Il 1924 fu in un certo senso uno spartiacque, e non soltanto perché venne cucito per la prima volta sul petto del precedente vincitore il celebre ‘scudetto’ tricolore. Da lì in poi finì infatti ufficialmente l’era dei “pionieri” del calcio in Italia, coloro che avevano portato il meraviglioso giuoco inglese a spopolare nel Belpaese. Una delle realtà calcisticamente più ricche era certamente la città di Genova: Il più importante porto d’Italia, nodo nevralgico per i commerci che dall’India e attraverso il canale di Suez convergevano verso il centro dell’Impero britannico, diede infatti i natali a quello che ancora oggi è il Genoa Cricket and Football Club.

 

 

Un futuro glorioso avrebbe atteso il Grifone di lì a pochissimo. Tra il 1898 e il 1900 si laureò campione per tre volte consecutive nei primi tre campionati ufficiali di calcio italiano (circoscritti, in verità, solo all’Italia nord-occidentale). Dopo una breve parentesi – segnata peraltro dal primo successo del Milan nel 1901 – il Genoa riprese a vincere, confermandosi la squadra più forte d’Italia: tra il 1902 e il 1904 arrivarono altri tre titoli consecutivi. Seguì un lungo periodo di digiuno, frutto dell’esplosione momentanea di altri clamorosi fenomeni sportivi di quegli anni, dalla grande Pro Vercelli fino al Casale, passando per i primi scudetti della Juventus e dell’Internazionale di Milano.

 

 

Il Genoa riconquistò il titolo di campione d’Italia solo nel 1915, in una lega calcio allargata (comprendente ora anche altri gironi regionali), e fresca del primo allenatore professionista nella storia del calcio italiano, William Garbutt, che riuscì a guidare il suo girone fino allo scoppio delle ostilità con l’Impero austro-ungarico. Solo con la fine della guerra, in ragione del primato in classifica genoano, la FIGC decise di assegnare il settimo titolo al Grifone. Fu una magra consolazione: la guerra portò via, tra gli altri, anche buona parte dei calciatori del campionato italiano partiti per il fronte, costringendo le società a ricostruire quasi totalmente l’assetto sportivo.

 

L’atto di fondazione del Genoa Cricket and Football Club

 

Cominciò allora, con il dopoguerra, una progressiva riorganizzazione dell’assetto del calcio italiano: tra il 1921 e il 1926 la Prima Categoria divenne Prima Divisione, e venne introdotta una finalissima tra i vincitori del campionato settentrionale e centro-meridionale. La rosa genoana subì diverse trasformazioni ma all’inizio degli anni ’20 sembrò trovare una nuova quadratura vincente: i rosso-blu furono rimpolpati da giovani promesse, tra le quali il futuro portiere della nazionale Giovanni De Prà e i due terzini, il Figlio di Dio Renzo De Vecchi e Delfo Bellini; Ottavio Barbieri, Ettore Leale e Luigi Burlando costituivano la mediana; l’attacco poteva contare sui gol di Edoardo Catto, Daniele Moruzzi e Aristodemo Santamaria, supportati da Ettore Neri e Augusto Bergamino.

 

 

L’assetto tattico si rifaceva alla scuola del celebre Metodo: due terzini a costituire la cerniera difensiva davanti al portiere e due mediani lungo le fasce; il centro-mediano ad occuparsi principalmemte della fase difensiva; due giocatori a reggere, infine, il lavoro dei tre attaccanti. Quella squadra nel 1922-1923 si rivelò semplicemente imbattibile, vincendo 22 partite, pareggiandone 6 e subendo appena 21 reti contro le 75 segnate. La finalissima che si svolse tra il Genoa e la Lazio, vincitrice del girone Sud, terminò con un risultato complessivo di 6 reti a 1 in favore del Grifone tra andata e ritorno. La grande macchina del club più titolato d’Italia si era rimessa in moto con un ritmo spaventoso: fu questo il più scintillante bagliore del calcio dei pionieri, prima che tutto cambiasse.

 

 

In Italia l’universo politico italiano era in subbuglio e anche il Genoa, da gigante calcistico, si preparava a crollare dinanzi all’incedere stesso della storia. Mentre il Grifone infatti trionfava ed incantava gli stadi d’Italia con il suo stile di gioco prettamente britannico, fatto di grande rapidità e di gioco improntato all’attacco, Benito Mussolini si prendeva la scena in un’altra arena: quella politica del Regno d’Italia. Intorno al duce, oltre ai vari gerarchi e squadristi, c’era il ras Leandro Arpinati, un bolognese ambizioso e spregiudicato, perfetta incarnazione dello spirito della squadra a cui avrebbe legato il proprio nome e il proprio prestigio: il Bologna.

 

Mussolini e Arpinati, fascista anarchico

 

Figlio di un mondo nuovo che ancora stentava ad imporsi, il Bologna era il simbolo della crescita dell’intero movimento calcistico italiano al di fuori dei tradizionali confini economici del triangolo industriale. Dopo due deludenti terzi posti nel proprio girone regionale ne guadagnò infatti il comando nella stagione 1923-1924, conquistando la finale di Lega Nord contro i “maestri” e campioni del Genoa di Garbutt. Alla guida dei Felsinei c’era un altro straniero, un austriaco: Hermann Felsner. Questi fu scelto dal Bologna in quanto esponente della più importante scuola calcistica dell’Europa continentale, quella danubiana, di cui era massima espressione il leggendario Wunderteam austriaco.

 

 

Mai il calcio italiano aveva conosciuto una così solida impostazione tattica, una così intensa preparazione fisica, un gruppo tanto granitico ed unito intorno al suo allenatore come nel Bologna di Felsner. Temprati dagli allenamenti, quadrati tatticamente e dal palleggio raffinato come nella migliore tradizione danubiana, il gruppo di studenti e lavoratori, di semi-professionisti che costituivano l’ossatura del club, si rivelò una clamorosa macchina da gol: Baldi, Cesare Alberti, Della Valle, Genovesi e Gasperi furono la fortunatissima nidiata che diede avvio ai trionfi bolognesi. Davanti, poi, spiccava quello che sarebbe diventato un’autentica leggenda del calcio bolognese ed italiano: Angelo Schiavio.

 

 

La finalissima settentrionale Genoa-Bologna del 15 giugno 1924 metteva dunque di fronte due rappresentanti delle migliori scuole calcistiche d’Oltralpe: quella inglese e quella danubiana. Il calcio dei maestri d’Oltremanica e quello spettacolare dell’ex impero asburgico. Che il clima fosse da “fine impero” si percepì fin da subito sugli spalti del Marassi di Genova, sede della partita d’andata, dove la tensione raggiunse livelli di intensità mai sperimentati nel calcio italiano: i tifosi felsinei furono oggetto di intimidazioni da parte dei liguri e si scatenarono diverse risse sugli spalti. In campo invece il gioco rimase saldamente nelle mani del Bologna, che dominò per larghi tratti la partita mettendo in seria difficoltà il club più forte d’Italia.

 

 

Malgrado non fosse un tifoso di club, la simpatia di Mussolini per il Bologna è passata alla storia e deriva probabilmente dalle vittorie rossoblù negli anni del suo regime (qui durante la finale di campionato 1929 tra Bologna e Torino, vinta proprio dagli emiliani) /Foto dall’archivio dell’Istituto Luce/

 

Dalle tribune e sul campo, nel blu e nel rosso di entrambe le squadre, l’impero calcistico del club più forte d’Italia si avviava al declino. Dal grande Genoa agli scudetti di un leggendario Bologna il passo era breve, anche se i tempi non erano ancora maturi: il sussulto del Grifone portò clamorosamente in vantaggio la squadra genoana sul finale, dopo una rete di Neri. Tutto si sarebbe deciso al ritorno, che non fu meno infuocato dell’andata. Arpinati chiamò a raccolta i fascisti bolognesi che, al Campo Sterlino dei padroni di casa, si posero in prima fila.

 

Ancora una volta il controllo del gioco fu bolognese, contrapposto alla concretezza e al contropiede genoano. Santamaria siglò la rete dei liguri e il pubblico dello stadio, inviperito, si scatenò arrivando al limite di una nuova invasione di campo. L’arbitro Panzani, intimidito e ormai in balia del gioco “maschio” se non violento delle squadre, perse il controllo della partita e assegnò un rigore al Bologna, messo a segno da Pozzi: a quel punto, all’aumentare dei tafferugli dentro e fuori dal campo, l’arbitro sospese la partita. Mancavano pochi minuti alla conclusione, ma la decisione fu giustificata anche per le cattive condizioni climatiche che rischiavano di compromettere lo svolgimento della partita.

 

In seguito tuttavia l’esito fu modificato, e l’interruzione fu attribuita al caos scatenato dai tifosi della squadra di casa. La FIGC diede a tavolino la vittoria al Genoa, alla quale bastò battere la rivelazione del campionato di Lega Sud: il Savoia di Torre Annunziata. Le due partite furono faticose e fino al 74′ della partita di ritorno, nel campo di Torre Annunziata, il titolo di campione d’Italia rimase fortemente in bilico; infine emerse il Genoa che, con il triplice fischio, poté festeggiare e cucirsi per la prima volta nella storia italiana lo stemma tricolore sul petto.

 

In memoriam (da Storie di Calcio)

 

Nove titoli, nessuno meglio di loro. Eppure il passaggio di testimone era già avvenuto. Forse fu una maledizione, un incredibile sortilegio che i felsinei, umiliati dalla decisione della FIGC, lanciarono nei confronti dei rossoblu di Genova. Oppure fu colpa di quello stemma, di quello scudetto, un’invenzione destinata a mostrare in campo a tutte le dirette concorrenti quale fosse la squadra da battere. Quel che è certo è che il calcio danubiano si era dimostrato nettamente superiore al Metodo in termini di gioco e di spettacolo, di intensità e di qualità nel palleggio.

 

Un anno dopo Felsner si prese la rivincita, battendo in un incredibile finale durata ben cinque partite il Genoa: quello scudetto, “scucito” per la prima volta da una squadra ad un’altra, fu in realtà sfilato in maniera definitiva al Grifone. Il primo scudetto fu così anche l’ultimo, e il più sofferto, per uno dei primi grandi club del calcio italiano: da quel momento in avanti, quasi un secolo di risultati non all’altezza della propria storia.