Silenzio, frantumi di suoni, poltiglie di sillabe masticate da mascelle puerili. Quattro ragazzi, periferia di Edimburgo, la solita orridezza nell’aria, una breve scarpata, viluppi di malerba e schegge di bottiglie. A proteggerli dall’approssimarsi del nulla, il Trainspotting. Un passatempo britannico di matrice ottocentesca, consistente nel sedersi confortevolmente da qualche parte sulle banchine delle stazioni, sulla poltrona di vimini del loggiato posto sul retro della casa, su pratiche sedie pieghevoli o sui sedili della macchina accostata in prossimità dei passaggi a livello, ed osservare il passaggio dei treni nell’immobilità ciclica dell’eterno ritorno.

 

Un rito iniziatico e quasi psicotropo, volto alla conoscenza suprema, assolutamente gratuito e non generante profitto, quindi condannato immorale eppure cavilloso e tenero, versatile e ubiquo sul soffitto delle loro insonnie. Caduto l’ultimo refolo di vento, cade anche la pace nell’abitacolo.

 

The Joy of Trainspotting

 

“Spud sei un coglione, cazzo” – urla Mark con un lampo di febbre nell’iride chiara – “è un’occasione e tu rinunci? Perché… perché ha paura… Oh signori miei della corte qui riunita, avete sentito? Spud ha paura dei morti”. Seduti sul sedile posteriore, Begbie e Simon finiscono la loro paglia mentre lentamente dallo stereo tenuto a basso volume, svaniscono le note di Atmosphere dei Joy Division.

 

“Beh Mark, è un affare da duri di stomaco, ma se dici che il vecchio giù sotto terra è carico d’oro possiamo tentare visto tanto prima che lo sigillino perbenino con una bella lapide passerà un po’ di tempo e questa pioggerella stronza ci renderà lo scavo meno faticoso. Sai cosa, quale pazzo, tu sei un fottuto genio Mark Renton”.

 

Cartacce a mezz’aria, nella brezza, sfacciataggine sulle labbra, perfida esiguità. Simon detto Sick Boy, un paio di colpi di tosse, ogni fibra persuasa dalla sua empatia demente con Sean Connery, imbaldanzito dall’incipit di Temptation degli Heaven 17:

 

“Ok, ci sto, in fondo quell’avvocato lo conoscevo bene, era un gran pezzo di merda, mai vinto una causa giusta, se lo ripuliamo dei suoi orpelli d’aldilà per un paio di mesi il buco è assicurato, e tu Spud poi non venire a elemosinare astinenza, resterai in down, così magari impazzendo ti disintossichi”.

 

“It’s shite being Scottish!”

 

Intanto il treno è passato, probabile che sia il rapido per Glasgow delle 18,40, un siluro dritto nel culo della città di quegli schifosi protestanti e di quelle cacche in pigiama.“Va bene” – riemerge Spud accendendosi una Benson, “Va bene, lo facciamo stanotte, dimmi, il cimitero è quello di Burial Ground vicino a Calton Hill?”.

 

Zodiaci e natura ora galleggiano nell’etere, nel dolore degli spazi eterni, nell’armonia delle sfere.

 

“Si l’hanno sepolto là, ho controllato accuratamente, sono andato pure a farmi il segno della croce in obitorio prima che chiudessero la bara, anelli, orologio a cipolla e rosario, tutto rigorosamente d’oro, oro puro, ma agiremo domani pomeriggio…”.

 

Ingiurie da caserma, colluttare di dannazioni. Mark spegne lo stereo a metà di Lust for life di Iggy Pop.

 

“Dannato branco d’idioti, domani c’è il derby a casa dei jambos, a Leith saranno occupati a vedersi o sentirsi la partita, ci sarà poco movimento, e ho rintracciato un amico che lavora come custode al Dean, per qualche sterlina ci fornirà delle divise da addetti ai camposanti cittadini, le pale per scavare le ho già sistemate in garage, ah proposito, come cavolo si chiama quel nuovo acquisto di cui parlano tutti bene?”.

 

Già l’Hibernian, disincanto e scetticismo, non vince, non vince mai, eppure si sforza di nobilitare un destino, un orgoglio scivolato via da lombi irlandesi che è giocoforza patire.

 

Si chiama, Houchen, Keith Houchen”, risponde con un collirio di luce sugli occhi Simon – “Oh, sarà un altro brocco voluto da quel Miller” – ridacchia Begbie, sotto baffetti teatrali, fra vanagloria e talento. Ora possono ripartire, riparte anche la cassetta nell’autoradio: I was made for loving you dei Kiss.

 

Easter Road, storica casa dell’Hibernian immersa nella circoscrizione di Edimburgo nord – Leith

 


 

Digressione

 

“Che dici Irvine sto andando bene?” Ci provo insomma, non sono un geniaccio sublime come te e non ho vissuto ai prefabbricati di West Pilton e neanche nei palazzoni grigi di Muirhouse. Li ho visti però, e forse posso capire il disagio e lo squallore che incamerano e formano tante vite. Poi ad impieghi saltuari e mal retribuiti ci capiamo meglio. Sul punk vai forte, e vorrei vedere per uno che nel 1976 lo ha vissuto in prima persona dentro una Londra in subbuglio dove girava più droga che esseri umani.

 

Chissà se c’è un nesso fra sostanze stupefacenti e poetica, a giudicare da qualche rimatore maledetto direi di sì, almeno nel tuo caso ha funzionato, dai non nasconderlo, anche se per diamine poi ti sei ripulito a dovere e sei tornato lassù a Edimburgo a svolgere lavori per i servizi sociali del comune, leggendo nelle pause Docherty di William McIlvanney, e toh, trovi dei diari polverosi e cominci a modellare il nucleo borderline di Trainspotting, il resto è storia.

 

Sai che ti dico, torno al mio racconto, ai tuoi amichetti, spero sinceramente non si mettano in un grosso guaio, disseppellire un cadavere è roba da becchini fraudolenti di Stevenson ma quello era frutto di fantasia, fogli scritti in un periodo ricamato d’occulto, mica pagine di cronaca nera con su le foto di compulsivi tossici di fine XX secolo.

 


 

Piove, una tettoia di plexiglass graffiata, qualche scarabocchio, peni innocenti. Lazzaroni, cupi e ossuti, liturgie scordate dalla vestizione, skinny jeans da esaltare magrezze da tossicodipendente, knitwear Pringle e Fred Perry, una truffa di adulti senza scampo, nel tanfo accentuato dalla bocca nera, portuale, di questa città che soffoca le fauci e soverchia di lutto.

 

“Leith è il buco di culo più peloso del mondo”“Hai ragione Mark, ma in fondo mi piace anche per questo, perché ci somiglia, non sei tu a ripetere sempre, ehi Simon, guardala quella gente, atletica, pulita, travestita da vivi, impegnata a guardare le vetrine dei negozi” – “Già proprio così, un momento però Spud, dove è finito Begbie?”.

 

Eccolo trionfante, con passo da elfo: “Avevo bisogno di una scopata amici, ed era pure carina, ha anche gridato, che donna, andateci, merita”. Spud mugugna caustico: “Secondo me eri a giocare a biliardo”. “E se anche fosse, bel bambinello, uso la stecca come il cazzo io, non perdo una partita dal 1978”.

 

Sguardi bassi, consapevoli.

 

“Si, va bene lo stesso, fermi, allora ricapitoliamo, adesso ci facciamo due pinte e procediamo, ho scelto il bus per dare meno nell’occhio, gli attrezzi ce li scaricherà nei cespugli all’ingresso del cimitero Tommy a un’ora stabilita”. Begbie sbotta: “Fanculo a quel salutista di Tommy, se non creperà di acidi morirà di AIDS”.

 

“Beh, senti chi parla, adesso ci serve, saliamo”.

 

L’invincibile Begbie, vero o presunto, con la stecca in mano, accompagnato dalla fedelissima pinta e dall’immancabile sigaretta.

 

Grammatica curva, dolente, vocali strette, avari sussulti del mezzo, una nave senza timone impaziente di salpare. Grugniti scozzesi, più “funky” dello standard english e più “rock” del cockney. Begbie butta giù qualcosa, Mark lo vede.

 

“Cazzo Begbie, dobbiamo restare lucidi e tu ti cali un anfetamina adesso?”“Sono teso”“E la maglietta di Eddie Turnbull?” – “Turnbull si, senza di lui e gli altri quattro non avremmo avuto i Famous Five e l’Hibernian più forte di sempre, ve li ricordate?”“Io sì” – ammicca Spud : Eddie Turnbull, Lawrie Reilly, Willie Ormond, Bobby Johnstone e Gordon Smith, e in panca Hugh Shaw, uno squadrone.

 

Si scende, Dreadnought. Brusio da pub, qualche coro pre derby, in sottofondo There is a light that never goes out degli Smiths. Sui vetri piombati ancora gocce di pioggia, altri giri di pesante, tutti alla fine ingeriscono qualcosa di colorato, clausure e solitudini, luogo di visioni destinate a non durare, collettiva letizia, supponenza e malignità, una casba piena di topi di Giaffa.

 

Escono, gli occhi di Mark schivano una maschera sdrucita d’anziano, i quattro alzano la fronte, una camminata pigra fino alla nuova fermata per Calton Hill. Il postribolo del porto si allontana, il cielo apre una fessura ed esplode in una corta chioma di luce sugli ultimi palpiti d’acqua putrida lungo il molo. Mark parla a labbra strette, dallo zainetto estrae quattro tute, bianche.

 

“Dunque, statemi a sentire, appena scesi ci mettiamo questi camiciotti, gli attrezzi sono nascosti nel cespuglio accanto alla seconda cabina telefonica”.

 

Eddie Turnbull, a cavallo tra il 1946 e il 1959, ha segnato 202 reti per l’Hibernian

 

Vestiti così, in bianco, sembrano dei serafini, delicati e sgomenti nei filamenti di volto, screpolature della sorte, ma l’abbandono non tollera un regno dei cieli, un verdetto di critica borghese. E Leith, con il suo moncherino del Firth of Forth, mantiene la propria distinta identità rispetto al resto della città. Nel 1920 quando la cittadina fu annessa alla capitale scozzese ci furono non pochi risentimenti e tutt’oggi il seggio parlamentare è assegnato per la circoscrizione di Edimburgo nord-Leith, a sottolineare il fatto che può essere considerata un’entità separata.

 

Sottoproletariato cattolico, messe intarsiate dal suono d’arpa. Un cristianesimo isterico, come una gravidanza supposta, nel privilegio di un Dio. Ci siamo, il triste cancello di ferro a punte di lancia, Simon va a prendere le pale. C’è un auto, un maggiolino giallo, una coppia di gay si bacia al ritmo di Dark and Long degli Underworld. Le riserve di catecolamine nel cervello, tornano ma neanche tanto, Mark si avvicina, sbieco, torvo, bussa nervoso sul finestrino.

 

“Ehi! via di qui, dobbiamo lavorare, avanti andate a impalmarvi da un’altra parte”.

 

“See… e tu chi sei, biondino?”.

 

Begbie, fulmineo, un sorriso strozzato, assesta un calcio nella portiera, rumore di lamiera contorta.

 

“Vi dovete togliere dalle palle o giuro che questa pala ve lo ficco in tutti e due i vostri culetti di ceramica”.

 

Una splendida visuale di Leith

 

Dentro non c’è nessuno, odore di muschio bagnato, tumuli sbreccati, croci celtiche assediate dall’edera, un corvo pulsa alto nel cielo di cenere. Passi sulla ghiaia, la tomba dell’avvocato Arthur McGinn è ormai a pochi metri. Terra e una croce di legno temporanea con le referenze.

 

“Avanti forza”“Ok Mark, solo posso sentire un attimo cosa fanno gli Hibs laggiù dai Jambos”“Ehi Begbie, stiamo per riesumare un defunto e tu vuoi sapere che cazzo fa l’Hibernian?” – “Solo un attimo poi ti giuro che tirerò su questo signore alla pari di un negromante”. “E sia, solo un minuto”.

 

Gracchiare di radio, scorrere di rotella, stazioni in bassa frequenza, Heroes di David Bowie, quegli stronzi dei Simple Minds che si sono messi a copiare gli U2, infine la BBC Scotland.

 

“Allora dannazione Begbie quanto stiamo?”“0-0 ma Andy Goram è rientrato dall’infortunio, solo pare che John Collins giri sul campo come una busta di nylon”.

 

“Stop” – tuona Mark – “Basta, si comincia, spegni questa cosa”.

 

John Collins in completo Hibs

 

Venti minuti di sudore e la bara affiora. Feretro scuro con un cristo patiens privo di croce. Spud ha le ginocchia immerse nel fango, miscuglio di goliardia, incetta d’aria, repulsione.

 

“Il piede di porco Mark! serve il piede di porco…” impreca, concitatato, Simon.

 

Stizza, eccola Leith, contrattempi e incastri, accozzi rimescolati, canovacci sparigliati in decenni di degrado. Un grido, dal cancello, rauco, grottesco, altri ragazzi in camicioni a quadri e bomber d’ordinanza.

 

“Vi serve questo, ladri di polli, brutte merde! Addio cari, e comunque sarebbe fatica sprecata ci abbiamo già pensato noi a ripulire l’avvocato, bye stronzi”.

 

Mark, Spud, Simon, Begbie, sono spadaccini ciechi che si muovono senza senso sulle tavole di un palcoscenico di viltà, le sigarette spente nel pugno. Spud fissa le orbite vuote di Mark, Begbie e Simon fracassano definitivamente sulla terra smossa e umida. Renton getta il camice bianco.

 

“Leith non morirà mai” – dice Spud.

 

Simon esulta: “Ehi, abbiamo vinto, ha segnato Houchen, di testa, allora non era un lungagnone inutile, 1-0 in trasferta, senti i nostri come cantano Sunshine on Leith…”.

 

Delirio, follia in odore di crisantemi? È solo questa la risposta da dare? No.

 

Al netto di difficoltà personali e voglia di trasgredire, il problema è l’assenza di uno scopo e la mancanza di un sole vero a riscaldare le ossa. Rent, Sick Boy, Spud e Begbie tornano a guardare la vita scorrergli accanto, senza mettersi in mezzo, spettatori volutamente assenti, bruciati, delusi, a casa sniffano qualcosa, quando la droga viene sniffata gli effetti insorgono dopo circa dieci minuti: onnipotenza, colori e suoni più vividi, allucinazioni idee deliranti e fobie persecutorie. High.

 

Keith Houchen, l’eroe che non t’aspetti

 

Mark riacciuffa un briciolo di ossigeno, futile:

 

“Sapete ho sentito di un tifoso degli Hibs che negli anni ’70 si voleva far assumere come dirigente degli Hearts per mandarli in rovina, gli aveva mandato pure un curriculum con i fiocchi e per poco non gli manda a giocare nei pascoli delle Highlands, un piano diabolico, quasi come il nostro di oggi, e finito male allo stesso modo. Sembra si chiamasse Welsh, Irvine Welsh, tu Begbie lo conosci?”“No, eppure mi sento di stimarlo”.

 

Musica nel tugurio: (it’s against) The laws of love, The Volcanos.

 

Time for the end.