Nell’ultimo decennio la conflittualità sociale ha raggiunto l’apice in Paesi come Cile, Turchia, Egitto, Grecia ed Ucraina, scatenando tumulti popolari e rivolte, fino alla caduta di governi ed autentici conflitti. Ad un occhio esperto non potevano passare inosservati i colori sociali dei vari club apparire sulle bandiere sventolate nelle piazze, sulle magliette indossate dai manifestanti e sulle sciarpe che mascheravano i volti e proteggevano dai gas lacrimogeni: un’inequivocabile traccia delle presenza attiva di tifosi, o propriamente ultras, tra le file dei manifestanti.

 

 

Sulle nostre pagine virtuali, abbiamo già raccontato l’inedito asse che ha congiunto le tifoserie di Universidad de Chile e Colo Colo, le due anime di Santiago, durante le ultime rivolte. Allo stesso modo, abbiamo cercato di cogliere l’essenza di Istanbul, scissa tra Europa ed Asia, ma soprattuto frammentata nei suoi tre sodalizi sportivi, i cui colori si sono riconciliati nelle manifestazioni di Piazza Taksim del 2013. Inoltre abbiamo dato voce agli ultras dello Shakhtar Donetsk per farci raccontare l’aspra quotidianità della guerra nel Donbass. In questo caso sfruttiamo la ricorrenza di uno dei più grandi massacri della storia del calcio mondiale per ripercorrere la cronaca recente all’ombra delle Piramidi.

 

Innescata dall’uccisione di un esponente di questi ultimi per mano della polizia, l’entrata in campo dei due gruppi organizzati è decisiva una settimana più tardi, quando guidano la difesa di Piazza Tahrir durante la “Battaglia dei cammelli”.

 

Qui, durante i primi giorni giorni del 2011, il vento della Primavera Araba incendia le coscienze popolari, provocando un’ insurrezione contro il trentennale potere del presidente Mubarak. Alla vigilia della “giornata della collera” organizzata per 25 gennaio 2011, gli “Ultras Ahlawy”, frangia estrema del tifo del Al Alhy SC del Cairo e primo gruppo ultras egiziano, diramano un comunicato in cui annunciano che non avrebbero partecipato ufficialmente alla protesta; tuttavia è accertato che alla manifestazione prendano parte singoli componenti, così come i membri degli Ultras White Knights dello Zamalek SC, la nemesi cittadina.

 

 

Il fuoco delle proteste

 

Innescata dall’uccisione di un esponente di questi ultimi per mano della polizia, l’entrata in campo dei due gruppi organizzati è decisiva una settimana più tardi, quando guidano la difesa di Piazza Tahrir durante la “Battaglia dei cammelli”. Al fianco di studenti, operai, agricoltori e dimostranti di ogni estrazione sociale, compongono la prima linea che respinge l’assedio delle forze di sicurezza, ottenendo una vittoria determinante per le dimissioni di Mubarak. Grazie alla loro abitudine allo scontro e all’esperienza maturata nelle strade, gli ultras divengono così capofila dei dimostranti in quelle critiche giornate, ma presto pagano le sanguinose conseguenze del loro intervento.

 

 

Il calendario segna il primo febbraio 2012 quando l’Al Ahly è ospite dell’Al Masry, club di Port Said, dove è atavico l’odio nei confronti dei capitolini. Alla rete del 3-1 sembra pronta a scatenarsi una festa lunga tutta la notte, ma l’invasione di campo dei tifosi locali è tutt’altro che pacifica. I padroni di casa sono armati con coltelli e bastoni, si avvicinano agli ospiti e scoppia uno scontro campale. Mentre i giocatori dell’Al Ahly cercano riparo negli spogliatoi, la polizia sembra inerme. Si spengono i riflettori e si consuma il massacro. Il bilancio finale è un bollettino di guerra che conta 74 morti, la maggior parte soffocati dalla calca, oltre a circa un migliaio di feriti tra i tifosi giunti dal Cairo.

 

 

Immagini letteralmente incredibili

 

Come accade spesso in queste drammatiche circostanze, le prime versioni sono puramente di facciata. Il Consiglio delle Forze Armate, che ha occupato il vuoto di potere lasciato da Mubarak, scarica immediatamente la colpa sulle intemperanze dei tifosi locali, che da sempre identificano l’Al Ahly come espressione dell’odiato governo centrale.

 

Tuttavia la superficialità dei controlli all’ingresso del Port Said Stadium, il mistero dello spegnimento dei fari, così come la chiusura dei cancelli del settore ospiti, non sembrano imputabili ai locali Ultras Green Eagles. Nelle strade del Cairo si vocifera di infiltrati e di trama governativa, una vendetta da parte del vecchio regime, oppure una dimostrazione offerta dalla contestata giunta militare. Il messaggio è chiaro: “senza di noi il caos”.

 

ultras egitto

Gli Ultras Ahlawy chiedono giustizia per il massacro di Port Said (foto di Jonathan Rashad)

 

Dopo cinque anni di processi, undici persone sono condannate a morte per gli omicidi, mentre una quarantina di agenti della polizia locale ricevono pene comprese tra i cinque ed i quindici anni per le negligenze del servizio.

 

Dalla strage di Port Said il campionato egiziano è sospeso, quindi si disputa a porte chiuse, nonostante le proteste ed alcuni riusciti tentativi di forzare il divieto da parte delle tifoserie. In queste dimostrazioni di forza si può cogliere la volontà da parte degli ultras di riappropriarsi del loro territorio, cercando di tornare dalle strade alle curve. Infatti i gruppi non sono più in grado di resistere alle pressioni, politiche, poliziesche e mediatiche, conseguenti alla loro presa di posizione.

 

Dal 2013 il golpe militare capeggiato da Al Sisi ha inaugurato una feroce politica di repressione contro le frange eversive della società egiziana, dal partito dei Fratelli Musulmani fino ai gruppi ultras.

 

Decidendo di smarcarsi dalla militanza politica ufficiale, i tifosi cercano di riguadagnare la loro dimensione tradizionale, l’enclave costruito su aggregazione e partecipazione mediante il tifo collettivo, in cui è stato possibile sottrarsi all’opprimente quotidianità già dai tempi del regime di Mubarak. Dal 2013 il golpe militare capeggiato da Al Sisi inaugura una feroce repressione contro le frange eversive della società egiziana, dal partito dei Fratelli Musulmani fino ai gruppi ultras. In questa realtà di arresti arbitrari, torture ed intimidazioni, o addirittura condanne a morte, il sostegno dei tifosi egiziani è diventato impossibile.

 

 

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Gli Ultras White Knights non accendono candele ma torce, in ricordo dei compagni caduti (foto AgenziaDire)

 

Nel febbraio 2015 il permesso di ritornare legalmente sulle gradinate coincide con l’ennesimo dramma e questa volta sono le bandiere dei sostenitori dello Zamalek ad essere listate a lutto. Infatti la partita casalinga contro l’Ennpi è preceduta da disordini con le forze di polizia, che lanciano lacrimogeni per disperdere la folla. L’intervento spinge i tifosi ad ammassarsi ai cancelli dell’Air Defence Stadium, dove venti persone rimangono soffocate nella calca. Nuovamente le verità gridate dalle strade si contrappongono ai comunicati stampa rilasciati dal ministero degli Interni.

 

Oggi i settori popolari non sono più la nicchia in cui gli egiziani di ogni classe ed età hanno potuto respirare la libertà per almeno novanta minuti a settimana.

 

Attualmente una sentenza giudiziaria ha decretato illegale qualsiasi attività riconducibile ai gruppi ultras egiziani, dentro e fuori dagli stadi. Nella pratica equiparati ai terroristi, i tifosi organizzati hanno visto cancellare i loro murales e vietare l’esposizione del loro materiale. Nel 2018 i tifosi sono stati riammessi negli stadi egiziani, ma in numero contingentato e soltanto previa cessione dei dati personali alle autorità. In realtà nulla di così scandaloso visto dalle nostre tristi latitudini, ma sufficiente per spingere gli ultras alla ritirata strategica. Oggi i settori popolari non sono più la nicchia in cui gli egiziani di ogni classe ed età hanno potuto respirare la libertà per almeno novanta minuti a settimana.

 

Non possiamo evitare di domandarci se questa esperienza non sia premonitrice riguardo il futuro dei gruppi organizzati nostrani, che già hanno promesso “ci togliete dagli stadi, ci troverete nelle strade”.

 

Dal 2007, anno di fondazione degli Ultras Alhawy, il tifo egiziano ha offerto un luogo di dibattito e di espressione della conflittualità sociale, caratterizzato da una base interclassista ed originariamente apolitica. Attualmente le promesse della rivoluzione del 2011 sono state tacciate dal regime militare, mentre dalle curve non si alza più nessun coro. Non possiamo evitare di domandarci se questa esperienza non sia premonitrice riguardo il futuro dei gruppi organizzati nostrani, che già hanno promesso “ci togliete dagli stadi, ci troverete nelle strade”.

 

 

Vittime della cieca repressione e sempre più spesso delle proprie mani, chissà che non possano ritrovare lo slancio vitale, eversivo e contro-culturale, lontano dagli stadi ormai assoggettati al paradigma deprimente che domina il nostro calcio. Un ritorno alle origini, dai settori popolari all’asfalto delle piazze, dove tutto ha avuto inizio ormai cinquant’anni fa.