Recentemente il canale digitale Arte.tv ha diffuso un interessante reportage che ci conduce nel Brasile uscito dal primo lockdown, una realtà che ci viene raccontata attraverso le testimonianze delle torcidas, ovvero le tifoserie organizzate che seguono i club del futbòl. In particolare sono le parole dei sostenitori di Corinthians e Palmeiras a raccontarci le tensioni sociali che agitano le strade dell’ex colonia portoghese.

 

 

Il documentario si apre con una dimostrazione lungo un cavalcavia di una delle arterie principali di San Paolo, dove viene dispiegato lo striscione Fora Bolsonaro. Il narratore è Danilo, ventisettenne leader del gruppo Gavioes da Fiel, da cinquant’anni la principale sigla al seguito del Corinthians. Nonostante lo striscione venga fatto rimuovere dalla polizia poco dopo, il ragazzo è soddisfatto dell’azione; in realtà il vero successo è stato raccolto qualche tempo prima quando il suo collettivo di tifosi è stato il principale organizzatore di una mobilitazione di massa contro il presidente Bolsonaro, manifestazione a cui avevano aderito altre tifoserie locali e storicamente rivali.

 

I tifosi del Corinthians per le strade di San Paolo

 

 

Somos Democracia è stato il motto dietro a cui si sono stretti i tifosi di Corinthians, Sao Paulo e Santos, oltre ad una frangia di quelli del Palmeiras, che hanno fronteggiato non solo verbalmente i sostenitori dell’attuale presidente (e la polizia) in Avenida Paulista, principale via della città. Questa dimostrazione ha avuto seguito in altre metropoli, come Rio de Janeiro, Brasilia, Belo Horizonte e Porto Alegre, coinvolgendo da nord a sud l’intero paese.

 

 

Al di là dell’impatto mediatico suscitato, queste mobilitazioni hanno rappresentato un importante esordio nel dibattito pubblico. Come già avvenuto negli ultimi tempi in Ecuador e Cile, dove le barras bravas sono scese in campo ed in piazza contro le misure socio-economiche di Pinera, anche nel reame di Pelè il tifo organizzato è diventato megafono delle rivendicazioni popolari.

 

 

In verità, spiega Danilo, studente di storia, non c’è nulla di cui stupirsi di questo attivismo politico: le torcidas raccolgono tutte le fasce della popolazione, ma sono composte per lo più da ragazzi provenienti dalle periferie, zone in cui il divario economico si fa abissale ed è quotidiano il confronto con il braccio armato dello stato. Il calcio è uno dei cardini della cultura brasiliana ed è naturale che diventi terreno di scontro.

 

Come vedremo, il fronte della tifoseria del Palmeiras è piuttosto variegato (foto di Alexandre Schneider/Getty Images)

 

 

Se non possono esprimersi sui gradoni, eccoli sfilare in corteo dietro allo striscione, pratica mutuata dal “modello italiano”, che deve simboli e rituali originari all’esperienza del ’68. Sebbene anche il modus tifandi sia ormai ampiamente globalizzato, torcidas, barras bravas, hooligans e casuals, infine ultras, rappresentano peculiarità dei propri paesi nativi.

 

 

Riguardo all’esperienza brasiliana, le torcidas organizadas nascono spontaneamente negli Anni ’30 come associazioni informali di tifosi impegnati nel raccogliere fondi per il sostegno attivo alla propria squadra; alla voce spese si possono così contare fuochi d’artificio, stoffe per bandiere e striscioni e qualsiasi strumento (in primis musicale) per creare atmosfera. Il loro nome deriva dal verbo torcer, ovvero strizzare o piegare, riferito al vezzo delle tifose di stringere sciarpe e foulard per l’agitazione durante la partita.

 

Con il tempo il termine sarebbe diventato sinonimo di sostenere, così come le torcidas si sarebbero strutturate dopo i mondiali casalinghi del ’50. I video della manifestazione diffusi dai cinegiornali dell’epoca le avrebbero poi esaltate in tutto il mondo, tant’è che la Torcida del Hajduk Spalato, fondata nel 1950, deve il suo nome proprio all’anima del tifo brasiliano.

 

L’attuale concezione delle torcidas risale agli Anni Sessanta, se vogliamo quasi coeva alla nascita dei gruppi nostrani, quando svariati gruppi si sono dati una sede ed un ordinamento meno improvvisato. Oggi, oltre alla riunioni organizzare il tifo, presso i covi dei torcederos hanno luogo varie iniziative aggregative; ad esempio, a proposito di un’altra celeberrima espressione della cultura verdeoro, diverse storiche torcidas, come Torcida Jovem (Santos) e appunto Gaviões da Fiel (Falchi o Nibbi della Fede nda), hanno una sezione che gestisce una scuola di samba, prendendo parte al Carnaval.

 

 

Danilo è attivo nel gruppo dall’età di tredici anni e fa da Cicerone nella sede situata nel distretto di Bom Retiro, una vera e propria palestra totalmente drappeggiata di bianconero, dove ci si allena e prepara a difendere i colori del Timão con ogni mezzo.

 

 

Aprendo un breve excursus, è interessante notare come l’inclusione dell’allenamento fisico nelle attività del gruppo sia una cifra tipica delle tifoserie dell’Est Europa, russe e polacche in primis, che si cimentano nel ustawka, ovvero incontri concordati lontano da occhi indiscreti. In questi casi lo scontro fisico a colpi di arti marziali assume una rilevanza primaria e sembra prevalere sull’aspetto del tifo, abbandonando il valore di extrema ratio; proprio per questo, tale modello è per lo più misconosciuto alle nostre latitudini.

 

«Io sono Corinthians,

feccia e combattente,

grazie a Dio!»

 

Cantano orgogliosamente i ragazzi della Time do povo, la squadra del popolo; una rivendicazione che riporta alla mente degli appassionati (lettori) Teppa, in cui il sociologo Valerio Marchi racconta oltre cinquecento anni di antagonismo giovanile. Una conflittualità che fa parte del dna della tifoseria corinthiana, sin dalla fondazione del suo gruppo più celebre.

 

L’infernale torcida del Corinthians (foto di Alexandre Schneider/Getty Images)

 

 

È infatti il 1969 quando vengono fondati i Gaviões da Fiel con l’intento di partecipare alla vita del club ed ostacolare l’operato del presidente Helu, considerato un esponente della dittatura all’interno della società. Oggi i 115 mila soci versano una quota annuale e si riconoscono nello statuto, che deve la stesura anche alla Democracia Corinthiana ispirata dal Dottor Socrates e compagni.

 

 

Della rivoluzionaria esperienza propugnata dal numero 8, ci parla il fratello maggiore Raì, già capitano del PSG e campione del mondo nel 1994. Egli è tra i firmatari del recente Manifesto dello sport per la democrazia ed è convinto che il tema politico debba far parte della formazione culturale degli atleti; al singolo spetterà poi la decisione sull’impegno personale. Ancora ribadisce l’essenza politica dello sport, e di come il calcio sia un terreno conteso tra totalitarismi ed istanze popolari, insieme oppio del popolo e megafono dei diritti degli ultimi.

 

 

Quindi è il momento di spostarsi nell’area metropolitana di Baixada, dove si è accolti nel bar club di Izidoro, storico tifoso del Palmeiras. Questo personaggio, istrionico al limite del macchiettistico, ha origini italiane proprio come il suo amato club. Fondato come Palestra Italia nel 1914 da quattro immigrati, sull’esaltazione suscitata da una tournée estiva di Torino e Pro Vercelli, la maglia blu con la croce dei Savoia è vestita da giocatori di sangue e cognome italiano. Soltanto l’entrata in guerra del Brasile al fianco degli Alleati avrebbe portato al cambio di denominazione, il cui titolo originale sarebbe però sopravvissuta nell’intitolazione dello stadio.

 

Sotto un austero ritratto di Mussolini, il nostro anfitrione minimizza le ultime mobilitazioni di stampo antifascista, così come le accuse di totalitarismo rivolte a Jair Bolsonaro. Anzi, a suo avviso il presidente è fin troppo permissivo. Anche durante la dittatura, ci sarebbe stata più libertà di quello che a suo avviso si racconta, considerando la fondazione delle tifoserie organizzate proprio in quel periodo. Infine sbotta: «Oggi tutto è razzismo, discriminazione… che schifo di mondo!» sferrando un ultimo colpo al politically correct.

 

Ben più ponderate sono invece le parole di Andrè, vertice della Mancha Verde, principale torcida del Verdão, fondata nel 1983. A differenza degli storici nemici del Corinthians, la tifoseria alviverde non ha mai sposato apertamente una causa politica, anzi egli ritiene che il dibattito brasiliano sia troppo polarizzato e possa così minare la coesione di una curva, che deve rimanere un luogo di aggregazione apolitica. Insomma, il Palmeiras prima di ogni altra cosa.

 

 

Si ripete così una dinamica che abbiamo già osservato anche e soprattutto nella storia delle nostre tifoserie, dove alcune piazze si sono riconosciute apertamente in un orientamento politico, mentre altre hanno riposto la loro identità esclusivamente nei colori sociali. In riferimento al clima divisivo creatosi in seguito all’elezione di Bolsonaro, Andrè si dimostra preoccupato da una sua eventuale riapparizione sul terreno del Palestra Italia, dove inaugurò la sua strategia di comunicazione “calcistica”. Infatti, in occasione della vittoria del Brasileirão 2018, il presidente salì letteralmente sul carro dei vincitori, ma la sua presenza passò quasi inosservata durante la festa; tuttavia oggi non sarebbe così.

 

 

Ad ogni modo, come spiega il sociologo Bernardo Bualque, l’ex capitano dell’Esercito Brasiliano crede fermamente nel calcio come strumento di soft power e sa bene che parlare la lingua dei tifosi significa padroneggiare il gergo popolare.

 

Nel 1978 Videla fu più discreto (foto di Lucas Uebel/Getty Images)

 

 

Così si spiegano le sue numerose comparsate con indosso la maglie di innumerevoli squadre, le foto con gli assi del futebol carioca ed i blitz in tribuna a sostegno dei suoi uomini, come quello al fianco dell’allora Ministro della Giustizia. Ancora più spudorata è stata la premiazione della Selecão vincitrice della Copa America 2019: in mezzo ai giocatori verdeoro, raggiante con la coppa fra le mani, c’è proprio lui.

 

 

Ma se il calcio è una delle casse di risonanza più potenti per la propaganda (di regime o meno), allo stesso tempo il “territorio libero” degli spalti rimane il pulpito da cui si alzano le contestazioni e le rivendicazioni di coloro che non hanno voce quotidianamente. Non sono state casuali le proteste che hanno preceduto il mondiale del 2014, quando i piani di riqualificazione urbana portarono allo sfollamento di migliaia di persone.

 

 

Da anni sono state emanate misure che vietano l’esposizione di slogan politici sulle gradinate, ma se il terreno dello scontro verbale (e fisico) dovesse spostarsi nelle strade, come negli ultimi tempi, la repressione non limiterà allo stadio il suo raggio d’azione. Mentre Danilo e trenta suoi compagni dei Gaviões si sono candidati alle ultime elezioni comunali per il distretto di Brasilandia, il deputato conservatore Daniel Silveira ha presentato una proposta di legge che equipara i dimostranti antifascisti a terroristi. Un’iniziativa che suona sinistra e ci ricorda, ancora una volta, quanto sia sciocco considerare il calcio come un semplice sport.

 


Qui il documentario di Arte.tv

In copertina foto di Andre Lucas/picture alliance via Getty Images