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Tifo
9 Giugno

A Venezia i bambini non tifano l’Unione

Nicole Pezzato

1 articoli
Marketing, sabermetrica ed una società confusa.

Che bello èhhhh/ quando esco di casa/ per andare allo stadio/ a vedere l’Unione..” intona la Sud dell’Unione Calcio Venezia. Ed è bello per davvero già raggiungere lo stadio Penzo. Quale che sia il tragitto – breve o lungo, per mare o per terra – il percorso per raggiungere lo stadio di Venezia è con tutta probabilità il più suggestivo al mondo.Da San Marco fino ai parchi della Biennale, sino all’ultimo ponte che porta ai giardinetti, il bar e la calle per entrare in Curva Sud: tutto ciò che circonda il Rio di Sant’Elena illumina l’esperienza e suggerisce quanto scomodo sia fare calcio a Venezia.

Lo stadio non si intravede fino all’ultimo, finché all’ultima calle, dove le case fan da quinte come in un teatro, viene su dall’acqua quello che una volta si chiamava campo, un impianto per diecimila anime. È domenica sera, il sole cala nella direzione della terraferma e la squadra è già retrocessa da una settimana. Saliamo gli spalti della Sud mentre i cagliaritani rientrano negli spogliatoi prima della partita bersagliati da cori goliardici. Son qui per giocarsi la salvezza mentre sperano nel risultato di Salerno, perché quest’anno Eupalla ha deciso che in B ci vanno le squadre, con le genti, di mare.

A noi però non frega nulla. Siamo qui per noi stessi, per far festa, per salutare con orgoglio la stagione di A, casuale quanto forse immeritata, che per un attimo ci ha collocati nella geografia del pallone. Per tutta la durata del match la curva non smette mai di cantare e con grinta sostiene gli arancioneroverdi: se dobbiamo proprio affondare, vi porteremo con noi.

Prima del match è stato apposto uno striscione che recita: “grazie per questa stagione falliMENTAre”. La curva si riferisce alla figura demiurgica di Alexander Menta. Veneto-americano di Philadelphia ma originario di Mogliano, il director of analytics aveva una strategia tutta sua, appassionato com’è di sabermetrica: scegliere i giocatori unicamente in base a principi statistici, un po’ come il Jonah Hill de L’arte di vincere con cui l’istrionico dirigente condivide anche le rotondità.

«Mi sono appassionato del calcio nel 2006, quando sono andato in Germania ad assistere ai Mondiali», dice fieramente in una intervista recente. Il risultato di questa campagna acquisti psicotica, più che ad una rosa di calciatori, assomiglia ad una comitiva di erasmus in gita nella laguna. Niente di più distante dal vero VeneziaMestre che il duo Poggi&Collauto intendeva costruire. Prima che Niederauer iniziasse a giocare coi colori, la storia e l’identità della squadra. Perché il calcio è un gioco stupido per persone intelligenti, non il contrario.

Venezia calcio tifosi
Dal settore ospiti del Venezia nella partita contro la Roma, finita 1-1 alla 37a giornata / Foto Nicole Pezzato

È stata un’annata  bipolare per il VeneziaMestre, tra un girone di andata incoraggiante ed il tracollo nel girone di ritorno. A mister Zanetti è stata consegnata una rosa di calciatori inadeguata a difendere la categoria tanto agognata, con continui acquisti di giovani dal dubbio valore provenienti dalle situazioni più disparate d’Europa. C’erano tutte le premesse per salvarsi ma, ad inizio 2022, la squadra ha smesso di giocare. E mentre sul campo si assisteva al fallimento sportivo, di parallelo cresceva la popolarità del marchio.

Una sistematica attività di brand awareness, compiuta da un ufficio marketing, ha condotto il VeneziaMestre tra le squadre più cool d’Europa. Sotto la direzione di Ted Philipakos ed il coinvolgimento dei migliori design studio della città e dei marchi di abbigliamento del territorio, l’operazione di rilancio del marchio si è esasperata fino ad arrivare alla grottesca presentazione di una linea di costumi da bagno il giorno stesso della matematica retrocessione (SIC!). Proprio mentre venivano tagliati fuori dalla società gli storici dirigenti Paolo poggi e Mattia Collauto, svuotata d’identità l’intera rosa.

Ma fare calcio non significa scattare shooting pubblicitari o inaugurare campagne marketing – elementi imprescindibili per il calcio contemporaneo, lo sappiamo, ma pur sempre secondari. A Venezia manca una comunità, un popolo che si stringe attorno ai suoi colori ed ai propri emblemi. A Venezia i bambini non tifano l’Unione. In una città dove il Leone rappresenta il Tutto e l’identità veneta è fortissima, il fenomeno del calcio non attecchisce. Numerosi, troppi, i casi di doppio tifo (strisciate su tutte), indifferenza, grossolanità che fanno diventare Venezia e la sua ingombrante storia provincia del Pallone.

L’orgoglio di San Marco / Foto Nicole Pezzato

Mancano pochi minuti alla fine della partita e consapevoli del risultato i tifosi sono contenti, i giocatori stanno tenendo alto l’orgoglio degli arancioneroverdi. Tra di loro Guglielmo, per gli amici “Gully”, storico della curva a cui decidiamo di porre delle domande.

Perché secondo voi i bambini non tifano per l’Unione? potrà farsi qualcosa in futuro?

Di motivi ce ne sono tanti e son legati a vari filoni. Il principale è la mancanza di identità e soprattutto i fallimenti continui della squadra. Il “di padre in figlio” ha iniziato ora a vedersi nella nostra realtà. Il lavoro fatto negli anni dalla società ha sicuramente contribuito in positivo con una presenza crescente e un appeal che ha raggiunto anche i più piccoli. Come ha fatto la Reyer, cercando di fidelizzare anche in provincia con un buon modello, che deve avere costanza. 

Avere uno shop a Mestre e Venezia non basta, restiamo comunque la quarta squadra della provincia a causa delle strisciate, che vengono tifate in larga scala su tutto il Nord Est. In futuro qualcosa potrà cambiare ma i segnali che arrivano dalla società non sono incoraggianti. Servono figure forti, figure storiche e di riferimento (e il caso Poggi-Collauto di certo non aiuta). 

Venezia calcio tifosi
Nel cuore del tifo caldo del Venezia / Foto Nicole Pezzato

Siamo una grande curva e la realtà ultras di Venezia è apprezzata in lungo e in largo in Italia. Ciononostante da fuori il nostro ambiente viene percepito come tiepido. In cosa si può migliorare nel processo di creazione di una comunità?

Per creare una comunità serve appunto una grande curva o comunque una tifoseria intelligente e attiva. Per essere una grande curva servono anni e lavoro costante che a esser sincero vedo appena iniziato. Dopo anni di lotte intestine la Serie A ha fortificato le varie realtà curvaiole e si è rivista una curva degna di esser chiamata tale in casa ed in trasferta. Ma come detto è un piccolo passo e ne servono tanti. Siamo una piazza tiepida perché manchiamo completamente del contorno di tifosi. Tolti gli Ultras che ci sono sempre, e tutte quelle persone magari non attive ma comunque legate ai vari gruppi, ciò che manca da anni qui da noi è un centro coordinamento o dei clubs attivi. Se la curva è calda, è il resto del pubblico che risulta molto freddo. Ma su questo un cambio di tendenza lo vedo molto arduo.

Qual è il rapporto con la società? A vostro a avviso si proverà da subito a tornare in A o dobbiamo considerare la promozione del 21 un evento casuale?

Con la società il rapporto era buono fino alla promozione. O almeno con le persone di riferimento (vedi Poggi e Collauto su tutti ma anche altri) c’è sempre stato dialogo ma con la parte statunitense il rapporto è a zero. Impossibile dimenticare l’annata appena trascorsa in termini di errori, poca umiltà e poca apertura mentale. La Serie A, totalmente inaspettata della scorsa stagione, potrebbe anche non rimanere un caso isolato. Ma ci vuole programmazione, calarsi a pieno nel territorio e soprattutto non pensare che si possa vincere tramite i grafici. Non sono così pessimista sul futuro ma serve una presa di coscienza che al momento non vede nessuno.

Esiste una identità veneta fortissima, un senso identitario che caratterizza tutta la regione, perché non riusciamo a portare questa energia nell’identità calcistica del Venezia?

Siamo frutto di una fusione e questo di per sé è un limite. Una fusione mal digerita e che solamente le generazioni della Curva hanno sempre abbracciato riconoscendo nel VeneziaMestre l’unico baluardo calcistico delle città e della provincia. Ma Venezia e Mestre sono molto diverse da Padova, Vicenza o Verona. Piazze di tradizione calcistica radicata nel territorio e nella città. Venezia e il suo territorio hanno una mentalità diversa dal resto del Veneto. Molto meno impostati e slegati pertanto anche da quella forza ed energia che altre realtà riescono a convogliare nelle loro squadre. Dopo abbiamo una provincia molto estesa e attiriamo tifosi da ogni parte che sia Chioggia o Portogruaro, ma per rispondere anche alla domanda di cui sopra la creazione di una comunità è molto difficile e questo fa anche venire meno il resto.

Sempre a Roma, con quegli ultras che non sono mai mancati / Foto Nicole Pezzato

Maresca fischia tre volte, abbiamo portato il Cagliari in B con noi e salvato la Salernitana ed il nostro orgoglio. La curva è festosa, l’atmosfera continua ad essere cosparsa di fiducia. Si percepisce che forse qualcosa è cambiato, forse questa stagione sarà la fondamenta su cui costruire. Come gli antichi veneziani che edificavano sulle fondazioni piantando pali di legno appuntiti nel caranto, lo strato di palude più stabile. Forse è così anche l’Unione del 2022, l’inizio di una fondazione su cui negli anni poter realizzare un nuovo monumento della Serenissima. Un monumento così forte che i bambini non vedranno l’ora di adorare.

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