“La Francia ha Gasquet, noi purtroppo abbiamo Fognini”. Rino Tommasi, Maestro del giornalismo italiano e, a buon diritto, inserito nella hall of fame del tennis di Newport (insieme al sodale Gianni Clerici), nel lontano 2007 era stato laconico nei confronti del giovane tennista ligure, speranza della racchetta azzurra. Il cronista di Verona ne aveva da subito evidenziato un carattere fumantino, una totale mancanza di concentrazione e continuità nell’arco di una partita, e una chiara tendenza alla polemica e all’ira più che alla cultura del lavoro. “Non sarà mai un grande giocatore”, diceva.

 

Oggi, dopo un numero indefinito di racchette spaccate, diversi warning per turpiloquio, copiose polemiche con i giudici di sedia e un paio di insulti alle incolpevoli madri dei giudici di linea, Fabio Fognini è nella Top 10 del tennis mondiale. E, non ce ne voglia l’immenso Rino, è un grande giocatore.

 

Il sorriso smagliante di quel pazzo del Fogna (LaPresse)

 

Fognini arriva a questo traguardo sulla scia di un anno in costante crescita in cui il trofeo di Montecarlo ha rappresentato il coronamento di una carriera e la spinta necessaria per guadagnare posizioni nel ranking. Un traguardo quantomai storico, se è vero che oggi (lunedì 10, se credete ai segni) si rivede un italiano nella Top 10 dopo Corrado Barazzutti che aveva raggiunto la settima posizione mondiale nell’Agosto ’78. Sì, esattamente, parliamo di quarantuno anni fa (41!). Il secondo sport per numero di tesserati in Italia, era riuscito dal 1973, introduzione della classifica computerizzata, a inserire due soli giocatori nel gotha del tennis mondiale: oltre al citato Barazzutti, ovviamente Adriano Panatta, che nel ’76 si appostò ai piedi del podio virtuale. Un’assenza imbarazzante che deve far riflettere sulla fallace struttura delle istituzioni federali, immobili dai successi generazionali della Davis del 1976, e che ha sempre e solo sperato nell’apparizione di talenti molto più che nel loro svezzamento e crescita. Una federazione incapace di sfruttare la buona tradizione tennistica e sportiva degli albori e che si è vista surclassare da potenze prima totalmente estranee alla racchetta.

 

In questo contesto non stupisce che sia proprio Fabio Fognini ad aver rinverdito lo splendore del tennis di casa nostra, avendo richiesto asilo in Spagna e Stati Uniti per allenarsi e crescere trovando altrove le strutture e le condizioni ideali per alimentare il suo talento. L’affermazione del ligure non deve necessariamente lasciar presagire un’ondata di freschezza per il nostro movimento (anche se Berrettini e soprattutto Sinner lasciano ben sperare). Quella di Fognini è una storia di puro talento, condita da colpi estrosi che ci hanno fatto divertire moltissimo nell’epoca dei robot del tennis, muri di gomma calcolatori e cultori di alimentazione e forma fisica.

 

Fognini assieme a Pietrangeli, padre nobile del tennis italiano (LaPresse)

 

E’ vero, forse fosse stato un giocatore assennato e un atleta provetto, avremmo cantato le lodi di ben altri trofei, ma in fondo queste argomentazioni ipotetiche hanno sempre più infastidito che giovato. Perché l’unica certezza che ci rimane è che Fabio Fognini abbia deciso di rimanere sempre fedele a sé stesso, al suo personalissimo modo di essere, a volte irreverente e insofferente, ma pur sempre coerente.

 

In una carriera spesa a condividere il campo con i più grandi giocatori di tutti i tempi (a proposito ieri Rafa il cannibile ha messo in bacheca la dodicesima Coppa dei Moschettieri), questo è finalmente un obiettivo straordinariamente raggiunto, sempre con il sorriso e l’attitudine estrosa degna dei grandi del passato, ormai estinta nei campi del circuito odierno. Perciò grazie Fabio, per aver riportato l’Italia nel tennis che conta, ma soprattutto di essere rimasto te stesso.