Fasano segna il confine tra l’area metropolitana di Bari e il sud della Puglia. Infinite distese di ulivi secolari e macchia mediterranea caratterizzano l’area, che plana dolcemente dalle colline delle Murge al Mare Adriatico. Fondata attorno all’anno Mille, la cittadina che lambisce la Valle d’Itria, oggi è incastonata tra numerose e rinomate località turistiche.

 

 

Tra queste c’è Savelletri con le sue calette e i ristorantini a pochi passi dalla riva, Torre Canne con il suo borgo di pescatori e le masserie riconvertite in strutture ricettive di lusso; la Selva con lo Zoosafari, il primo nato in Italia nel 1973. Un territorio che rappresenta un autentico unicum nel panorama nazionale per la commistione tra natura ed insediamenti umani, disegnando un colorato acquerello sulla brulla tela della terra di Puglia.

 

 

Al di là delle bellezze paesaggistiche, una delle eccellenze di questo territorio è rappresentata dalla Pallamano Junior Fasano: questa negli ultimi sette anni ha conquistato tre scudetti, tre Coppe Italia e una Supercoppa Italiana, e storicamente è sostenuta da un importante seguito di pubblico, sia nelle gare interne sia in quelle esterne. Da citare, per esempio, “l’esodo” dei tifosi fasanesi a Bolzano in occasione della finale di ritorno per lo scudetto 2014/15, nonostante la partita si giocasse in un giorno lavorativo e fosse trasmessa in diretta televisiva.

 

Fumogenata d’altri tempi in Curva Sud. (Facebook – Il Fasano siamo noi)

 

 

Siamo sempre in Italia però, dove si sa che il calcio la fa da padrone, così anche Fasano si attiene al costume nazionale. I colori locali non hanno mai vissuto particolari exploit dal punto di vista dei risultati del campo, ma possono fregiarsi di avere da sempre una delle tifoserie più originali, appassionate e colorate delle categorie minori nostrane. Nel seguito fasanese, il collettivo organizzato più longevo è rappresentato dagli Allentati, fondati nel 1988 ed unico gruppo con questo nome sulla scena della Penisola.

 

 

Nati nel 2009 da una loro costola, ci sono poi i Fasano Ultras, che si stanno distinguendo per le iniziative di beneficenza sul territorio e sono tra i più attivi partecipanti dei raduni dei Mondiali Antirazzisti. A loro volta, entrambi i gruppi organizzano la Festa Antirazzista, diventata ormai un tradizionale evento cittadino che richiama migliaia di persone da tutta Italia; sicuramente tra i presenti si registrano sempre gli amici, ovvero i Gladiators di Nimes, gli Ingrifati del Perugia, i Desperados Empoli, gli Smoked Heads Campobasso, infine gli ultras di Vultur Rionero e Cavese.

 

La casa del Faso è il Vito Curlo, stadio da 4.900 posti costruito nel 1933, dedicato al giocatore morto in un incidente stradale nel ’81. Rimodernato nel 1989 con l’ampliamento della tribuna coperta, della tribuna opposta e il terreno di gioco riconvertito in erba, dal 2001 è stata costruita una gradinata sul lato a sud per dare una degna sistemazione agli ospiti.

 

Tra questi meritano sempre una “particolare accoglienza” i vicini da Brindisi, Martina Franca, Barletta, Bisceglie, Andria e Cerignola. Invece ai mondiali di Italia ’90 il terreno del Vito Curlo è stato calcato dalla Nazionale camerunense del mitico Roger Milla, che aveva scelto Fasano come sede del ritiro.

 

 

Ma come arriva il calcio a Fasano? Nel dopoguerra i locali appassionati decidono di costituire una società calcistica. Così l’Associazione Sportiva Fasano nasce nel 1949 e adotta come colori sociali l’azzurro dello stemma cittadino e il bianco del “faso”, il grande colombo selvatico tipico della zona. La società esercita la sua attività fino alla famigerata partita contro la Liberty Bari, nel 1954: a causa di una svista arbitrale che sancisce il pareggio dei baresi, il Fasano vede sfumare la promozione e la partita viene interrotta per invasione di campo da parte dei tifosi fasanesi.

 

 

Seguirà poi la radiazione e la messa in liquidazione del club. Negli anni successivi non vengono fondate altre società calcistiche in città fino a quando, nel 1964, addirittura nascono quattro club: l’U.S. Fasano, l’Assi Avanti, il Club Oratorio e l’Inter Club, iscritte al campionato di Terza categoria.

 

La tifoseria fasanese rivendica con orgoglio la sua posizione antirazzista.

 

 

Per vent’anni la compagine biancazzurra lotta tra i dilettanti, alternando campionati mediocri ad annate in cui la corsa per la promozione accende l’entusiasmo della piazza. La risalita verso i piani alti del calcio italiano culmina nella C2 conquistata a fine anni ’80, persa e poi riconquistata un decennio dopo.

 

 

Purtroppo oggi sono lontani i tempi di protagonisti come De Tommasi, Amendola, De Lorenzo Buratta, Insanguine, Bitetto, Catalucci, Doria, Fanfani e Danza, giocatori che occupano ancora un posto nel cuore dei tifosi fasanesi, avendo incarnato perfettamente il loro spirito sul rettangolo verde.

 

Come purtroppo accade in tante, troppe, piazze italiane, anche Fasano subisce l’onta del fallimento nel luglio 2002. Tuttavia nella stessa estate i Fasanesi celebrano la nascita di una nuova società, la BS Calcio Fasano, poi ripartita dal campionato di Eccellenza; il nome viene presto sostituito per ricongiungersi alla tradizione del A.S. Fasano Calcio.

 

La neonata squadra perde i playoff promozione contro l’Acicatena nel 2006, ma ottiene la promozione in serie D l’anno successivo, per poi retrocedere di nuovo, mestamente, nel 2010. Infine nel 2012, l’A.S. Fasano Calcio rinuncia all’iscrizione al campionato di Eccellenza.

 

 

Quando il calcio in città sembra definitivamente perduto, viene fondata l’Unione Sportiva Dilettantistica Città di Fasano, giusto in tempo per l’ammissione alla Seconda Categoria, che la neonata compagine vince al primo colpo. A gennaio 2016, intanto, era nata l’associazione di tifosi Il Fasano siamo noi, che si rivelerà provvidenziale per il futuro del Faso: quando nel corso del 2016 si profila all’orizzonte una nuova crisi, la dirigenza è alla ricerca di nuovi soci ed i tifosi rispondono presenti.

 

La Curva Nord del Fasano calcio

La Curva Sud in azione: il calcio a Fasano resta un rito popolare.

 

 

Con il passaggio di proprietà, non solo il calcio a Fasano è salvo, ma diviene un bene cittadino tramite l’azionariato popolare: la partecipazione della comunità è straordinaria. Il rinnovato entusiasmo inaugura uno dei capitoli più felici della storia biancazzurra: in sole due stagioni la squadra approda alla serie D, poi conquista la Coppa Italia Puglia di Promozione e nel 2020 arriva in finale di Coppa Italia Serie D (non disputata a causa dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19).

 

Per approfondire il progetto della società fasanese, ne parliamo direttamente con Totò Carparelli, membro del direttivo dell’associazione “Il Fasano siamo noi”. Riavvolgendo il nastro della memoria, gli chiediamo subito come nasca l’idea dell’azionariato popolare in città.

 

«L’idea dell’azionariato popolare nella nostra città nasce un po’ per esigenza, un po’ per necessità. Per spiegarlo in dettaglio sarebbero necessari dei piccoli passi indietro nel tempo. Dopo la decisione unanime da parte della tifoseria di ripartire da zero e quindi di ricominciare dalla seconda categoria nella stagione 2012/2013, in virtù delle scellerate gestioni societarie susseguitesi tra il 2008 e il 2012, e l’accumularsi di situazioni debitorie pesanti e difficili da gestire, la gestione societaria rimase in mano alla dirigenza in carica ai tempi, che avallò la scelta della tifoseria e cercò di traghettarla nonostante le difficoltà.

 

 

La squadra era formata principalmente da ragazzi del posto, quasi tutti fasanesi e delle città limitrofe, con alcuni che addirittura decisero di scendere di categoria per sposare il progetto. Scelta dolorosa e difficile per tutti, considerando che fino a qualche anno prima avevamo disputato le nostre gare negli stadi più gloriosi del Sud Italia in un campionato professionistico; dal “Ceravolo” di Catanzaro, allo “Zaccheria” di Foggia o al “Celeste” di Messina, ci ritrovammo a giocare nei campi polverosi delle nostre frazioni, senza guardalinee e in situazioni molto approssimative.

 

 

Dopo le vittorie dei campionati di Seconda e Prima Categoria, e i Play Off del campionato di Promozione nella stagione 2014/2015, qualcosa iniziò a non funzionare anche con la dirigenza del momento e fu allora che nacque l’esigenza e la necessità di dare un colpo di spugna definitivo alla vecchia gestione».

 

Il calcio è del popolo: una verità che i Fasanesi non si stancano di ripetere.

 

 

«Tutto ebbe inizio con delle classiche collette, chi poteva girava per la città e raccoglieva quello che poteva, iniziammo ad organizzare le trasferte, i ritiri, i pranzi per la squadra, ovviamente considerando tutte le difficoltà del caso visto che da tifosi e ultras ci ritrovammo ad essere dirigenti in un sol giorno. Nel dicembre del 2015 dopo attente valutazioni ci siamo costituiti come A.P.S. (Associazione di Promozione Sociale) entrando ufficialmente nell’organigramma dell’U.S. Città di Fasano e diventando ufficialmente i padroni del nostro destino.

 

 

In poco tempo abbiamo dato nuova linfa e entusiasmo all’intera comunità, rifondato il progetto della Scuola calcio acquistando attrezzature, furgoni e abbigliamento, vinto due campionati di fila tornando a giocare un campionato nazionale dopo un decennio, e raggiungere quattro finali di coppa in cinque stagioni; oltre che a lavorare sul tessuto sociale della città, lavorando fianco a fianco e coinvolgendo tante associazioni di volontariato e beneficienza. Ad oggi l’associazione è composta da un direttivo esecutivo e vanta circa 800 soci».

 

Quali sono le difficoltà attuali e le soddisfazioni ottenute?

«Le difficoltà del momento sono tante e diverse. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, e con un progetto fondato e basato sulla partecipazione popolare e sull’aggregazione, è davvero dura. Dagli incassi dei botteghini, grande fonte di sostentamento per le società dilettantistiche come la nostra, sino alla parte prettamente emozionale in termini di vicinanza e sostegno al progetto, sono un grosso problema.

 

 

La speranza è quella che tutto questo periodo termini il prima possibile, per tornare tutti quanti alla nostra “normalità”. Una delle soddisfazioni più grandi è stata quella di portare circa 5000 fasanesi in trasferta, seppur nella vicina Monopoli (distante circa 15km). Essere riusciti a coinvolgere così tanta gente per una finale di una coppa regionale è qualcosa di incredibile… ancora oggi ci vengono i brividi a rivivere quella serata».

 

La coreografia del Fasano per la finale di Coppa Italia del 2018/19.

Quali sono i progetti futuri della società?

«Arrivare a giocare in Europa (risata, N.d.C). Ovviamente è un’utopia, ma riteniamo che “la grandezza degli uomini si misuri con la grandezza dei loro sogni e con la loro capacità di realizzarli, ma ci sono sogni così grandi che fanno grande un uomo solo per essere riuscito a pensarli e per aver provato a realizzarli. Uno di quei sogni per cui vale la pena di vivere è vivere una vita che vale la pena di essere raccontata” (cit. di Alda Merini – N.d.C).

 

 

Ci sono persone adulte e padri di famiglia, sostenitori accaniti che avevano il timore di morire e non vedere più il Fasano giocare in un campionato nazionale: noi non solo ci siamo riusciti, ma gli abbiamo dato la speranza di vedere nuovamente anche il professionismo. Il lavoro e la strada da percorrere sono ancora lunghi e pieni di difficoltà, ma lavoriamo intensamente ogni giorno per far sì che questo sogno continui ad essere una solida realtàe crescere sotto ogni punto di vista!».

 

Potresti fare qualche esempio concreto del rapporto tra la società del Fasano e la città?

«Il rapporto tra l’US Fasano e la comunità è viscerale e passionale. Ogni giorno nei bar, in piazza, nei forni, non si parla altro che di Fasano. La comunità sente questo progetto proprio. Il fruttivendolo ti regala la frutta per gli allenamenti, i ragazzi della curva si impegnano per guidare i furgoni del settore giovanile, gli imbianchini per pitturare lo stadio e i suoi spazi. Ognuno si rende disponibile e vicino alla squadra come può».

 

Che cosa può significare, per un giovane, prendere parte al progetto del Fasano tra il campo e gli spalti?

«Per un giovane prendere parte al progetto ed esserne protagonista indiscusso vuol dire molto, se non tutto. Si stanno scrivendo pagile indelibili di una storia decennale che ha visto passare generazioni su generazioni, di padre in figlio come si suol dire. Stiamo facendo qualcosa di sensazionale ed il fatto di essere così giovani non può che essere ben augurante per un futuro ancora migliore. Certo la strada è ancora lunga e intrisa di difficoltà, ma abbiamo tanta voglia di crescere!».

 


Un sentito ringraziamento per l’intervista a Totò Carparelli, membro del Direttivo dell’associazione “Il Fasano siamo noi”, e Giuseppe Damiani.