Basta, basta, basta. Dal cuore e dallo spirito, non ne possiamo più. Siamo stanchi di vivere nella società più superficiale, ipocrita e bigotta della storia del mondo, “civilizzato” e non. Di doverci indignare a comando, degli argomenti da conversazione, di fare i buoni e i giusti al pranzo della domenica (che poi non c’è più neanche quello), delle patenti di democrazia. Siamo letteralmente estenuati dai tribunali social, dai semi-colti, dai progressisti giustizialisti, dalla siccità di pensiero, dalla disonestà intellettuale, dalle masse belanti.

 

 

Negli ultimi giorni sono quattro i casi che ci hanno fatto cadere le braccia, per usare un eufemismo, nel mondo dello sport. Quattro casi di ordinaria follia e di collettiva isteria. Ma andiamo con ordine, per dare un filo arcobaleno alla nostra esasperazione e narrazione.

 

 

 


Jamie Vardy e la bandierina LGBT


 

Dopo due sconfitte consecutive, il Leicester ritrova la vittoria grazie al suo bomber, l’eroe della working class e dei romantici del calcio Jamie Vardy. Quest’ultimo, dopo il gol decisivo al 90esimo minuto, si lascia andare a un’esultanza liberatoria: corre verso la bandierina e letteralmente la spacca in scivolata. Un gesto nel suo piccolo pseudo-ribelle. Un gesto che, dobbiamo essere sinceri, ci piace pure: sarà che siamo frustrati, che abbiamo bisogno di violenza simulata o ammirata per canalizzare la “nostra aggressività naturale”, come dice Massimo Fini (meglio fracassare una bandierina che insultare un altro povero cristo nel traffico con la bava alla bocca, per quanto ci riguarda).

 

 

Fatto sta che Vardy, novello Cassano, non aveva considerato una cosa fondamentale: la Premier League è ormai un business planetario, e perciò sottomessa all’estetica dominante. Così la bandierina del calcio d’angolo aveva una pezza arcobaleno per combattere le discriminazioni di genere, e Vardy distruggendola ha dato un chiaro esempio di comportamento “terribilmente omofobo”, per citare commenti social delle legioni di imbecilli (cit. Umberto Eco). L’attaccante inglese è stato quindi richiamato subito sull’attenti, e moralmente costretto a fare professione di fede progressista firmando la bandierina arcobaleno con il seguente messaggio – dedicato ai gruppi LGBTQIA+ del Leicester:

“Foxes Pride, keep up the good work!”

Tutto ciò a coronamento di un clima in cui decine di tabloid sportivi, con stucchevole e miserabile tono moralista, chiedevano a Vardy di scusarsi (?) e poi plaudivano al messaggio celebrando la sua prontezza nel rimediare (??). Non crediamo ci sia altro da aggiungere se non #foxespride.

 

Tutto è bene quel che finisce bene

 

 


I tifosi del Millwall e i fischi a BLM


 

A proposito di giornali uniti contro le discriminazioni, hanno fatto scalpore i fischi dei tifosi del Millwall ai giocatori inginocchiati in sostegno del movimento Black lives matter – pure loro però, duemila appena tornati allo stadio, potevano risparmiarsela! Tutti i media all’unisono hanno invocato necessarie identificazioni ed espulsioni dagli stadi, eppure c’è un problema: sia chiaro, chi fischia/insulta qualcun altro per il colore della pelle è un emerito imbecille che va quantomeno espulso dagli stadi. Ma qui non stiamo parlando di questo. Come detto dai tifosi dei The Dockers:

 

“Il gesto non riguarda il razzismo, ma esprime il disgusto nei confronti del movimento marxista Black Lives Matter, un movimento che ha ispirato chi ha abbattuto le statue di Winston Churchill”

 

Ora, magari BLM fosse un movimento marxista e non l’espressione più conformista di una sinistra passata dall’essere rivoluzionaria, controcorrente, orgogliosamente ostinata e contraria al venire spalleggiata da tutti i media e le multinazionali; e pure Churchill personalmente lo lasciamo volentieri agli Inglesi, ma anche qui il punto è un altro. I tifosi avevano tutto il diritto di fischiare la “ritualità” Black Lives Matter (e i giocatori inginocchiati) senza per questo essere accusati di razzismo: se poi qualcuno di quei duemila si fosse reso protagonista di fischi o insulti ai giocatori per le loro origini, sarebbe stato giusto prenderlo per le orecchie e cacciarlo a calci nel sedere.

 

 

Ma finché si esprime un’opinione, seppur in modo colorito, da stadio, come possono i mezzi di “informazione” augurare multe e squalifiche a pioggia? Addirittura “carcere”, una sorta di rieducazione alla siberiana! Questo è un comportamento da regime, da stampa di regime, e organo di regime rischia di essere la Football Association se prenderà provvedimenti nei confonti dei tifosi del Millwall. Nel frattempo, però, tutti li condannano senza appello in una reductio ad hitlerum che suona pericolosamente orwelliana.

 

Un esempio di tifoso del Millwall durante la partita incriminata, il 5 dicembre contro il Derby County di Rooney (Photo by Jacques Feeney/Getty Images)

 

 


Il quarto uomo più famoso (e odiato) del mondo


 

Su questo neanche ci dilunghiamo, tanto la storia la sapete tutti. Diciamo che Sebastian Coltescu ha imparato a sue spese quanto, soprattutto di questi tempi, le parole siano importanti. Qui però ci ha lasciato basiti l’accanimento ignorante e ipocrita sulla sovrastruttura anziché sulla struttura – per usare un lessico marxiano, ché oggi più che mai Karl Marx andrebbe letto fino allo sfinimento e magari anche imparato a memoria. La sovrastruttura è quel “povero” quarto uomo ridotto a nuovo Heinrich Himmler, su cui si è scatenato tutto l’odio facile, la repulsione scontata e giustificata dei progrediti.

 

Ma al di là dell’uso nella lingua rumena della parola “negru” che pare non avere connotati razzisti – per fortuna questo i giornali, travolti dall’evidenza, hanno dovuto scriverlo – è inquietante quanto riusciamo a condannare un uomo pur di non avere un quadro d’insieme.

 

E no, non si tratta di benaltrismo affermare che il Basaksehir, che abbandona il campo, è una squadra vicina a Erdogan e in larghissima parte sostenitrice delle sue politiche. Questa è anzi la struttura, approfondire le azioni di Erdogan che hanno portato a migliaia di morti sia in patria (Turchia) che altrove (in Siria, dove la Turchia ha appoggiato i jihadisti, in Libia, dove li ha riciclati, etc). Azioni terribilmente concrete ma lontane dai riflettori del desolante teatrino (in)civile dell’Occidente, “un cadavere che sa di buono”, per citare Cioran. Azioni rese possibili dall’inerzia e dall’inettitudine della comunità internazionale.

 

 

È il saluto militare dei calciatori del Basaksehir che dovrebbe portare qualcuno ad abbandonare il campo – e la cloaca social ad invocare pene severissime – ben più dell’espressione infelice di un quarto uomo che scatena una pantomima oltre i limiti del ridicolo. Senza voler parlare del PSG e degli Arabi, di Neymar e Bolsonaro, e via discorrendo. Sovrastruttura sempre, mai struttura. Disonestà intellettuale o peggio superficialità che trabocca da telefoni e computer, e questa voglia di sentirsi sempre buoni e giusti non conoscendo, non approfondendo, non pensando. Ecco la coscienza civile dell’Occidente. Ecco la banalità del bene.

 

 

 


La marcia abolita per le discriminazioni di genere


 

Per concludere, la 50 km di marcia è stata ufficialmente eliminata dal programma olimpico di Parigi 2024. Parliamo della disciplina più lunga e sfiancante dell’atletica leggera, a cui noi Italiani siamo storicamente molto legati e che in più occasioni ci ha consacrato con la medaglia d’oro, da Pino Dordoni a Alex Schwazer, passando per Abdon Pamich. Perché è successo? Perché la marcia non rispetta la “parità di genere”. Invece di inserire la gara anche per le atlete, come richiesto da molte associazioni, il CIO ha preferito cancellarla del tutto, così da eliminare il problema alla radice. Nel tempo delle isterie collettive, e in un 2020 che sa di 1984, forse è giusto così.