“I don’t have to sell my soul”, inizia così I wanna be adored, capolavoro degli Stone Roses uscito nel 1989. A Manchester “soul” non è semplicemente “anima”, è molto di più. Ho capito davvero cosa significasse tutto ciò mettendo piede a Broadhurst Park, casa dell’FC United of Manchester.

 

Con l’inizio del nuovo millennio in Inghilterra qualcosa stava cambiando. La pay-tv, quel buffo personaggio chiamato Roman Abramovich e il caro biglietti iniziavano a generare i primi malumori tra le tifoserie. Il calcio, a Manchester, iniziava ad allontanarsi dalla gente. Le proteste di una parte dei tifosi dello United nel 2005 a seguito dell’acquisizione del club da parte di Glazer, che indebitò i Red Devils fino al collo, non solo furono vane ma spinsero addirittura alcuni di essi a darsi un appuntamento in uno dei tanti ristoranti indiani della città. Stava nascendo un sogno chiamato FC United of Manchester.

 

Pochi giorni dopo, il direttivo formatosi quella sera chiamò in raccolta all’Apollo Theater chiunque volesse discutere circa la fondazione della nuova squadra: si presentarono in duemila.

 

I don’t have to sell my soul, he’s already in me

 

 

L’FC United non è un’azienda ma una comunità, un club di proprietà dei soci, in cui ogni iscritto ottiene una quota e i membri decidono il prezzo dei biglietti, le divise e le principali politiche societarie. Si parte da nove divisioni sotto la Premier e, tra i grigi tetti della città industriale per eccellenza, dal 2015 la luce non proviene più solo dai “riflettori miliardari” di Old Trafford o Etihad. Broadhurst Park è costato oltre sei milioni di sterline; di questi, più della metà sono stati ottenuti dal contributo diretto dei tremila soci e di oltre settemila tifosi.

 

Il team in mano alla working class finalmente ha il suo stadio di proprietà. Non starò qui a raccontarvi quale sia, passati più di dieci anni, la divisione (National League North) dove milita oggi il club; proverò invece a trasmettervi cosa ho provato il giorno in cui sono entrato nel “teatro dei sogni”, quello di chi vive il calcio come noi.

 

 


Vivere lo United of Manchester


 

 

Mi capita diverse volte di seguire la mia squadra nelle trasferte inglesi e, da bravo malato quale sono, la prima cosa che faccio anche qui è cercare subito qualcuno che venda il “Match Programme”. Dopo aver realizzato di non trovarmi ad Anfield o a Stamford Bridge, valuto la possibilità di non riuscire a trovare nessuno che lo venda. Un’ipotesi durata meno di trenta secondi.

 

Giornaletto alla mano, dopo una ventina di minuti passati a guardare lo stadio imbambolato, faccio un salto allo store che ha una grandezza simile a quella di una cabina telefonica più che di un negozio; acquisto la sciarpa della squadra di casa e qualche spilla da portare a Roma per chi, durante le successive tre ore, mi chiederà una foto ogni cinque minuti.

 

United of Manchester cimeli

Alcuni cimeli gelosamente custoditi al ritorno da Manchester

 

Il biglietto, per poco più di dieci sterline, si compra in un’area accoglienza interna allo stadio dove è esposto qualche trofeo del club. Non appena mi dirigo verso l’uscita, in cerca di un tornello, il signore che mi ha appena venduto il ticket inizia a guardarmi sorridendo nemmeno fossi Peter Griffin, e mi spiega che per entrare basta solamente salire le scale dietro di lui e aprire una porta.

 

Davanti a quella porta sono stato fermato per qualche secondo, ripensando al momento in cui lessi per la prima volta di questa realtà e a quando invitai tutti da me nel 2010 a vedere il secondo turno di FA Cup con in capo la squadra più romantica di Manchester. “How soon is now?” parte non appena supero la soglia e per tutto il pre-partita si alterneranno solo canzoni di Smiths, Stone Roses, Happy Mondays e Joy Division.

 

Prima di arrivare sugli spalti mi ritrovo in quella che, in un stadio di un club medio-alto, potrebbe essere definita una vip-lounge: tavolini, sedie, un bar dove prendo subito una birra e addirittura un piccolo ristorante dove cenerò a fine primo tempo, con prezzi chiaramente ridicoli rispetto a quelli a cui siamo abituati in Italia. Da una porta a vetri scendo in tribuna, dove sulla destra c’è una piccola area dedicata a chi vuole godersi il match in piedi senza nessun seggiolino.

 

United of Manchester stadio

All’interno del Broadhurst Park, dove a dominare sono le pezze e i due colori sociali, il rosso e il nero

 

La breve camminata verso la gradinata ospitante la parte più calda del tifo viene interrotta quando noto, tra i tanti stendardi che sto andando a osservare da vicino, l’orologio già visto a Old Trafford, fermo a quel maledetto 6 Febbraio 1958 dove a Monaco di Baviera, a seguito di un disastro aereo, persero la vita tra gli altri otto giocatori dello United.

 

Faccio avanti e indietro tra le pezze per un’ora, passando dalle citazioni dei più importanti gruppi musicali di Manchester a un richiamo forte al calcio popolare e al senso di comunità. Qui non si va contro il calcio moderno; qui si vive il calcio moderno. L’FC United of Manchester è una risposta concreta alle chiacchiere dei tifosi nostalgici.

 

Nonostante mi senta al posto giusto come non mai in vita mia, essendo cresciuto tra gli spalti, non appena la maggior parte dei tifosi raggiunge la gradinata me ne torno in tribuna, nella standing area. Durante la partita noto di essere circondato da persone adulte, spesso anziane, che sicuramente hanno speso la propria vita sulle orme Manchester United ma che ora si trovano a vivere lo United, of Manchester.

 

United of Manchester

Qui si beve prima di tifare a gran voce lo United

 

La sensazione di sentirsi parte di quello che stava accadendo l’ho provata, ma allo stesso tempo sentivo di poter guardare il tifoso fisicamente più vicino solo con un senso di lontananza e riverenza, perché tutto ciò che mi circondava non era nato dal nulla né tanto meno da me o dai soldi del privato: tutto questo era nato da loro. A questo, “noi” non siamo abituati.

 

In novanta minuti di partita non ho mai guardato il campo per più di dieci secondi di fila; la mia ammirazione e la mia curiosità erano rivolte solo a chi, per tutta la partita, non ha mai smesso di cantare. Poco prima della fine del match e del giro di campo di squadra e allenatore (che si intratterranno poi per svariati minuti a chiacchierare con i tifosi) si alza dagli spalti a gran voce

I wanna be adored

“I don’t have to sell my soul, it’s already in me”, tradotto: “Fc United of Manchester”.

 


La foto di copertina e le immagini nell’articolo sono di Luca Quartarone