Negli ultimi anni ci siamo abituati ad un calcio sempre più internazionale, che tende ad aprirsi a nuove frontiere. Frontiere che sono ricche di risorse, soprattutto economiche ovviamente. Dimentichiamoci i vecchi presidenti tifosi che investivano per amore, dove le spese erano sì pazze, ma fatte con il cuore e per la gioia della tifoseria; il club è diventato un’azienda a tutti gli effetti, dove il segno più a fine stagione è meglio averlo nelle casse della società piuttosto che nella bacheca dei trofei. Nel 1962 Betty Curtis usciva con una canzoncina intitolata Soldi, Soldi, nella quale veniva cantata la bellezza dell’essere ricchi. Ed i ricchi, si sa, investono dove il mercato offre maggior possibilità di guadagno. Probabilmente, anzi sicuramente, quando parliamo della bellezza del calcio anglosassone dobbiamo mettere in conto che questo tipo di calcio, lasciando da parte gli aspetti tecnico-tattici, è stato rivoluzionato dall’arrivo di acquirenti stranieri. Prima di loro, la Premier League (chiamata con questo appellativo solo dal 1992), era un campionato povero di talenti, non il punto di arrivo per un calciatore come è attualmente.

Sulla destra, il primo ministro degli Emirati Arabi e presidente del Manchester City, Sheikh Mansour.

Sulla destra, il primo ministro degli Emirati Arabi e presidente del Manchester City, Sheikh Mansour.

Nel 2016 su venti squadre inglesi ben quindici erano di proprietà straniera. Un caso abbastanza particolare, unico si potrebbe dire. Proprio pochi giorni fa, il Southampton, già svizzero, di Khatarina Liebherr è diventato per l’ottanta per cento cinese. Una delle prime ad affidarsi a soldi esteri è stata il Chelsea, che grazie agli investimenti di Roman Abramovic è riuscita a tornare più volte sul trono d’Inghilterra ed anche d’Europa. Anche la città di Manchester è stata sottoposta a questo esperimento, con esiti differenti per le due sponde calcistiche della città: il City che, dopo aver convissuto per anni con stagioni fallimentari e dormito sotto l’ombra dei trofei reds, è tornata a lottare su tutti i fronti e lo United, che a dirla tutta non ha mai avuto problemi di vittorie, dopo esser passata sotto la dirigenza americana ha continuato a vincere (grazie anche alla leggenda di Sir Alex), ma ha dovuto fare i conti con un problema più grande, forse. Non pochi tifosi, infatti, hanno fatto notare il loro disappunto per questo passaggio di consegne. Forse non fiduciosi delle intenzioni dei nuovi proprietari (che fa riferimento alla famiglia Glazer), o semplicemente contrari ad una dirigenza che non potesse comprendere fino in fondo quello che potesse significare lo United (vedasi in Italia i casi attuali di Inter e Roma), fatto sta che da questa protesta si è dato vita ad una realtà calcistica molto più popolare, che incarna in pieno il pensiero calcistico dei tifosi e che adesso inizia a far parlare di sé nelle categorie più basse della federcalcio inglese: lo United of Manchester. Ma è un qualcosa di raro che una squadra basata sull’azionariato popolare riesca a farsi strada, riuscendo anche a trovare i fondi necessari per poter costruire uno stadio di proprietà. Il motivo è semplice e, inevitabilmente, sempre lo stesso: i soldi fanno girare il mondo e chi ne ha di più possiede sicuramente maggiori opportunità di ottenere i risultati. E’ un concetto banale, ma è bene ricordare che in un investimento quel che conta è rientrarci, ed ora nel mondo del calcio funziona così. Come riporta Calcio e Finanza, uno studio realizzato dal giornalista David Conn ha spiegato il perché sempre più americani cercano di investire nel campionato inglese. Eppure il calcio è uno sport molto lontano dall’identità statunitense (seppur in grande crescita, sempre grazie all’arrivo di proprietari stranieri guarda caso). Quello che è emerso è che la maggior parte di questi ultimi tenta di fare soldi sul valore di capitale crescente del club, incentivati anche dalla gestione dei diritti tv e dal controllo dei costi.

Il distacco passionale e coraggioso dei tifosi del United of Manchester.

Il distacco passionale e coraggioso dei tifosi dello United of Manchester.

Emirati Arabi, Cina, Usa: economie forti che hanno deciso di investire nella patria del calcio. E del football, quello originario, che cosa ne rimane? E’ una domanda lecita, a cui è difficile dare una risposta del tutto oggettiva. I così chiamati romantici potrebbero essere i primi a scagliarsi contro questo tipo di gestioni, ma chi vive di passato, si sa, non può guardare con lucidità al presente né tantomeno al futuro. Il mondo è in continua evoluzione e se decidiamo di rimanere in questo sistema economico bisogna accettare i cambiamenti che esso richiede. Soprattutto, bisogna riconoscere ciò che di positivo hanno portato questi investitori all’interno del panorama calcistico. La Premier League è, a detta di molti, il campionato più bello del mondo. Veloce, poco tattico e altamente spettacolare. Ma come è riuscito a diventare così affascinante? Dare totalmente i meriti a chi ha deciso di investire su squadre inglesi sarebbe sbagliato, ma grazie a loro hanno iniziato ad approdare oltremanica i migliori giocatori in circolazione, che con un tipo di gioco simile hanno dato inizio ad un matrimonio perfetto. Il calcio, in questo momento, dovrebbe essere inteso un po’ come la cucina. Il paragone è abbastanza azzardato ma altamente metaforico: la cucina che adesso va per la maggiore è quella capace di saper coagulare nella giusta maniera la tradizione all’innovazione. Il gioco del pallone deve saper fare lo stesso. La bellezza del calcio inglese risiede soprattutto nei tifosi, stadi sempre gremiti di gente. E’ vero, rispetto a venti o trenta anni fa molte cose sono cambiate, ma ciò è dovuto alle politiche intraprese durante questi anni e non a chi ha deciso di puntare forte su un club.

Roman Abramovich, magnate russo proprietario del Chelsea.

Roman Abramovich, magnate russo proprietario del Chelsea.

Il problema degli hooligans ha portato il governo di Margaret Thatcher, allora Primo Ministro, ad alzare drasticamente il prezzo dei biglietti in modo tale che a vedere le partite ci andasse solamente chi davvero poteva permetterselo (un motivo in più forse per apprezzare la bellezza del progetto dello United of Manchester). In questi casi, come in quello dell’ormai ex tessera del tifoso italiana, i club non possono far altro che mettere in atto ciò che viene deciso. Con alcune variazioni magari, ma il concetto rimane lo stesso. Un esempio di come queste dirigenze stiano attente a non snaturare l’identità calcistica l’abbiamo avuta proprio nella primavera passata: la società del Manchester United ha deciso di pagare la trasferta di Rostov, in Europa League, per via dei prezzi molto alti del visto. Allo stesso modo, per via di un cambiamento di giorno e di orario, l’Everton ha deciso di rimborsare ai tifosi o l’intero costo della trasferta in Galles contro lo Swansea o solamente il viaggio. Insomma, le società ai loro tifosi ci tengono. E’ vero che puntano maggiormente agli introiti, ma sono consci del fatto che senza tifoseria non sarebbero niente. E’ un concetto antico ma vero nel mondo del calcio. In Inghilterra lo hanno capito, magari con il tempo si inizierà a farlo anche altrove. E per rispondere alla domanda che ci siamo posti prima, tranquilli: l’identità anglosassone è viva e lo sarà ancora per diverso tempo.