I primi giorni di settembre del 2015 ero appena arrivato a Valencia per passarci il mio Erasmus, pervaso di quell’euforia fumosa tipica del primo mese all’estero in cui ogni luce, ogni persona sembra poter essere l’incipit di un’avventura bellissima. Da buon calciofilo, una delle prime iniziative che mi stuzzicarono fu quella di andare a vedere una partita del Valencia Club de Fútbol.

 

 

Lo storico stadio di casa, il Mestalla, sorge proprio al centro della zona universitaria, vicino alla mitica Avenida Blasco Ibañez: non fu difficile arrivarci per una perlustrazione. A colpirmi, oltre alle gigantografie dei vari Mario Kempes, Roberto Ayala e David Albelda, fu soprattutto il motto esposto davanti alla biglietteria: “El Valencia siempre se levanta”. Il Valencia si rialza sempre.

 

 

Parole da slogan, apparentemente banali, ma che oggi sembrano dure da pronunciare per molti tifosi dei los ches. Non è infatti proprio il momento più facile per il valencianismo: il club è in ginocchio e l’atmosfera da quelle parti sta assumendo dei contorni ormai catastrofici, esacerbando una situazione che da anni sembra dirigersi sempre più chiaramente verso il disastro.

 

Valencia Mestalla

Il Mestalla riflette orgoglioso le ultime luci del giorno nel cielo di Valencia. (Photo by Eric Alonso/Getty Images)

 

 


Peter Lim, da deus ex machina a padre padrone


 

Quando nel 2014 il magnate singaporiano Peter Lim rilevò – attraverso la sua società Meriton – l’80% delle quote di un Valencia ferito e indebitato, la tifoseria non poteva certo sapere che sei anni dopo la situazione sarebbe ulteriormente peggiorata. Anzi inizialmente Lim, all’epoca tra i mille uomini più ricchi del mondo secondo Forbes, venne acclamato come l’uomo della provvidenza, pronto a rimpinguare le casse del club e a riportarlo ai piani alti del calcio mondiale, sulla falsariga di quanto accaduto a Manchester City e PSG.

 

 

L’ambizioso progetto esordì con ben quindici acquisti durante la prima sessione estiva che, comparati con gli zero arrivi di quest’anno, assume dei connotati amaramente ironici. Nel mezzo una Copa del Rey con Marcelino nel 2019, un ottavo di Champions raggiunto, sette allenatori cambiati: Pizzi, Nuno Espirito Santo, Gary Neville, Pako Ayestarán, Cesare Prandelli, Marcelino, Celades.

 

 

Oggi il timone è affidato al basco Javi Gracia, ex Watford e Rubin Kazan. Ma al di là dei risultati sportivi, ciò che rende il dolore dei tifosi lancinante riguarda il lato gestionale del club. La situazione che sta vivendo il Valencia si avvicina sempre più a un caso di studio, e le scelte scriteriate lasciano davvero poche attenuanti per Meriton e Peter Lim.

 

Peter Lim Mestalla

Il magnate Peter Lim al Mestalla (Photo by Manuel Queimadelos Alonso/Getty Images)

 

 


Il miraggio del Nou Mestalla


 

Il progetto per il nuovo stadio ne è un esempio perfetto. Cominciati nel 2008, secondo il piano iniziale i lavori per il Nou Mestalla dovrebbero essere ultimati nel 2021. Al momento in Avenida de las Cortes Valenciana però c’è solo un possente scheletro di cemento, e del Nou Mestalla esiste solo un rendering, peraltro non particolarmente esaltante. Tra le promesse di Lim, quella di portare i tifosi nel nuovo stadio sembrava la più logicamente conseguente, la più facile da mantenere. E invece, la società non è stata in grado di rispettare il piano esecutivo di Actuacion Territorial Estratégica (ATE), spostando la domanda dal quando al se.

 

 

I costi dell’opera, stimati a circa 400 milioni di euro, non sembrano venire contemplati tra le spese del miliardario, che non ha iniettato sufficiente liquidità per mandarla avanti. L’idea di utilizzare i soldi della vendita del vecchio Mestalla non sembra poi decollare: gli acquirenti non danno sufficienti garanzie al mondo finanziario, avvicinando il discorso a uno stallo in cui nessuno vuole investire di tasca propria. La situazione non è piacevole per nessuno in città, a partire dalla Generalitat Valenciana.

 

 

Numerosi sono stati gli sconti e gli aiuti per provare a tenere a galla il progetto, ma con risultati scoraggianti. Il presidente Anil Murthy, uomo di fiducia di Lim, ha ammesso pubblicamente che per il club sarà impossibile rispettare gli accordi. E con la futura perdita dei diritti urbanistici del vecchio Mestalla, venderlo a più di 60 milioni sarà arduo. Niente lascia quindi credere a un cambio di rotta in tempi brevi.

 

Nou Mestalla

Lo scoraggiante cantiere del Nou Mestalla, in stallo e già un “White Elephant”. (Photo by Manuel Queimadelos Alonso/Getty Images)

 

 


Tutti felici con Jorge Mendes


 

È difficile quantificare il peso specifico degli agenti nel calcio moderno. Sicuramente Jorge Mendes è arrivato a quel punto della piramide in cui è in grado di controllare i trasferimenti di un club del calibro del Valencia. Il rapporto tra lui e Lim d’altronde sembra essere inossidabile, talmente forte da sceglierlo come testimone di nozze.

 

 

La società di Mendes, Gestifute, da quando Lim è il proprietario del Valencia ha incassato 94 milioni di euro in commissioni, a fronte di 700 milioni mossi in totale. Cifre da capogiro, che addirittura potrebbero essere superiori: anche per molti trasferimenti in cui Gestifute non è stata ufficialmente coinvolta – come quello di Aymen Abdennour dal Monaco nel 2015 – l’impressione è che a muovere i fili fosse sempre il super-agente portoghese, mettendo le esigenze di allenatori e progetti tecnici in secondo piano.

 

 

Le mosse di Lim, che prima del Valencia aveva provato senza successo a rilevare anche il Liverpool e il Milan, gravitano con soluzione di continuità attorno al pianeta Mendes, con più di un punto interrogativo sulla piena legalità di alcune di esse. Un ex consigliere del club, Antonio Sesé, ha denunciato entrambi accusandoli di amministrazione infedele, imposizione di accordi abusivi, corruzione in affari privati e riciclaggio. Una querelle legale che di certo non migliora il clima, e che anzi descrive perfettamente il problema gestionale che sta attanagliando i murcielagos.

 

Mendes Valencia Wolves

Jorge Mendes al Molineux di Wolverhampton, la seconda squadra entrata nel suo mirino dopo il Valencia. (Photo by Catherine Ivill/Getty Images)

 


Marcelino e l’affaire Rodrigo


 

Eppure, poco più di un anno fa la situazione nella città delle arance sembrava totalmente diversa. Marcelino era saldamente al timone della squadra per il terzo anno consecutivo, con due quarti posti e una Copa del Rey in bacheca nell’anno del centenario. Il primo spiraglio di continuità nel progetto tecnico durante la gestione Lim, con tanti giocatori in rampa di lancio e un d.s., Mateu Alemany, in completa simbiosi con il suo allenatore.

 

 

Ma a cominciare dalla lunga e spossante trattativa per cedere Rodrigo all’Atletico Madrid – conclusasi in un nulla di fatto a causa della mancata cessione di Correa, con Rodrigo che aveva già salutato i compagni – le crepe che preannunciavano la frattura iniziavano a farsi evidenti. Da una parte Marcelino e Alemany, dall’altra Lim e il presidente Murthy: le divergenze di vedute, insanabili, portarono al licenziamento del primo e alle dimissioni del secondo all’inizio della passata stagione.

 

 

Un’altra prova del pugno di ferro del magnate, cinico fino al punto di cacciare l’allenatore che più di tutti aveva portato in alto il Valencia durante la sua gestione. Successivamente, Marcelino non ha risparmiato bordate alla proprietà, accusandola ad esempio di non essersi nemmeno congratulata con lui dopo la vittoria della Copa, considerata non prioritaria rispetto alla qualificazione in Champions.

 

Rodrigo Valencia

Rodrigo, brasiliano naturalizzato spagnolo, è stato uno dei trascinatori delle ultime stagioni de los che. In estate si è accasato alla corte di Bielsa, con il neo-promosso Leeds United. (Photo by Richard Heathcote/Getty Images)

 


Giorni duri sotto il sole di Valencia


 

Ad oggi, lo scenario che si profila per i tifosi del Valencia assume dei contorni sempre più esiziali. Il coronavirus ha ulteriormente prosciugato le casse del club, con un debito stimato di circa 560 milioni di euro (quando Lim arrivò ammontava a 365). Mancano i soldi per pagare gli stipendi: Murthy ha proposto delle cambiali ai giocatori per saldare le mancanze della stagione scorsa, prontamente rifiutate.

 

 

Il monte ingaggi è stato ridotto del 40% e sono stati svenduti alcuni dei migliori giocatori – il capitano Parejo e Coquelin regalati al Villareal, Garay svincolato, Rodrigo al Leeds, Ferran Torres al City a prezzo di saldo. L’allenatore Gracia non deve aver preso benissimo lo smantellamento della rosa, ma per il momento ne rimane al timone, considerando che dimettersi gli costerebbe 3 milioni di euro.

 

Dani Parejo Valencia

Anche Dani Parejo, capitano e figura centrale del Valecia da 10 anni, ha dovuto salutare il Mestalla. A titolo gratuito. (Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

 

 

La rabbia dei tifosi è sempre più fumante, e Lim – le cui presenze al Mestalla si contano sulle dita di una mano – viene individuato come il responsabile dello sfacelo: fonti vicine al club lo avrebbero sentito paragonare il Valencia al proprio “registratore di cassa”, fornendo agli aficionados un’ulteriore ragione per accusarlo. Tanti ex giocatori, tra cui Cañizares e Kempes, hanno criticato pubblicamente la proprietà, unendosi al coro che vede nella cessione del club la conditio sine qua non per ricominciare.

 

 

La voragine che separa Lim dalla tifoseria è ormai abissale, ma l’aspetto tragicomico di questa storia sta proprio nell’atteggiamento del miliardario, che non fa nulla per provare a ricucire, anzi sembra avere tutta l’intenzione di inacidire i contrasti. A livello comunicativo, la volontà di Lim è sempre stata quella di identificare il club con la proprietà: basti pensare alla scelta di inserire il nome di Meriton nelle foto celebrative delle vittorie. quasi per voler lasciar intendere che è Meriton ad essere il Valencia.

 

 

Questo tentativo esplicito di far combaciare la società con chi ne è a capo è forse il peggior sintomo di una visione aziendalista delle società di calcio, che mortifica la matrice popolare di una tifoseria annichilita e impotente di fronte alle decisioni di chi comanda. Decisioni spesso errate, e soprattutto quasi mai prese nell’ottica dell’interesse sportivo del club, ma solo di quello meramente personale del suo proprietario.

 

Lim Valencia

Per i tifosi del Valencia il messaggio è ormai chiaro e univoco. (Photo by Richard Heathcote/Getty Images)

 

 

Sicuramente Valencia non è l’unica realtà che sta affrontando una contraddizione simile, ma forse è quella in cui il conflitto si esprime in maniera più palese per volontà degli stessi attori coinvolti. Ad esempio la figlia di Peter Lim, Kim, ha scritto su Instagram, salvo cancellare il post poco dopo:

 

«Il Valencia è di proprietà della mia famiglia, e possiamo fare quello che vogliamo con il club»

 

Parole crude, poco istituzionali per non dire altro, che però riconducono a una constatazione amara: non sono certo i tifosi, in tutta questa situazione, ad avere il coltello dalla parte del manico. Una constatazione che dovrebbe spaventare non solo i supporters valenciani, ma tutti gli amanti del pallone. Quello sano, si intende.