Tifo
23 Novembre 2022

Tifare alla giapponese

Come adattare il modello da stadio nel Paese del Sol Levante.

Sicuramente una parola non può essere sufficiente per sintetizzare un ambiente variegato come quello del tifo, figurarsi in un Paese dalla storia e cultura così peculiare quale il Giappone; tuttavia ci può offrire almeno un appiglio, un punto di partenza per introdurre un prospettiva che apra il campo ad ulteriori approfondimenti. Glocalizzazione, ovvero adattare e combinare stimoli estranei a caratteri locali, rappresenta allora il primo passo per addentrarsi nella realtà del calcio nipponico, con uno sguardo che sia rivolto al campo ma soprattutto alle gradinate. Un termine coniato proprio sotto il Sol Levante negli anni ’80, dochakuka, per indicare l’approccio adottato dalle multinazionali per adattare l’offerta alle specifiche caratteristiche dei nuovi mercati.

Nell’universo calcistico queste dinamiche sono state tradotte dai tifosi in una fusione tra gli impulsi ricevuti dall’estero, favoriti dal propagarsi dei media, e gli elementi locali, nella creazione di una cultura mista ma originale; un processo che negli ultimi trent’anni ha potuto beneficiare di una spinta non solo imposta dalle istituzioni, “dall’alto”, ma anche di un coinvolgimento sviluppatisi dal basso. Sintesi che ha permesso alle realtà locali, ovvero ai singoli gruppi di tifosi, di ricercare e sviluppare una propria identità distintiva.


L’ALBA DELLA J-LEAGUE


Alla fine degli anni Ottanta il calcio occidentale mostra già i prodromi della sua attuale condizione spettacolarizzata e finanziarizzata: la deregolamentazione dei media nazionali, la televisione su tutti, attrae nuovi investimenti commerciali che gonfiano le tasche di club e federazioni come mai prima; Italia ’90 e Usa ’94, l’allargamento della partecipazione alla Coppa dei Campioni ed il passaggio da First Divisioni a Premier League sanciscono la nuova dimensione del football globalizzato. In realtà l’avanguardia è il Milan marchiato Berlusconi-Fininvest, che traina la Serie A ed il calcio europeo verso un nuovo modello di business sull’asse politico-economica.

In questo contesto globale nasce nel 1993 la Japan Professional Football League, con la volontà di dimostrare la crescita del Giappone anche sul piano sportivo. Se il calcio fino ad allora era stato sport decisamente minoritario, messo all’angolo dal Sumo, nel segno della tradizione, e dal Baseball, intrattenimento dopolavoristico offerto dalle grandi aziende strizzando l’occhio agli Yankees, la nuova lega diviene veicolo di uno stravolgimento nel costume nazionale.

Il primo presidente dell’organizzazione, Kawabuchi Saburo, non ha dubbi: «La J-League è una rivoluzione sociale, non significa soltanto sviluppare con successo il calcio in Giappone»; e la storia gli darà ragione. Infatti, con l’inaugurazione del primo campionato nazionale professionistico, germoglia il sentimento del tifo campanilistico, oggi globalmente riassunto nel ‘Support your local team’, fino ad allora praticamente sconosciuto negli sport di squadra sotto il Sol Levante, dove regnava tutta un’altra cultura sportiva.



Ecco che la mappa dell’arcipelago si popola di nomi che attingono ad influenze locali e straniere. Come gli AS Yokohama Flugels, che rendono perfettamente l’idea: il prefisso rimanda all’Associazione Sportiva, ma cela in realtà All Nippon Airways e Sato Labs, sponsor del club, mentre Flugels, “ali” in tedesco, rafforza il riferimento commerciale; in questo ibrido di riferimenti sportivi e commerciali, miscela glocale, la vera novità è il nome della città, elemento sconosciuto nelle denominazioni sportive del Baseball, frutto della dislocazione delle aziende su più regioni.

Se il lancio del campionato a tavolino, tra politica e marketing, può far pensare ad un sentimento artefatto dei Giapponesi per il calcio, bisogna dire che gli appassionati si avvicinano con autentico entusiasmo. Anzi, la passione è subito temprata dalla delusione. La vittoria della Coppa d’Asia nel ’92 punta presto i fari sulla nazionale e pone le basi per rendere il calcio un interesse popolare; così il grande obiettivo è la qualificazione ai mondiali di USA ’94. A Doha, i Samurai devono battere l’Iraq per staccare il biglietto, ma subiscono il 2-2 in pieno recupero e devono rimandare il sogno a Francia 1998.

Dopo la ribattezzata “Agonia di Doha”, il lutto è nazionale ma la febbre per il calcio ormai divampa. Mentre il campionato si arricchisce di campioni come Zico e Schillaci, nomi perfetti per la promozione sportiva (e commerciale), la FIFA fiuta l’affare ed assegna la Coppa del Mondo 2002 proprio al Nippon ed alla Corea del Sud. All’epoca la squadra viene eliminata agli ottavi dai Turchi e oggi, con sei qualificazioni consecutive ai Mondiali più quattro Coppe d’Asia in bacheca, di cui tre negli ultimi vent’anni, il Giappone è diventata una certezza nel panorama calcistico globale.


IL MODELLO ITALIANO COME ISPIRAZIONE


Se il sostegno attorno ai diamanti era vivacizzato tradizionalmente dagli “oendan”, alla lettera gruppi di tifo attivo, si può dire però che questi nuclei non abbiano contribuito a porre le basi di una cultura di stadio nipponica; così la responsabilità è ricaduta inevitabilmente sul calcio. In particolare i giovani hanno contribuito a creare un ambiente ben più vivace e stimolante delle gradinate popolate da impiegati in camicia bianca a maniche corte e cravatta, appena usciti dall’ufficio, che componevano la maggioranza del pubblico del Baseball. Nei gruppi organizzati che nascono a cavallo del Terzo Millennio, allora, l’immaginario trae ispirazione dalla musica rock e dai volti dell’iconografia sovversiva, quali Che Guevara.

tifo giapponese
La coreografia dei tifosi del Gamba Osaka, sulla scia di quelle europee

Se anche gli spalti del nazional-popolare Sumo rappresentano un ambiente troppo inquadrato, i settori popolari, eterogenei dal punto di vista sociale e culturale, offrono il giusto terreno per lo sviluppo di nuove modalità espressive di una gioventù che, da sempre, cerca nelle sottoculture una via di fuga alle gerarchie imposte dall’universo della scuola e del lavoro. La tv farà il resto.

Senza dubbio nei suoi primi passi il tifo organizzato giapponese si ispira al “modello italiano”: bandieroni e striscioni dietro a cui si raccoglie il gruppo, voce e colore per sostenere la squadra.

Perché proprio noi? Semplicemente perché negli anni Novanta il campionato italiano rappresenta l’apice del calcio mondiale e le nostre curve sono le più calde e spettacolari, né più né meno. Certamente, si rimette al lettore il compito di indagare inedite interpretazioni, approfondendo le affinità tra la cultura nostrana e quella giapponese, ma ora ci si vuole limitare ad una spiegazione sì semplice, ma tutt’alto che semplicistica. D’altronde, proprio con la motivazione estetica, Goffredo Parise spiegava il drammatico gesto di Yukio Mishima; e la chiave di lettura proposta dall’autore, che racconta il suo viaggio al Sol Levante ne “L’eleganza è frigida”, fa davvero al caso nostro: i giapponesi acquisiscono sì il tifo all’italiana, ma lo privano di quegli elementi caratteristici che risultano estranei alla loro cultura.



Per capire, prendiamo l’utilizzo di torce, fumogeni e petardi nelle arene nipponiche: la pirotecnica è generalmente bandita, così i gruppi organizzati evitano il suo utilizzo, innanzitutto per non danneggiare il proprio club, di cui si sentono parte integrante; in Italia invece è nota la forte distinzione tra gruppo e società sportiva. Ancora, in Giappone è raro l’utilizzo di striscioni per provocare ed insultare i rivali ed il tifo si concentra sul supporto alla propria squadra. Difficilmente si va al di là di fischi e “buuu” a giocatori avversari e dirimpettai sugli spalti. Chissà allora le facce dietro agli storici striscioni Fossa dei Leoni e Brigate Rossonere, al seguito del Milan a Yokohama nel 2007, vedendosi srotolare di fronte “Merda Milan” dagli Urawa Reds Supporters!

Ad ogni modo, questo episodio (grottesco) ci permette di collegarci al tema dell’antagonismo e della violenza.

In Giappone, almeno fino ad oggi, è stato inutile aspettarsi prese di posizione dei gruppi organizzati contro il moloch del Calcio Moderno, perché di fatto questi sono coevi; allo stesso modo, non potendo attingere da un retaggio politico extraparlamentare ed antagonista – che invece ha caratterizzato la nascita del movimento nostrano – è fin qui difficile pensare che i gruppi possano rappresentare forze davvero controculturali. Ciò non toglie che in futuro i collettivi possano maturare una propria coscienza critica, oppure veicolare messaggi di dissenso nei confronti della dirigenze sportive e politiche.

Infine, ritornando all’episodio di Yokohama, secondo la teoria (e la prassi poi) in queste situazioni bisognerebbe essere pronti a dare seguito alla provocazione, aspettando la reazione dei rivali, verosimilmente dopo il triplice fischio e fuori dallo stadio; ma lo scontro fisico, così come quello verbale, non rientra nei canoni tradizionali del tifo giapponese. Non esiste qui la logica tribale dello scontro tra fazioni opposte, soprattutto perché il tifo non affonda le sue radici in una cultura di eccessivo campanilismo (né di antagonismo), e le rivalità hanno una matrice soprattutto sportiva.



Oggi che le curve nella terra del Sol Levante subiscono influssi diversi dalla sola tradizione italiana, riscontrabili ad esempio nei tirantes sudamericani, oppure in marchi che si rifanno allo stile (di vita in primis) britannico, materia di confronto è il modo in cui si combinano e si reinventano gli stimoli allogeni. L’originalità è alla base di queste contaminazioni, perciò se omaggiare gli stranieri è chiaramente ben visto, rifarsi ad un altro gruppo giapponese è sintomo di pochezza. Un esempio estremo di questa pratica è offerto dalla tifoseria del Gamba Osaka, la cui infatuazione per l’Atalanta e la sua curva è spudorata.

Infine, si vuole lasciare un ulteriore spunto di riflessione sulla gioventù nipponica, oggi spesso citata per la malattia che affligge gli hikikomomori, i ragazzi che si recludono volontariamente entro le mura domestiche per sfuggire ad un mondo esterno che rifiutano.

Si torni allora negli anni Sessanta, in un Paese ancora sconvolto dalla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, tanto sul piano materiale quanto spirituale, quando prendono piede i Bosoku, la “tribù fuori controllo” secondo la stampa. Sono giovani che cavalcano moto dalla marmitte modificate e tonanti, ripudiano lo stile giovanile americano-centrico e la deriva intrapresa dalla società nipponica; una ribellione senza una causa figlia del rifiuto dei mutamenti sociali, economici e culturali in corso. Non sembra casuale, allora, che questo movimento sia di fatto coevo all’agitazione di Mishima e dei suoi seguaci.

Sulle strade si muovono in sciami, terrorizzando gli astanti e scontrandosi con la polizia, ma mantengono uno stile individuale: stivali militari, pantaloni larghi, capispalla che combinano la tuta da lavoro con la divisa dei piloti kamikaze, e la fascia hachimaki stretta sulla fronte. Il tutto decorato con la bandiera imperiale ed i simboli dei singoli gruppi. Una sorta di ribelli esistenziali, di ultras ma senza calcio e senza stadi. Dai quarantamila effettivi degli anni Settanta, collimati nella devastazione di Kobe nel 1976, oggi si contano circa cinquemila individui ancora attivi. Chissà che, un giorno, non possano fare capolino anche sugli spalti.

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