mancino, il suo servizio più che a un tennista, lo fa somigliare a un lanciatore di cricket; ma lui dice che gli è sempre venuto naturale giocarlo così. E allora perché cambiare.

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Quel tipo strano di Karsten Braash.

All’Australian Open 1998 Braasch è una tiepida comparsa, ha perso tutte le sue chance al primo turno – sia in singolare che in doppio – e ora gli tocca trascorrere altri 5 giorni a Melbourne, a trascinarsi svogliatamente tra campioni e canguri, prima di ritornarsene negli Stati Uniti dove vive. Saranno proprio la noia e l’attesa a farlo entrare nell’olimpo degli eroi dello sport. Qualcosa che va oltre l’epopea del brutto anatroccolo Steven Bradbury, qualcosa che a scoprirla, è meglio del sesso. Quel giorno infatti il non più giovane Karsten farà la differenza nella storia e metterà a tacere tutti quelli che avevano osannato la “battaglia dei sessi” vinta da madame Billie Jean King nel confronto di Bobby Riggs nel ’73 (per altro sospetto d’essere stato truccato).

Il tedesco infatti ha deciso di raccogliere la sfida abbastanza sbruffona di due giovanissime e promettenti tenniste americane, due sorelle, Venus e Serena Williams.

Le atlete, treccine colorate e orgoglio da pantere nere, avevano detto che da donne avrebbero potuto battere qualsiasi tennista uomo posizionato dopo la 200° posizione ATP; e lui, che non aveva di meglio da fare che ammazzare il tempo giocando a golf aveva risposto – “Se volete si può fare”. Il dato era tratto e lo sfidante, sebbene non fosse quello a cui le sorelle avevano pensato quando avevano smargiassato, si era palesato. L’appuntamento era stato fissato per il primo pomeriggio al campo n.12 di Melbourne Park. Sugli spalti appena un centinaio di persone, di cui la metà erano giornalisti sportivi e penne progressiste con il titolo già pronto per l’indomani.

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Appena prima dell’incontro Braasch si accende un’altra sigaretta. Entra in campo, batte la racchetta sulla suola delle scarpette bianche, ed è pronto a giocare il set. La prima sfidante, Serena, diciotto anni, futura tiranna del femminile, in breve si ritrova davanti un tabellone che segna laconico 6-1 per il tedesco che secondo i testimoni oculari si era prima trastullato in una lunga partita di golf, seguita da un pranzo sostanzioso, un’altro paio di birre – e che in mezza mattinata si era fumato quasi pacchetto di sigarette. Per non perdere la faccia allora scende in campo la sorella maggiore, Venus, appena eliminata nei quarti di finale.

Il tentativo è quello di salvare l’onore di famiglia e l’orgoglio femminile di tutte quelle che nutrivano e nutrono tuttora questa ossessione di dover “competere” a tutti i costi con gli uomini in tutto, anche quando non se ne sentirebbe proprio il bisogno. Sarà un’altra inutile doccia fredda. Il tabellone segna 6-2 per Braasch, che può tornarsene a tavoli del bar con una consapevolezza: è troppo forte per una donna, anche se lui è mezzo bevuto e lei è nel fiore degli anni, destinata a diventare la numero 1 nel mondo, “the Queen”.

Le Williams dopo la sonora lezione, continuarono ad affermare per puro orgoglio femminile che sarebbero state comunque capaci di battere un tennista uomo posizionato al numero 300 ATP. E il tedesco, allora 31enne, chiosò dicendo che entrambe non avrebbero avuto chance nemmeno contro i top-500, perché lui quel giorno aveva giocato da n.600 dell’ATP:

“Non ho neanche provato a spingere col servizio: sono in grado di tirare 30 ace contro gli uomini. Non c’è stato bisogno di fare qualcosa del genere”. 

La battaglia dei sessi era vinta. Con buona pace di tutti quei giornalisti che avevano già pronta l’apertura dell’articolo a effetto che il giorno dopo sarebbe potuto diventare un vero e propio inno alla parità dei sessi. Invece tutto andava in fumo: come quello ispirato con gusto e sputato fuori con libertà spavalda da Karsten Braasch, nell’intervallo tra una Williams e l’altra. Nel 2013 va in scena una farsa a Pechino: per commemorare i venti anni dei China Open Li Na si esibisce contro Djokovic e lo sconfigge 3-2. Novak fa giocare ogni game un raccattapalle di 10 anni e manda avanti 30-0 l’opponente. Nello stesso anno Andy Murray ad un fan su Twitter che lo invitava a sfidare Serena dice ‘Ci starei perché no”, menzionando la stessa Serena nella risposta. «Sarebbe divertente. Dubito vincerei un singolo punto ma sarebbe divertente», la risposta della Regina. 

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