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Tifo
27 Marzo

L’anima nera degli ultras ucraini

Dalle curve al fronte, tra guerra e ultranazionalismo.

De-nazificazione. È questo il casus belli ripetuto da Putin e dai vertici del Cremlino per giustificare l’invasione su larga scala del territorio ucraino: un semplice pretesto, che appare ancora più chiaro dopo oltre un mese di guerra e di vittime civili. La situazione di Mariupol è emblematica, assediata, bombardata e oggetto di ultimatum. E questa città dell’Ucraina orientale ha un significato simbolico ben preciso per la Russia (oltre a quello strategico-geografico) poiché fu riconquistata nel 2014 dai gruppi paramilitari legati alla destra radicale dopo una battaglia con i separatisti filorussi del Donbass. Gruppi che tra le loro file annoverano componenti dei maggiori gruppi ultras ucraini della Prem’er Liha, le cui decisioni hanno accompagnato, riflesso e influenzato la spirale di violenza ed estremizzazione delle vicende politiche del Paese da Euromaidan ad oggi.

Sembra una vita fa e un altro mondo quando, il 15 settembre 2013, si scontravano i tifosi della Dinamo Kiev e quelli del Metalist Kharkiv: questi ultimi infatti erano spalleggiati dai russi dello Spartak Mosca, con cui vi era una forte amicizia, elemento che rende ancor più paradossali e assurde le notizie odierne. Il clima politico però allora stava cambiando, e già si era assistito al termine della stagione 2013-14 ad un raduno sui ponti della capitale a cui si erano presentate quasi tutte le tifoserie del Paese (Dinamo, Poltava, Chernigov, Lugansk, Karpaty Lviv, Metalist Kharkiv, Nafkom, Obolon Kyiv, Chernomorets Odessa, Dnipropetrovsk e Tavria Simferopol), per schierarsi a sostegno dell’unità nazionale.

Il dissenso verso il ritorno al potere del premier filo russo Viktor Janukovič continuava a montare, sfociando nelle proteste di di Maidan Nezalezhnosti (piazza dell’Indipendenza) a seguito del rifiuto del governo di un accordo commerciale con l’UE, primo passo verso l’integrazione europea e la definitiva occidentalizzazione dell’Ucraina. Ed è questo il periodo in cui avviene l’ingresso “ufficiale” degli ultras nella rivolta di Maidan, che precede di qualche giorno la tregua e anticipa, di 24 ore, la promulgazione di leggi speciali che consentirà agli agenti di utilizzare la forza per disperdere le proteste non autorizzate.

Il 21 gennaio 2014 infatti scendono in piazza i White Boys e i Rodichy, i principali gruppi della Dinamo Kiev, che da piazza dell’indipendenza camminano sino al loro stadio di casa, il “Lobanowski”, dove ingaggiano una battaglia con i Berkut, i reparti antisommossa della polizia fedeli a Janukovič.

Nelle stesse ore creano le prime unità di autodifesa per i cittadini e lanciano un appello sul social russo VKontakte, in cui invitano tutti i gruppi ultras ad unirsi alle proteste. Durante il lungo inverno di fuoco che Kiev affronta, il 26 gennaio 2014 trentotto tifoserie sottoscrivono un documento congiunto, una vera e propria tregua che sospende le vecchie rivalità: niente più scontri, striscioni rubati o cori offensivi. Patto che riprende il Braty po Zbroyi (“patto tra commilitoni”) anti-russo dei primi anni ‘80, siglato dagli ultras del Dnipro, della Dinamo Kiev e del Karpaty Lviv.


Un’eccezione al patto – e alla tendenza ultranazionalista del tifo ucraino – è rappresentata dall’Arsenal Kiev, la cui tifoseria ha una tradizione marcatamente antifascista. Una “autoesclusione” che ha portato non pochi problemi negli anni ai tifosi rossoblu in trasferta, divenuti obiettivi di caccia all’uomo e considerati non degni di quel “codice d’onore” che impedisce l’uso di armi negli scontri. Fortissima non a caso è la rivalità tra l’Arsenal e il Karpaty Lviv di Leopoli, culla della lingua e della cultura ucraina, con i tifosi biancoverdi che rivendicano il ruolo di promotori del sentimento nazionale. Questi vantano stretti legami con il partito Svoboda (Libertà), uno dei più controversi dell’arco elettorale del Paese, nonché riferimento politico di alcuni tra quei gruppi paramilitari definiti neonazisti da Mosca e con un ruolo centrale negli scontri a Maidan.

Svoboda nasce proprio a Leopoli il 13 gennaio 1991 sotto il nome di Partito social-nazionale ucraino (SNPU), scegliendo come simbolo il Wolfsangel (gancio del lupo) e riuscendo da subito ad attirare parecchi studenti, giovani che inevitabilmente sono anche parte della tifoseria del Karpaty. Nel ‘99 il partito si dota quindi di un gruppo paramilitare chiamato “I patrioti dell’Ucraina” e nel 2004 affronta un processo di modernizzazione per potersi proporre come principale forza nazionalista d’opposizione, cambiando il proprio nome in Svoboda. Tra le sue varie battaglie c’è la campagna di riabilitazione di una parte complessa e oscura della storia del Paese, incarnata dalla figura di Stepan Bandera.

Qui arriviamo a una figura “ingombrante” nella storia dell’Ucraina, spesso richiamata nelle curve.

Quest’ultimo era a capo dell’OUN, l’organizzazione dei nazionalisti ucraini, che nel 1941 annunciò la nascita di un’Ucraina indipendente sotto il dominio nazista, e che attraverso il suo braccio armato fondato nel 1942, l’UPA (esercito insurrezionale ucraino), fu autore di imponenti pulizie etniche di circa 60 000 tra polacchi ed ebrei. Bandera e i simboli delle Waffen-SS Galizien sono tutt’oggi un punto di riferimento per le tifoserie del Paese vicine alla destra anti-sistema, e non di rado sono presenti negli stadi stendardi che raffigurano il leader dell’OUN, la cui figura è stata riabilitata sotto il governo Yushchenko nel 2010. Emblematica in tal senso è stata la scenografia degli ultras del Karpaty, chiamati per l’appunto Banderstadt Ultras, in un match contro lo Shakhtar Donetsk della primavera 2010, ovvero un ritratto di Bandera accompagnato dallo striscione “Il nostro eroe”.


È chiaro perciò che, nell’eterogeneità delle richieste dei manifestanti, quelle dei tifosi non miravano certo all’integrazione europea del Paese, né tantomeno guardavano con favore all’influenza russa, che avrebbe significato spostare le lancette della storia indietro di quasi 30 anni e sacrificare la propria libertà. La loro è invece una sorta di “terza posizione”, in una lotta così riassunta dai ragazzi della Dinamo: «Per gli abitanti di Kiev, per la nostra città, per il nostro Paese, per il nostro onore!». Lo stesso codice d’onore che tentano di difendere scagliandosi contro i Titushki, vero bersaglio della loro protesta, cioè gli agitatori mercenari al soldo del governo che devono il proprio nome a Vadym Titushko (ex pugile estraneo alla politica che sembrerebbe sia stato al servizio di Janukovič nel picchiare i giornalisti anti-governativi).

I primi ad unirsi all’appello dei tifosi della Dinamo sono stati gli ultras del Dnipro Dnipropetrovsk e, a cascata, le restanti tifoserie del Paese, persino quelle delle città orientali, certamente contrarie all’avvicinamento verso l’Europa e sottoposte a una forte influenza russa. Non sono mancati poi all’appuntamento i gruppi di Zorya Lugansk, Shakhtar Donetsk, Metalist Kharkiv, Metalurg Zaporizhya, Tavriya Simferopol, Vorskla Poltava, Chernomorets Odessa e Sebastopoli, uniti per proteggere i cittadini ucraini e i loro diritti. E anche a Mariupol gli ultras della città hanno lanciato slogan in cui hanno chiesto a tutti di non svendere la propria nazione per 300 grivnia (35 dollari, paga dei Titushki).

Da un lato il loro intervento nelle vicende di Euromaidan è stato funzionale al regime di Janukovič e di conseguenza al Cremlino, pronti ad additare le proteste anti-governative di fascismo e a descrivere i manifestanti come “ultras radicali”. Dall’altro al termine della rivolta politica il leader di Svoboda ha elogiato e ringraziato i tifosi del Karpaty e del Dnipro, a cui ha fatto seguito l’elogio del futuro presidente Poroshenko a quelli di Shakhtar e Metalist. Di lì a poco è divenuto chiaro come la tregua di Euromaidan fosse provvisoria, e la frattura tra Ucraina orientale e occidentale destinata a riemergere bruscamente, sia nel tifo che nella realtà; ciò è successo con l’aggravarsi della situazione dopo l’annessione russa della Crimea e lo scoppio ufficiale del conflitto nel Donbass, 6 aprile 2014.

Da qui è emerso un nuovo contesto, dato che numerosi ultras hanno deciso di arruolarsi nei battaglioni Azov, Dnepr-1, Aidar, OUN e nel  battaglione Serhii Kulchitsky (inizialmente 1° e 2° battaglione di riserva operativi della Guardia Nazionale Ucraina).

Tra i 30 reparti di volontari inquadrati all’interno dell’esercito nazionale ucraino, a far discutere è la dichiarata fede neonazista di buona parte di essi, tra cui spicca il famigerato Battaglione Azov. Questo nasce proprio sulla base del gruppo paramilitare di Svoboda, ovvero “Patrioti dell’Ucraina”, ed è protagonista della riconquista di Mariupol nel 2014. La sua fondazione risale a pochi mesi prima per mano di Andriy Biletsky, ex-militare meglio noto come Bely Vozd (guida bianca) e capo del “Sect 82”, gruppo ultras del Metalist Kharkiv nato per l’appunto nel 1982.

ultras ucraini
I tifosi del Dnipro fanno sentire la loro vicinanza al Battaglione Azov

Il simbolo originale, scelto da chi si definisce “seguace dell’arianità della razza ucraina”, è rappresentato dal Wolfsangel (simbolo utilizzato dalle SS nell’invasione dell’URSS) in sovraimpressione rispetto al “sole nero” molto caro a Himmler, con sullo sfondo il giallo e il blu. E al fianco dei membri di Azov sono presenti, tra le varie formazioni paramilitari, gli uomini dell’altrettanto celebre “Pravy Sektor” (settore destro, fondato nel 2013) e quelli appartenenti a C14 (nato nel 2009 a Kiev). Le loro azioni durante gli anni di guerra, da cui i riflettori dei nostri media sono stati sin troppo lontani, sono lo specchio del baratro verso cui il Paese è scivolato lentamente.

Secondo quanto emerge da un rapporto OCSE del 2016, i battaglioni si sono resi protagonisti di torture, stupri, saccheggi ed esecuzioni sommarie ai danni dei prigionieri filorussi, attirando l’attenzione del Cremlino e dell’FSB (servizi segreti russi) su numerosi personaggi di spicco del mondo ultras coinvolti. Tutto ciò è innegabile, così come però altri due presupposti: 1) la guerra è sporca e brutta, e ricorre (quasi) sempre ad ogni mezzo e sicuramente a tutti gli uomini disponibili – non che i russi non abbiano i ceceni o i criminali di guerra, tanto per essere chiari.

2) il casus belli della de-nazificazione continua a essere a dir poco discutibile, per usare un eufemismo.

Svoboda non è mai andato oltre il 10% dei consensi, traguardo storico del 2012 con l’attribuzione di 38 seggi alla Verkhovna Rada (parlamento) e presto è crollato al 4%. E per quanto riguarda l’ultranazionalismo e il filo-nazismo di una parte consistente del tifo ucraino, certo è un aspetto che deve essere raccontato e approfondito, soprattutto in un periodo in cui qualsiasi nota “stonata” sullo spartito dell’Ucraina buona, giusta e democratica viene automaticamente saltata, oppure percepita come una “giustificazione” a Putin.

Eppure parliamo di un fenomeno socialmente e politicamente marginale, relegato agli stadi e ai margini della società civile, che non può assolutamente giustificare l’invasione su larga scala russa. Nella retorica da opposte fazioni, per cui da una parte bisogna de-nazificare l’Ucraina e dall’altra a fare la resistenza ci sono solo sinceri democratici che lottano per la libertà e i valori europei, si può semplicemente provare a raccontare, facendo un po’ di chiarezza. E in questo il calcio, straordinario specchio della società, offre una prospettiva a dir poco privilegiata.

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