Basket
28 Agosto 2021

Tim Duncan, The Big Fundamental

Quando la normalità è extra-ordinaria.

Parlo a Voi, baskettari! A Voi che tra il tramonto del vecchio millennio e l’alba del nuovo non vedevate l’ora che arrivasse il sabato per gustarvi l’anticipo di Seria A commentato dal compianto Franco Lauro; e vi gasavate sulle note elettro-marziali di “Go west” dei Pet Shop Boys che annunciavo la partita, magari della Benetton Treviso o della “Kinder” Bologna.

Da quel campionato passavano le future stelle NBA e, giacché di NBA si deve parlare, non mentite! Anche per Voi il momento più esaltante di quei pomeriggi era quello dedicato al basket d’oltreoceano. In quella Lega vedova di Jordan si andava affermando una nuova generazione di fortissime leve. Vista con gli occhi di oggi, l’NBA di allora ci appare già così retrò: se fosse un genere musicale sarebbe il vaporwave (soprattutto per quei fighissimi loghi delle franchigie che parevano creati con Wordart e Clipart made in Microsoft ’98).

Eppure era l’altro ieri (se non proprio ieri): lì nasceva il prototipo del giocatore di oggi, dal punto di vista tecnico e sociologico, e lì possiamo trovare i progenitori dei vari James, Curry o Durant.

Detto questo, ora però ripulite il parquet della vostra memoria dall’immagine del cestista NBA tipo di quegli anni. In poche parole scordatevi la gioventù “maledetta” e i tatuaggi di Allen Iverson e scappate dalle struggenti strade di Philadelphia cantate da Bruce Springsteen; obliate l’appariscenza fisica e mediatica di Shaquille O’Neill e ripudiate le stelle di Los Angeles e la lucente finzione di Hollywoodland; scusate il trash talk di Kevin Garnett e riparatevi dal gelo della celtica Boston, meta di chi cerca rivincite e patria di chi è abituato a vincere (merito forse del verde speranza o del trifoglio portafortuna).

Qui si celebra “Altro”: altro genere di atleta e personalità. Altra varietà di ambienti. Si osanna la normalità extra-ordinaria rispetto alla normale extra-ordinarietà di chi è stato esempio per eccellenza (lontanissimo dalle risse a mano armata in spogliatoio di Arenas e Crittenton, dalle aggressioni all’odiato coach di Sprewell o dai presunti tradimenti amorosi e successivi divorzi tra star alla Tony Parker-Eva Longoria).

Il nostro è un cavaliere senza macchia, rimasto limpido ed esente da critiche nonostante decenni passati in un mondo costantemente sotto riflettori capaci di captare debolezze e scheletri nell’armadio dei più grandi. Forse perché Voi-dovreste-già-sapere-chi si è saggiamente nascosto con un pesante mantello intessuto di preziose fibre di umiltà – ed anche per questo non lo si è mai considerato grande quanto meritava.

Davvero come non mai i freddi numeri – seppur invidiabili – sono estremamente riduttivi rispetto alla caratura del personaggio.

Perciò elenchiamoli subito e poi mettiamoli da parte: prima scelta assoluta al draft del 1997 e rookie dell’anno nel 1998; 5 titoli NBA (vinti in tre decenni diversi); 2 volte MVP della regular season e 3 MVP delle Finals; nel 2000 MVP dell’All-Star Game (ove può vantare 15 partecipazioni). Miglior percentuale di vittorie (70,1%) in NBA e in tutte le leghe sportive americane (NBA, NFL, NHL e MLB) da parte della sua squadra nei 19 anni di carriera; record di doppie-doppie, rimbalzi difensivi e stoppate in gare dei playoff . Inserito nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame nel 2020 ed eletto da Sports Illustrated miglior giocatore del decennio 2000-2010.

L’inconfondibile sguardo di Tim Duncan

Poi c’è quello che i numeri non dicono ma serve per inquadrare il tipo d’uomo. Ogni altra stella americana dell’NBA potrebbe entrare nel cast di in un qualsiasi film su razzismo e violenza di quell’occupatore fisso della prima fila del Madison Square Garden quando giocano i Knicks che è Spike Lee. Lui starebbe molto meglio in un remake di due capolavori sulle medesime tematiche degli anni ’60 come “Indovina chi viene a cena?” o “La calda notte dell’ispettore Tibbs” nella parte dell’eroe iper-idealizzato reso immortale da Sydney Poitiers.

In un ambiente, poi, dove rap e hip hop sono segno di appartenenza ad una determinata sub-cultura per molti giocatori, lui potrebbe esibirsi con il clarinetto imparato a scuola in una big band swing o jazz; o interpretare i brani del “re del calypso” Harry Belafonte. Il calypso è, infatti, il genere musicale simbolo della sua terra, le Isole Vergini Americane.

È a Christiansted, in questo arcipelago paradisiaco dei Caraibi, che comincia l’epopea del nostro il 25 aprile 1976. In un bellissimo documentario (che grazie alla voce di Flavio Tranquillo possiamo godere anche in italiano) ci porta ad esplorare i luoghi dove tutto ebbe inizio.

Ovviamente stiamo parlando di Lui: Tim Duncan, “The Big Fundamental”.

Dietro questo appellativo semplice, non altisonante ma ricco e corposo che lo descrive appieno c’è una storia meravigliosa. La cittadina natia di Tim deve il suo nome ad un re: i Danesi, comprandola nel ‘700, vollero omaggiare Cristiano VI, sovrano dalle abitudini semplici e con la tendenza a sfuggire alla società. Diventò presto un centro di fondamentale importanza per la presenza di piantagioni di canna da zucchero, coltivate sfruttando la manodopera degli schiavi provenienti dall’Africa.

Una visuale dall’alto di Christiansted

Duncan è figlio di tutto questo: ha il sangue freddo dei Vichinghi e il distacco dal mondo di Cristiano VI; la resilienza di un’isola battuta dai tifoni ma sempre così dolce e le qualità e l’ardore fisico di un guerriero africano senza paura. Nascere e crescere in un posto così, una piccola comunità dove la gente ti conosce da prima di essere famoso con un’atmosfera rilassante, da spiaggia, ti rende l’animo più lieve.

Non necessariamente la vita più semplice: ai giovani Cruciani (come sono chiamati gli abitanti dell’isola di Saint Croix ove è sita Christiansted) i genitori insegnano a lavorare duramente, studiare con impegno ed eccellere in tutto. Inizialmente sono le piscine che vedono protagonista il giovane Tim: in acqua emerge solo il suo talento cristallino e non un briciolo di quella timidezza che invece lo caratterizza fuori; e poi ha una mamma, disposta ad immani sacrifici per supportare il figlio, come prima tifosa. Nel 1989 è nella squadra destinata a partecipare alle Olimpiadi del ‘92.

L’idillio viene distrutto da un uragano. Anzi due.

Il primo si chiama “Hugo”: spazza Saint Croix il 18 settembre 1989 con raffiche di vento che arrivano a 230 km/h. La piscina viene distrutta. Il secondo arriva l’anno dopo ed è ancora più devastante perché la morte viene a prendersi l’adorata madre. Questi due tragici segnali avvertono che è ora di chiudere col nuoto agonistico. O, da un’altra prospettiva, spingono – brutalmente – Duncan verso la strada della gloria. Perché “Dio ti benedice in molti modi diversi. Ti spinge in una direzione e questa era la mia direzione” dirà quando ormai tutto è già compiuto.

Guidata da Dio, allora la sorella regala al ragazzo un canestro perché si svaghi dopo una tragedia così segnante.

La meravigliosa creatura sviluppatasi tra le acque della piscina e le spiagge sull’oceano si evolve passando ai campetti da basket (naturalmente con canestri non regolamentari e sbilenchi per i continui tentativi di schiacciare). Tuttavia l’adattamento al nuovo habitat non è facile perché, sebbene più alto degli altri, Duncan è tanto scarso da essere preso in giro, anche perché tenta di fare il playmaker per imitare Magic Johnson infischiandosene dell’altezza.

Allora è papà Duncan che si impegna affinché il ragazzo migliori secondo il comandamento universale imparato per la vita per cui il sudore è alla base di ogni soddisfazione. Con questa testa e quelle doti fisiche dopotutto non bisogna fare altro che soffermarsi sulla tecnica e mostrare i muscoli: in questo sarà fondamentale il cognato, ex cestista, dal quale verranno la passione per il gioco e il “21” sulla maglia.

Tim Duncan e Gregg Popovich insieme hanno scritto la storia del basket NBA

Saint Croix però resta ancora lontanissima dai fari dell’NBA. Finché sull’isola non si spande una voce che elettrizza tutti i giovani cestisti: Alonzo Mourning, uno dei più forti centri dell’epoca, è in città. L’obiettivo diventa riuscire a farsi notare giocando con lui: il nostro piccolo grande uomo ci riesce. Il primo passo è fatto. Quello successivo è l’Università: la scelta ricade su Wake Forest nella Carolina del Nord.

L’impatto in NCAA è prorompente: ci si rende conto subito di essere di fronte ad uno dei migliori prospetti, soprattutto per le qualità difensive. E i fari dell’NBA stavolta sono ben puntati su Duncan, sebbene occorra rendersi eleggibili per accedere al draft. C’è però un dettaglio non insignificante: il percorso al college non è ancora concluso. Secondo voi, uno con quell’impostazione mentale cosa sceglierà tra il salto definitivo verso le lusinghe dell’NBA e la conclusione degli studi universitari? Indovinato, la risposta esatta è la seconda.

All’epoca ancora nessuno lo sa ma quella scelta – apparentemente senza rilevanza se non per il diretto interessato che si guadagnerà una laurea in psicologia (rispettando la volontà della defunta madre) ed a prima vista poco coraggiosa o, addirittura, improvvida – avrà un peso decisivo sul futuro di tutta la Lega e, in particolare, su quello di una squadra. Infatti, quando terminano i quattro anni di studi e si presenta al draft del 1997 la sorte ha affidato ai San Antonio Spurs la prima scelta assoluta: la decisione di portare questo ragazzone di 211 cm in Texas cambia per sempre la storia della franchigia perché gli Speroni (fino ad allora fuori dalla mappa delle squadre titolate) nei successivi 20 anni, costruiranno il loro blasone sulle spalle forti di Duncan.

Tim Duncan, prima scelta al draft del 1997

Difatti se si sceglie questo tipo di atleta, lo si mette nelle mani di coach Gregg Popovich, sergente di ferro dal sangue jugoslavo (e con un sospetto passato da agente della CIA), e di un centro solidissimo come “the Admiral” David Robinson (che dall’US Navy è passato all’oro olimpico col Dream Team del ‘92) non si può che ambire al titolo. Il guru della disciplina Popovich e il leader con rari carisma e cultura Robinson sono ciò che serve al rookie Duncan per completare la sua evoluzione.

Le “Twin Towers”, come chiamavano l’Ammiraglio e il “cadetto”, portano il primo anello agli Spurs nel 1999 battendo in finale i New York Knicks.

La vittoria sulla squadra della Grande Mela mostra la superiorità della squadra e degli atleti texani ma soprattutto di quel modello: il “sistema San Antonio” esalta la quadratura di Duncan rispetto all’incostanza di Sprewell, la programmazione della franchigia di periferia di fronte alla storia di quella della metropoli. E a dimostrare la bontà di questo modello ci sono i successivi titoli vinti mettendo al fianco di Duncan (naturale erede di Robinson) due atleti estranei alla realtà americana: il già citato Tony Parker, play francese che, seppur figlio di un ex giocatore statunitense, approda in Texas senza la tradizionale trafila dei cestisti NBA; e poi Emanuél Ginobili, destinato a fare il sesto uomo, che vola a San Antonio direttamente dall’Italia dove ha incantato tutti con la Virtus Bologna.

Nei nuovi Spurs che tutti attendono al varco, spetta proprio a Duncan trascinare la squadra: per Tim è una grande assunzione di responsabilità oltre che un mezzo atto di fede ma anche la definitiva consacrazione.

Alle spalle c’è un modello funzionante e i big three di San Antonio sono un Caraibico, un Francese e un Argentino. Evidente come quello degli Spurs sia uno sistema unico e impossibile da riproporre altrove: un piccolissimo mercato lontano dai centri del potere della palla a spicchi e dalla tradizione. Se, da un lato, ciò ne ha favorito la costruzione, dall’altro non ha dato a Duncan quel che era di Duncan (se non i titoli conquistati e meritati, s’intende). Nondimeno solo lì era possibile la perfetta simbiosi tra il giocatore e la franchigia: non per manie di protagonismo da parte di Tim ma è evidente quanto a San Antonio tutto girasse intorno al “21” perché Duncan era gli Spurs e gli Spurs erano lui. Dopotutto stiamo parlando di una bandiera: 19 anni con la stessa casacca, rarità nello sport professionistico odierno, lo sono ancor di più in quello capitalista americano. Il minimo che potessero fare a San Antonio era ritirare l’iconica maglia n° 21 nero-argento.

Tim Duncan dalle parti di San Antonio è un’istituzione

Dal punto di vista tecnico Tim Duncan dava l’impressione di essere un elaboratore, programmato per lavorare costantemente ma senza picchi alti o bassi. Proprio questa lucidità e calma d’azione però gli permetteva di fare sempre la scelta giusta, in attacco e soprattutto in difesa (dove è tra i migliori della storia del gioco). Sempre guidato da una forza mai appariscente giacché, d’altro canto, la sua forza era sostanzialmente la “non appariscenza”: quest’ossimoro vivente esprimeva tanto la purezza del gioco intesa come essenzialità quanto la purezza dell’uomo stando in campo.

Per capirlo ancora meglio va messo di fronte al suo Mr. Hyde che ha le sembianze di Kevin Garnett. Uno che al college preferì immediatamente l’NBA, che non riuscendo a vincere con i Minnesota Timberwolves decise di andare a Boston dove gli anelli non si contano; ma soprattutto un trash talker seriale. Inefficace chiaramente di fronte ad un uomo intatto ed intangibile come Duncan. Ed, infatti, i due non si sopportavano ma Tim lasciava semplicemente che il suo arci-nemico si arrovellasse cercando di farlo eccedere senza mai riuscirci: “The Big Fundamental” batte “The Big Ticket” semplicemente col silenzio (non l’unico sconfitto dalla forza mentale di Duncan visto che anche Shaq si lamentava di non averlo mai mandato fuori di testa).

Gli “dei bizzosi del basket”, come direbbe Buffa, si sono divertiti inserendoli insieme nella Hall of Fame nel 2020.

Ancora più divertente notare come in quell’occasione il nostro abbia fatto la cosa più “oscena” della sua vita presentandosi alla cerimonia con dei dreadlocks! Lo avremmo accettato quando aveva 20 anni ma non a 40 suonati, dopo averlo imparato a conoscere: molto più duncaniano quando ritirò l’MVP con la semplicità di un’adolescente in jeans corti, maglietta e sandali da francescano.

Questo e molto altro è Tim Duncan. Ma in ogni cosa è possibile notare come sia sempre rimasto fedele a sé stesso: dal ragazzo che nuotava a Saint Croix fino al campione che collezionava 5 anelli.

Sono questo che vedete, non c’è altro”.

– Tim Duncan

La parabola del Timothy Theodore Duncan è un classico nella narrazione sportiva ma non saranno mai inutili gli sguardi che rivolgeremo al Cavaliere cruciano dagli speroni d’argento per rendergli onore.

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