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Tifo
29 Gennaio

The Club Shakhtar, tifosi sul fronte

Intervista al The Club, il gruppo ultras più influente dello Shakhtar Donetsk, tra tifo organizzato, nazionalismo e guerra.

Durante il match di Champions League tra Hoffenheim e Shakhtar, nel settore occupato dai supporters ucraini, compare in prima fila una bandiera della marina militare ucraina. È il 27 novembre 2018 e siamo a pochi giorni dall’incidente avvenuto nel Mar d’Azov, che porta al sequestro di due navi militari ucraine e di un rimorchiatore nello stretto di Kerch da parte dell’esercito russo. Il fitto gruppo di tifosi inizia ad intonare cori a supporto dell’esercito ucraino, chiedendo il rilascio dei soldati arrestati.

Il conflitto russo-ucraino d’altronde coinvolge direttamente quei tifosi che, ormai da anni, vedono giocare il proprio club “in trasferta”; a partire da quando il club abbandona i propri luoghi per via del conflitto nel Donbass, cercando ospitalità fra le città vicine. Alcuni tifosi si uniscono allora all’esercito ucraino, altri provano ad assumere un ruolo “difensivo”, organizzando guerriglie urbane e mostrando sostegno alla popolazione; in ogni caso oltre trenta gruppi ultras il 13 febbraio 2014 firmano una tregua in nome della comune appartenenza al popolo ucraino. Sostengono di essere apoliticiuniti da un’alleanza temporanea che trascenda le accese rivalità tra club e miri unicamente al bene dello Stato.


In queste settimane lo Shakhtar Donetsk ha disputato le proprie partite a Kiev. Nella città di Kharkiv, a seguito dell’alta tensione con la Russia, era stata imposta infatti la legge marziale, rimossa il 26 dicembre scorso dal discusso leader Poroshenko (solo in seguito alla revoca della legge la Uefa ha dato il proprio benestare per il ritorno a Kharkiv della squadra).

In questo lasso temporale, siamo riusciti a parlare con il gruppo The Club dello Shakhtar Donetsk, gli ultras che nella trasferta tedesca contro l’Hoffenheim avevano esposto la bandiera della marina militare ucraina. Dopo giorni passati a trattare, confrontandoci anche sulle differenze con il tifo della vecchia Europa, il leader del The Club si è convinto a rilasciarci un’intervista. Al di là delle opinioni politiche o geopolitiche – personalmente ci sentiamo molto lontani dalle ragioni del nazionalismo ucraino – abbiamo dunque voluto capirci di più, parlando con chi ha vissuto tutta questa situazione in prima persona. Dal suo punto di vista, sia chiaro.

Tifosi del The Club durante il derby contro la Dinamo Kiev. Quella giornata di sport vide da entrambe le parti esporre simboli inneggianti al Ku Klux Klan ed al Nazismo.

The Club Ultras, uno dei gruppi ultras più importanti della tifoseria dello Shakhtar. Come nasce il vostro gruppo?

Il gruppo è nato sulla scia del famoso movimento hooligans di Doneck. A quel tempo la vecchia generazione di tifosi aveva cominciato ad uscire dal giro. Sulle tribune erano appena apparse le prime coreografie della storia del nostro Paese, mentre una nuova generazione di giovani tifosi, già temprati dalle prime risse, cominciò a sentire la necessità di identificarsi in qualcosa. Fin dagli inizi, tra i vari gruppi organizzati di Doneck il The Club è sempre stato tra i migliori negli scontri, nonché la spina dorsale di tutte le riunioni collettive dei gruppi.

Dal giorno dell’Euromaidan e dall’inizio della guerra nel Donbass, i tifosi hanno firmato un patto di non belligeranza per dedicarsi alla patria. Voi come vi siete comportati? Qualcuno di voi è partito per il fronte?

Gli ultras sono già di per sé dei tifosi molto attivi, i quali hanno vissuto lo stesso scenario e, certamente, durante il Majdan non sono rimasti a guardare. Quando i mercenari russi arrivarono a Doneck per destabilizzare la situazione ed attaccare gli assembramenti pacifici con la complicità della polizia, il gruppo The Club insieme ad altri collettivi dello Shakhtar ed ai tifosi del Metallurg (l’altra squadra di Doneck, ormai scomparsa) ha difeso i cittadini del tutto impreparati alla lotta. Quando la situazione si è aggravata, trasformandosi in un conflitto armato, i ragazzi di The Club sono stati obbligati a lasciare la propria città perché già ricercati sia dalla polizia che dai mercenari nelle proprie case e sul luogo di lavoro. Successivamente molti del collettivo hanno imbracciato le armi come tanti altri rappresentanti ultras dello Šachtar, i quali sono stati spediti a combattere contro la Russia tra le fila di diversi reparti. Molti di questi soldati semplici tuttora sono dei combattenti professionisti che hanno trovato una nuova prospettiva ed un nuovo stimolo per vivere: tornare a Doneck ed issare la bandiera giallo-blu sulla città.

Парни СС + The Club (Steam SS + The Club): sono tanti gli Ultras che si sono uniti alla forze armate per la guerra del Donbass.

Giocare lontano da casa non è facile. Quanto vi ha penalizzato, come gruppo ultras, essere così distanti? E che tipo di difficoltà avete incontrato per seguire lo Shakhtar? 

In virtù del fatto che gli eventi hanno sparpagliato i ragazzi di The Club e di tutta la tifoseria di Doneck un po’ in tutto il Paese, supportare la squadra è diventato effettivamente difficile. Di fatto, per noi qualsiasi partita casalinga è una trasferta. Ci risulta difficile organizzare un tifo di livello anche in quello che dovrebbe teoricamente essere il “nostro” stadio, situato a Char’chov. In queste condizioni abbiamo deciso di concentrarci solo su alcuni appuntamenti della stagione che reputiamo più importanti per la squadra e per i tifosi.

Le arti marziali, kick boxing e tanti altri, quanto incidono sulla formazione del carattere di un ultras?

Il fatto è che la mentalità delle persone è sempre la stessa praticamente ovunque, in qualsiasi condizione di vita e sotto qualsiasi ideologia politica. C’è una regola: “i forti con i forti, i deboli con i deboli”. Pertanto, per creare un collettivo forte, è necessario impegnarsi per diventare forti. Quanto più è forte il collettivo tanto più crescono le possibilità di portare dalla propria parte dei nuovi buoni combattenti, così come nuova gente forte di spirito, nuovi leader. Possiamo dire che nel gruppo The Club non c’erano molti che praticavano questi sport. Avevamo ottimi streetfighters, gente con un grande carisma, ma comunque non degli sportivi. Quando poi il collettivo ha cominciato ad esibirsi in combattimenti individuali, subito tutto il livello del gruppo è cresciuto da questo punto di vista.

Sciarpata The Club

Adesso che avete giocato a Kiev contro il Lione, in tribuna è comparso uno striscione in cui veniva sottolineata la poca cordialità verso di voi (“Shakhtar non siete i benvenuti”). Cosa ne pensate?

Crediamo semplicemente che se non ci fosse la “UEFA-Mafia” quello striscione non ci sarebbe stato. La situazione a Char’chov non è cambiata e si può ritenere molto più tranquilla di quanto non lo sia, ad esempio, in Francia in questo momento. In ogni caso le partite delle squadre francesi si tengono negli stadi di casa nonostante ci sia tuttora la protesta dei gilet gialli. Crediamo che la UEFA utilizzi un doppio standard come quando l’Arsenal ha messo l’organizzazione europea di fronte al rifiuto di giocare a Poltava contro il Vorskla: la “Mafia” ha preso le parti del club più ricco ed ha rinviato il match. Leggiamo sulla stampa italiana che lo striscione avrebbe un significato di tipo politico e sarebbe ricondotto alla rivalità tra Kiev e Doneck. Non è assolutamente così!

Semplicemente lo Šachtar è il club meno amato in molte città dell’Ucraina per essere stato il primo a contendere il primato alla Dinamo. Striscioni simili e proteste pirotecniche ci sono state sia a L’vov che a Char’chov, così come nella già citata partita di Champions League. È del tutto normale protestare per non voler vedere una squadra rivale giocare in casa propria; subentra il fastidio e lo smacco di dover vedere un club di successo attirare una parte di pubblico. Quanto lo Šachtar non sia “benvenuto” a Kiev lo dimostrano le statistiche di affluenza allo stadio: in una città rivale, in appena quattro giorni, lo Šachtar ha portato il doppio dei tifosi rispetto a quanti ne abbia richiamati la Dinamo in un mese intero.


Traduzione dal russo a opera di Giannicola Saldutti


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