Che i tifosi non fossero al centro dell’attenzione e della pianificazione di coloro che il calcio lo dirigono – presidenti, società, federazioni, leghe, Uefa, pay-tv ecc. – era cosa nota già da anni. Basti pensare alla “evoluzione” del costo dei biglietti per capire l’idea che hanno ai piani alti dei tifosi: non un patrimonio da preservare, bensì una vacca da mungere. Ciò, d’altra parte, è in perfetta linea con il cambiamento strutturale degli stadi moderni in cui affiorano sempre più salotti, box privati e servizi di lusso a discapito delle standing areas, di prezzi popolari e, magari, di una fidelizzazione col tifoso che vada oltre il mero scambio commerciale.

 

 

Oggi, dopo tutti gli stravolgimenti dovuti alla pandemia, è ancora più curioso tentare di capire quali possano essere gli scenari futuri per coloro che popolano – anzi popolavano – gli stadi. Dopo che il mondo si è letteralmente fermato a causa del Covid-19, diversi Stati hanno iniziato a rialzarsi e molte attività hanno ripreso il loro corso, seppur con grande fatica: tra queste c’è ovviamente il calcio, che per gli enormi interessi economici non poteva permettersi di rimanere paralizzato.

 

«The show must go on». Non importa come. La maggior parte dei campionati ha ripreso da dove aveva lasciato, sebbene con delle modifiche procedurali discutibili: calendario fittissimo a prova di feticisti del pallone con partite ogni tre giorni; palinsesto quotidiano con orari da programmazione cinematografica; coppe europee snaturate, compresse a livello temporale e in un’unica sede a mo’ di torneo estivo. In tutto ciò, nessuno sembra aver notato la totale assenza di tifosi sugli spalti.

 

Per sopperire a questa mancanza ne abbiamo viste di tutti i colori: impianti sportivi e televisioni che riproducono i cori registrati per tentare di ricreare “l’atmosfera”; sagome cartonate dei tifosi poste sui seggiolini dello stadio; videochiamate live per esultare in diretta dal divano di casa propria. Insomma, uno scenario surreale, quasi da eSports, che nulla ha a che vedere con il calcio.

 

 

Ma la cosa davvero inquietante, usciti da questa full immersion estiva, è che molti di noi sembra si siano abituati a questo “spettacolo” senza grossi problemi, né pretese di cambiare lo status quo. Nessun istinto reazionario si è ancora manifestato, forse perché alla fine ciò che conta è che sia garantito l’intrattenimento – unicamente televisivo, in questo caso -, mentre su tutto il resto, a quanto pare, si può soprassedere. Sportivamente parlando, quest’ultimo periodo storico ha dimostrato in maniera ancora più evidente che il calcio, o meglio il “sistema calcio”, può andare avanti anche senza tifosi.

 

tifosi finti monchengladbach

I giocatori del Borussia Moenchengladbach, la società tedesca che ha lanciato (ahinoi) la moda dei tifosi cartonati, esultano insieme a dei pezzi di carta, in un silenzio assordante (foto di Martin Meisner/Pool via Getty Images)

 

 

La distopia è diventata realtà. Sorge dunque spontaneo chiedersi che cosa ne sarà di noi, dei tifosi che hanno passato una vita a seguire la propria squadra del cuore in casa e in trasferta a costo di enormi sacrifici. Di chi vive di emozioni e vibrazioni che solo uno stadio gremito sa regalare. Dei tifosi che, se si sono innamorati di questo sport, lo hanno fatto crescendo sugli spalti, non stando a casa a imbottirsi di patatine e, magari annoiati – perché questo calcio è inguardabile, malgrado le frequenti goleade – facendo zapping tra una partita e l’altra.

 

In un futuro sempre più incerto per i tifosi, l’unica certezza è che il campionato di Serie A avrà inizio il 19 settembre. Per tutto il resto non si hanno che ipotesi prive di concretezza, a partire dalla tanto declamata riapertura degli stadi parziale e graduale.

 

Con questi presupposti, non ci resta che fantasticare immaginando il calcio del futuro tra uno sbadiglio e un gesto di stizza: dispositivi di realtà aumentata a disposizione del cliente; visori di virtual reality in 3D per “un’esperienza unica”; divani casalinghi posizionati al posto dei seggiolini; casse da discoteca che riproducono i cori scelti da casa col “tasto verde” del telecomando. E così questo scempio potrebbe diventare la (nuova) normalità anche nel nostro antico, arcaico e ormai al tramonto rito della partita di calcio.

 

 

Qualsiasi sia il destino del pallone giocato, il nostro pensiero si ritrova perfettamente nelle parole di John King che, in “Fedeli alla tribù”, riassume in maniera eccellente il ruolo e il significato che i tifosi dovrebbero avere nel calcio: «A nessuna industria televisiva sembra che interessi dei tifosi, ma senza l’urlo e il movimento del pubblico il calcio sarebbe uno zero. Il calcio è una storia di passione. Sarà sempre così. Senza la passione il calcio è morto. Solo 22 uomini che corrono su un prato e danno calci a una palla: proprio una gran cagata. È la tifoseria che fa diventare il calcio una cosa importante.» O John King si sbagliava di grosso, oppure è giunta l’ora di dimostrare che aveva ragione.