Quando si parla di calcio totale, di rivoluzione, di arancia meccanica, ci si riferisce essenzialmente al 1974 e la paternità si attribuisce a Rinus Michels. La Storia dice così. Il fatto è che, però, la storia va pur sempre raccontata. Le cose accadono, e già che un essere umano ci si trovi in mezzo, nel frattempo, è conseguenza non solo delle sue capacità, delle sue azioni e in ultima analisi del suo arbitrio, ma è frutto pure del caso; di fattori ed eventi esterni che sfuggono decisamente al suo controllo e sono invece innescati da chissà quale forza o accidente, e a cui chissà quale accidenti di nome o definizione dovremmo dargli.

 

 

Vale per Michels e vale per ciascuno dei protagonisti di una vicenda che è ormai inscritta nel mito. Per Cruijff, ineludibile icona e intoccabile alfiere della Rivoluzione. Per Neeskens, il più celebrato scudiero del Johan più famoso e più talentuoso. Vale per tutti i componenti di una squadra che definire iconica riesce a mettere d’accordo sia la semiologia che il senso comune. Vale per tutti gli esseri umani, che facciano gli allenatori, i calciatori o qualsiasi altra benedetta cosa c’è al mondo che non sia il calcio.

 

 

Ragion per cui la Storia, già solo se accade, se si sviluppa e si dispiega in un modo piuttosto che in un altro, è di per sé materia che spesso trascende la capacità e la volontà di chi in essa si trova a esserne protagonista, partecipe o semplicemente parte. Figuriamoci, poi, per come la si racconta, la si tramanda e la si acquisisce sotto forma di patrimonio dell’umanità.

 

La storia la scrivono i “vincitori” (qui Michels e Cruijff dopo la Coppa dei Campioni conquistata nel 1971)

 

Sia l’allenatore che parecchi componenti dell’arancia meccanica avevano cominciato la propria opera rivoluzionaria da più indietro, nell’Ajax. Nel 1971 avevano vinto la Coppa dei Campioni. Poi Michels andò ad allenare il Barcellona, al suo posto arrivò il rumeno Stefan Kovacs e ad Amsterdam arrivarono anche altre due Coppe dei Campioni consecutive. La strada, insomma, era ormai segnata. Però in quella storia, per vie traverse e che corrono dunque il rischio di uscire fuori dai racconti, c’era già entrato anche Ernst Happel, e vi aveva comunque il suo posto.

 

 

Questo austriaco dal temperamento e dai lineamenti burberi, una vita vissuta e spesa nel calcio prima da calciatore e poi da allenatore, era arrivato in Olanda circa sei anni prima della rivelatoria Coppa del Mondo del ’74. E il primo a coniare il famigerato 4-3-3 in un calcio olandese che ancora neanche immaginava il futuro che lo attendeva, era stato proprio lui, alla guida del Den Haag. Sono in molti a sostenere che proprio da lui Rinus Michels trasse la sua prima ispirazione. Quando poi Happel arrivò al Feyenoord di Rotterdam, l’antagonismo tra i due tecnici e le loro rispettive squadre produsse l’esaltazione del calcio olandese.

 

 

Feyenoord e Ajax incarnavano il contrasto attraverso cui potevi riconoscere l’anima delle città a cui appartenevano. Rotterdam città del porto e della gente che con il porto doveva trovare un modo per mangiare. Amsterdam borghese, colorata, pura espressione simbolica di città aperta. Un’efficace sintesi di Jules Deelder, scrittore di Rotterdam, rifinisce così la questione:

“In Olanda i soldi vengono guadagnati a Rotterdam, divisi a Den Haag e sperperati ad Amsterdam”.

Ebbene, fu proprio il Feyenoord a portare per la prima volta una squadra olandese sul tetto d’Europa. La Coppa dei Campioni la vinsero prima Ernst Happel e la sua squadra, un anno prima dell’Ajax di Michels. L’uomo simbolo e il giocatore chiave dell’allenatore austriaco e del suo Feyenoord era Willem Van Hanegem, detto Wim.

 

Van Hanegem Ernst Happel

In mezzo Ernst Happel, alla (nostra) sinistra un giovane Van Hanegem

 

Wim era un colosso di oltre un metro e ottanta, con modi e lineamenti rudi. Era nato a Breskens, piccola cittadina a due passi da Rotterdam. Era nato sotto le bombe dei tedeschi, che costarono la vita sia a suo padre che ai suoi tre fratelli. Non c’è bisogno di aggiungere altro, non c’è bisogno di aver studiato psicologia, non c’è bisogno di un raffinato studio comportamentista per collegare tutto questo alla rudezza del carattere di un uomo. Ciò che Wim riuscì a sviluppare di sé stesso, che non aveva nulla a che fare con la guerra e con le bombe, furono un sinistro e un senso per il gioco del calcio ugualmente portentosi.

 

 

La Rivoluzione mise indelebilmente sulla copertina della Storia Rinus Michels, e non poteva essere altrimenti. Ci mise Cruijff, e come sarebbe potuta andare diversamente, rispetto ad uno dei fuoriclasse più puri che il calcio abbia mai conosciuto? I teorici e i puristi della tattica e della costruzione ideologica applicata al calcio hanno individuato in Neeskens l’altro volto della Rivoluzione. Bello ed elegante, Neeskens ha davvero inventato un ruolo che ancora non esisteva.

 

 

Profezia in carne ed ossa del giocatore universale, che copre ogni porzione di campo. Uomo di corsa alla ricerca di ogni plausibile spazio d’inserimento, poi di rincorsa e infine capace di andare a concludere inesorabilmente l’azione. Egli fungeva talvolta da protesi tecnica e tattica dell’altro Johan, andando spesso ad inserirsi nello spazio lasciato vuoto dal suo compagno al centro dell’attacco (come Guardiola avrebbe potuto teorizzare molti anni più avanti).

 

Cruijff e Neeskens, un sodalizio che proseguì anche in blaugrana.

 

L’autentico metronomo, tuttavia, era il nostro Willem Van Hanegem. Era quello che andava più piano di tutti. Gli altri correvano come degli ossessi, sia quando la palla ce l’avevano gli avversari, sia quando era in loro possesso. Van Hanegem se ne stava lì in mezzo, come un semaforo direbbe Corrado Guzzanti in quella micidiale imitazione di Romano Prodi. Solo che il traffico lui lo regolava veramente. Davvero ogni cosa pareva girare intorno a lui. Trovava sempre il tempo e la posizione per contrare gli avversari, inchiodandoli ad inesorabile contrasto.

 

 

Trovava sempre il modo per costituire un riferimento imprescindibile per il gioco, ordinando la circolazione del pallone e regolando con il suo sapiente sinistro il tempo, il ritmo e gli spazi della manovra. Era un po’ storto, ingobbito nelle sue spalle possenti, particolarmente dedito all’uso dell’esterno piede. Colpiva la sfera con uno stile e una postura tutte sue. Ai suoi detrattori appariva “storto”, per i suoi ammiratori, e in verità a chiunque riuscisse a capire qualcosa di questo benedetto gioco, incarnava un creatore di immaginifiche e perfettamente compiute curve con il pallone.

Van Hanegem era lento e poi, soprattutto, era uno del Feyenoord.

A Michels, in realtà, non è che piacesse molto. Al Generale piacevano i giocatori dinamici. Il suo meccanismo doveva girare alla velocità richiesta e tutti gli ingranaggi dovevano essere in grado di tenere quel ritmo. Van Hanegem era lento e poi, soprattutto, era uno del Feyenoord. Alla fine, tuttavia, uno come Rinus non poteva non capire, e di certo poteva capirlo anche meglio di tutti gli altri, che quell’omone lento con quel suo peculiare sinistro risultava indispensabile per far girare perfettamente l’intero meccanismo.

 

 

Il destino fece in modo che tutto si compisse proprio in Germania Ovest. E andò a finire che l’ultima pagina poté scriversi proprio contro i tedeschi. La Storia negò il lieto fine, ma una sconfitta in una partita di calcio era alfine qualcosa che si poteva persino accettare. Non era certo per la sconfitta, non era certo per il risultato di una partita di calcio, che Wim decise di non partecipare alla premiazione per il secondo posto nell’Olympiastadion di Monaco di Baviera. Tornò nella sua stanza d’albergo e si chiuse lì dentro per tutto il resto del tempo che lo separava dal ritorno in Olanda.

 

Van Hanegem in azione contro la Germania, nella partita più importante della sua carriera: purtroppo per lui non riuscirà a “vendicarsi” dei tedeschi.

 

 

Era un duro Willie. Era la cosa che più e prima di tutto appariva agli altri, ma non voler cercare il resto nella sua anima sarebbe solo un tentativo di sciatto riduzionismo, utile al limite per una caricatura e non certo per un racconto. Un giorno accadde che lo voleva il Marsiglia, la squadra di un’altra città portuale. Al Feyenoord guadagnava 80 mila fiorini, in Francia avrebbe guadagnato una cifra 10 volte superiore. L’anima di Rotterdam e la sua anima ormai erano legate.

 

 

Per i tifosi del Feyenoord lui era un simbolo, per lui quelli erano i suoi tifosi e quella era diventata la sua città. La scelta, tuttavia, aveva fin troppe implicazioni, tanto più che non investivano solo lui, ma anche sua moglie, le sue figlie. Allora Wim portò tutti in spiaggia, sua moglie, le figlie e persino il cane. Giunti vicino al mare di Rotterdam, la faccenda fu messa ai voti: due voti (compreso il suo) per restare, due per andare a Marsiglia. Stallo. Restava il cane. Wim disse: “decide lui. Se abbaia, rimango qui.” E il cane abbaiò.

 

 

Era fatto così, non era un tipo comune. Decisamente poco incline al conformismo, aveva e continua ad avere anche un modo suo per vedere e per dare un senso alle cose. Anche rispetto al calcio e persino rispetto alla storia di cui lui è stato protagonista e che, nel frattempo, si era fatta indelebilmente Storia. In un’intervista del 26 febbraio 2015, dirà:

 

“Tutti parlano dell’Ajax, ovviamente, ma loro avevano soprattutto le individualità, noi eravamo già un collettivo. Il merito vero della nascita del “calcio olandese” non è degli olandesi in senso stretto, ma di Ernst Happel, il nostro coach di allora”.

 

Giungendo, poi, a fornire un’interpretazione del mito della Rivoluzione arancione talmente contrastante rispetto alle idee dominanti, da valere come testimonianza di un’ardimentosa mentalità eretica: «Rinus Michels non aveva alcuna responsabilità nel gioco dell’Olanda. Eravamo noi giocatori a decidere, praticamente improvvisammo sempre, continuamente…non era Cruijff, non era Michels, non era niente di tutto questo. Non era calcolo né preparazioni particolari, era un momento magico di un gruppo nato per caso, sedimentato con una colla mai più rinvenuta in natura, né mai prodotta in laboratorio».