Le spalle di Tadej Pogačar si agitano come una nave che oscilla sulle onde. I denti si stringono per alleviare il dolore delle gambe. Chi lo ha davanti, lo vede spuntare dal nulla. Il vuoto che lo circonda non è altro che l’effetto ottico dovuto alla pendenza della strada. L’asfalto si arrampica fino al 20% e concede un piccolo respiro in prossimità del traguardo. Pogačar sfoggia una ferocia agonistica che mal si addice ai lineamenti da timido sbarbato. Superata la linea di arrivo, tira dritto. Schiva i fotografi e persino i fidati massaggiatori. Cerca un angolo di intimità dove è impossibile trovarlo. Nel frattempo la maglia gialla di Primoz Roglic è passata sotto l’arco dell’ultimo chilometro. Il suo volto è paonazzo, il casco gli penzola sul capo, gronda sudore da ogni poro. Un calvario.

 

Il cronometro scorre. I secondi si moltiplicano. Partoriscono un’attesa infinita. Tadej è piegato sulla bicicletta, respira con affanno. Non sa ancora che Roglic pedala con inquietudine. Metro dopo metro, secondo dopo secondo, il Tour gli sta sfuggendo di mano. Sbuca dalla rampa accennando una reazione scomposta. I movimenti dei muscoli si mescolano alle scodate della bicicletta, che pare un cavallo imbizzarrito. Le braccia e le gambe provano a spingere le ruote oltre la pendenza. Quando la strada spiana non è un sollievo: Roglic è ancora piantato a terra, con gli occhi smarriti nel vuoto, a girovagare tra le vette che circondano La Planche des Belles Filles. Il Tour gli è sfuggito di mano: è di Tadej Pogačar.

 

Roglic e Pogačar: amici, compatrioti, leali avversari

 

L’epica omerica descrive gloria e dannazione: Pogačar si porta le mani sul volto come a nascondere lo stupore. Abbozza un sorriso, scambia abbracci con gli uomini della sua squadra, la UAE Emirates. I microfoni delle telecamere rubano un tenue “It’s incredible”. Qualche metro più indietro, Roglic è stramazzato al suolo. È circondato dai suoi gregari più fedeli: Tom Dumoulin e Wout Van Aert (secondi e terzi di giornata, beffati anche loro da Pogačar). Provano a rincuorarlo, alternano inutili pacche sulla spalla. Dumoulin gli accarezza i capelli con fare fraterno. Ma l’ex maglia gialla è assente dalla realtà. Continua a fissare il vuoto con la bocca socchiusa in cerca di ossigeno. Non piange, Primoz. Perché la sua aria da invincibile non si lascia scalfire nemmeno da una sconfitta brutale. Gli occhi restano inchiodati sulle transenne, alla ricerca di inutili risposte.

 

“Il mio sogno era partecipare, non vincere”.

 

Il predestinato, Tadej Pogačar, 22 anni compiuti ieri, sloveno di Komenda. Il più giovane vincitore del Tour dal 1904. Ha vinto ribaltando un pronostico che pareva scontato. Nell’immediato ha regnato l’incredulità. Perchè il padrone della corsa Primoz Roglic, connazionale e alfiere della Jumbo-Visma, sembrava essersi già insediato sul trono. Poi è arrivato il ribaltone, costruito mattoncino per mattoncino, giorno dopo giorno per quasi tre settimane. Pogačar ha cancellato le delusioni di un Tour di rara bruttezza, piombato sotto l’egida monotona di Roglic e della Jumbo.

 

Roglic e i suoi luogotenenti hanno vegliato sul proprio impero senza mai difenderlo con fermezza. Hanno smorzato le tenere velleità della concorrenza, congelato la corsa in montagna e padroneggiato nelle tappe di pianura. Pogačar non si è accontentato del secondo posto, nemmeno quando in bisaccia aveva già riposto due vittorie di tappa. E alla fine, oltre a quella gialla, il predestinato ha portato a casa anche la maglia a pois di miglior scalatore e quella bianca di miglior giovane. Sprazzi di cannibalismo di merckxiana memoria.

 

“Sì la maglia gialla la posso conquistare, prenderla prima di arrivare a Parigi, nella cronoscalata di La Planche des Belles Filles, sarebbe perfetto”, aveva detto alla Gazzetta dello Sport martedì scorso.

 

Tadej, forse, aveva già previsto tutto. Un ultimo dato per spiegare l’eccezionalità dell’impresa di Pogačar: lo sloveno (il primo della storia a vincere il Tour) si è imposto al debutto come era riuscito soltanto a Merckx, Gimondi, Hinault, Fignon, Anquetil, Koblet, Robic e Coppi. Ripetiamo: predestinato.

 

È nata una stella (Ph Tim de Waele/Getty Images)

 

Harakiri Roglic e Jumbo-Visma

 

La vittoria di Pogačar è straordinaria in quanto rappresenta un punto di rottura con il recente passato.

 

Il giovane alfiere della UAE Emirates ha rispolverato l’antica essenza del “vincere contro tutti e tutto”.

 

L’epilogo drammatico sui Vosgi ha messo da parte le criticità di un Tour de France che (cronoscalata a parte) non sarà ricordato tra i più avvincenti. Le difficoltà altimetriche, proposte con più continuità rispetto al solito, non hanno offerto lo spettacolo che ci si aspettava. Il Tour post Covid ha rotto col passato sposando montagne e percorsi inediti. Ne è venuta fuori una corsa aperta fino al penultimo giorno, per la gioia degli organizzatori di Aso.

 

Ma i motivi di tanto equilibrio vanno ricercati, a nostro parere, nella tattica “suicida” portata avanti da Roglic. La Jumbo-Visma, che nel proprio roaster presentava corridori come Dumoulin e Van Aert ma anche Kuss, Bennett e Martin, ha controllato la corsa con il piglio da leader ma non ha mai inferto il colpo di grazia a Pogačar (il più delle volte senza gregari al suo fianco), che pure era lontano meno di un minuto da Roglic.

 

La mancanza di “cattiveria” di Primoz ha tenuto a galla Tadej fino al penultimo atto, quando l’ex maglia gialla è incappata nella giornata più difficile del suo Tour de France. Una condotta di gara che a molti ha ricordato quella tenuta da Roglic nell’ultimo Giro d’Italia quando, nonostante una condizione fisica straripante nella prima metà, si limitò ad una strettissima marcatura a uomo su Vincenzo Nibali. Strategia che portò al successo di Richard Carapaz. Roglic chiuse addirittura sull’ultimo gradino del podio.

 

Primoz Roglic in discesa su Col du Galibier (Ph Bryn Lennon/Getty Images)

 

Al Tour sono cambiati i protagonisti ma non il copione. La tappa dei ventagli di Lavaur ha permesso a Roglic di battezzare l’uomo da battere, vale a dire Egan Bernal. Il minuto e ventuno accusato da Pogačar consentiva una sorveglianza soltanto passiva. Poi Tadej ha cominciato ad attaccare, fregandosene di tutto e tutti. Andando oltre ogni logica. Sui Pirenei Roglic ha lasciato fare, solo in seguito ha cambiato atteggiamento. E così la maglia gialla ha risposto a ogni attacco del giovane rivale. Nell’ultima settimana, sul durissimo Col de la Loze, Roglic ha avuto persino il match ball ma lo ha sprecato nonostante avesse intuito le difficoltà di Pogačar. Il capitano della UAE si è difeso accusando un ritardo esiguo. È lì che ha vinto la Grande Boucle.

 

Un successo, quello di Pogačar, che spezza il dominio dei britannici di Ineos (ex Team Sky). La formazione del manager Dave Brailsford aveva vinto sette degli ultimi otto Tour de France con Bradley Wiggins, Chris Froome, Geraint Thomas ed Egan Bernal. Unica parentesi nel 2014, con lo splendido successo a Parigi di Vincenzo Nibali. Pogačar ha preso a picconate il muro eretto da Ineos, ritenuti da molti i fautori di un ciclismo scientifico che pareva aver spazzato via ogni residuo dell’epicità di questo sport. Pogačar ha vinto, e lo ha fatto rispolverando le grandi imprese del passato.

 

Italia non pervenuta

 

Non è stato un Tour felice per l’Italia. Partiamo dalle pochissime gioie. Il duello tutto sloveno tra Pogačar e Roglic è stato anche un derby tutto italiano tra due marchi storici di biciclette: Colnago e Bianchi. L’ha spuntata Colnago, per la gioia del fondatore Ernesto (88 anni), che con Pogačar ha riassaporato la vittoria al Tour quasi cinquanta anni dopo l’era di Eddy Merkcx.

 

Il resto poco o nulla. Senza Nibali (dirottato sul Giro), il ciclismo azzurro si presentava in Francia con compiti di gregariato e ambizioni di vittorie parziali. Fabio Aru ha confermato di essersi smarrito, Davide Formolo ha dovuto piegarsi alla sfortuna (caduta e rottura della clavicola), Matteo Trentin ha sgomitato con gli sprinter ma non ha mai trovato il giusto colpo di pedale. Tra i velocisti le maggiori delusioni: Nizzolo, fresco di titolo italiano ed europeo, ha pagato la caduta nella prima tappa. Elia Viviani è rimasto impantanato nell’anonimato.

 

L’unica nota lieta della spedizione azzurra è il decimo posto in classifica generale di Damiano Caruso. Il siciliano della Bahrain-McLaren, che pure ha lavorato per il compagno di squadra Mikel Landa (quarto), ha conquistato per la prima volta in carriera la top ten nella Grande Boucle (ultimo azzurro a riuscirci è stato Aru nel 2017). Troppo poco per una spedizione già deficitaria in partenza.

Damiano Caruso, unica nota lieta tra i ciclisti tricolore

La resa di Peter Sagan

 

Il podio di Parigi è stato completato da un redivivo Richie Porte, all’ultima stagione con la Trek-Segafredo prima di tornare nell’ovile Ineos. È sparito sul più bello Miguel Angel Lopez, vincitore sul Col de la Loze (la salita più dura dell’edizione 2020) ma precipitato dal podio nel corso della cronoscalata a La Planche des Belles Filles. Eterna promessa. Perplessità anche dalla prova di Peter Sagan: il tre volte campione del mondo ha fallito l’assalto alla maglia verde (conquistata da un ottimo Sam Bennett), rimediando un inusuale “zero” nella voce delle vittorie di tappa. Non è più il Sagan di qualche tempo fa (forse). Lo aspettiamo a braccia aperte al Giro, perchè è ancora il corridore che più di tutti fa alzare l’asticella della curiosità (oltre che dell’entusiasmo).

 

A proposito di entusiasmo. Possiamo dirlo: Pogačar è davvero quello di cui il ciclismo aveva bisogno. Con buona pace di Roglic e di chi, nella piccola Slovenia, avrà preso le parti del capitano della Jumbo. Un paese che si divide, anche questo sa di antico. Pogačar è riuscito a toccare le corde di una memoria che stava lentamente svanendo dietro le logiche del ciclismo moderno. Pogačar è eccezione, sorpresa, suggestione. Proprio quello di cui il ciclismo aveva bisogno.

 

Lo stile inconfondibile di Peter Sagan (Ph Joern Pollex/Getty Images for EuroEyes Cyclassics)

 

L’ombra del doping

 

Nella serata di ieri è giunta la notizia che la Procura di Marsiglia ha aperto un’indagine preliminare per sospetti di doping nei confronti di una squadra che ha partecipato al Tour de France. Su France Presse, il procuratore Dominique Laurens, ha parlato di:

 

“Numerosi prodotti tra cui medicine e soprattutto un metodo che può essere qualificato come dopante”.

 

Secondo la stessa France Press sarebbero state fermate due persone vicine alla Arkea-Samsic, la squadra dello scalatore colombiano Nairo Quintana (diciassettesimo). L’Equipe parla di due membri dell’entourage dei fratelli Quintana, Nairo e Dayer.

 

Nella tarda serata la Arkea-Samsic ha diffuso un comunicato nel quale conferma la perquisizione di settimana scorsa ma specifica come questa riguardava soltanto “un numero molto limitato di corridori, così come il loro stretto entourage, estraneo alla squadra”. Quello di cui il ciclismo non aveva proprio bisogno.