In una celebre frase Arrigo Sacchi ha definito il calcio come “la cosa più importante tra le cose meno importanti”. I veri padroni del calcio, ultimo lavoro di Marco Bellinazzo, è un libro che segna ufficialmente l’ingresso del calcio tra le cose importanti. Intorno a quello che fino a pochi anni fa era considerato solo un gioco orbitano troppe implicazioni, politiche ed economiche, perché resti tale. Ragion per cui risulta indispensabile una guida che aiuti tifosi e appassionati ad aprire gli occhi e farsi un’idea precisa della rivoluzione che sta coinvolgendo lo sport più amato del mondo. Solo il tempo dirà se quanto sta avvenendo sarà fonte di benefici o meno, ma intanto è fondamentale iniziare a conoscere le regole del gioco. Quelle non scritte.

 

Marco, tra quella per l’economia e quella per il calcio, quale passione è nata prima e quando hai deciso di fonderle?

La passione per il calcio e per lo sport in generale è nata indubbiamente prima. Come tutti i bambini anch’io sognavo di fare il calciatore, ma le capacità tecniche erano quelle che erano (ride, ndr) per cui il sogno è rimasto tale. Quando poi ho iniziato a fare il giornalista e ad occuparmi di tanti temi, tra cui l’economia e la finanza, è stato un connubio che ha avuto come suo primo momento di grande interesse da parte mia l’esame dei bilanci della Società Sportiva Calcio Napoli, che era fallita (nel 2004, ndr) e che mi ha portato a cercare di capire come la squadra che un tempo aveva Maradona fosse potuta arrivare a quel punto. Da lì ho cominciato a coltivare questo interesse, prima come hobby e successivamente, rendendomi conto che a differenza del mondo anglosassone in Italia c’era poca informazione di questo tipo, in maniera sempre più costante: ho iniziato a collaborare con il Sole 24 Ore e, nel 2012, ho aperto un blog, Calcio & Business (http://marcobellinazzo.blog.ilsole24ore.com/). E da lì è iniziato tutto, fondamentalmente.

 

Il tuo approccio al lavoro è la prova che la materia calcistica e sportiva in generale è molto più complessa di quanto si possa pensare. Per emergere nel giornalismo di oggi conviene specializzarsi o saperne di tutto un po’?

Mah, io ho iniziato a lavorare in una redazione, Norme e Tributi, all’interno del Sole 24 Ore, perché sono laureato in giurisprudenza e dopo la scuola di giornalismo ho iniziato a lavorare lì. E mi sono occupato di tantissimi temi molto diversi: dalla giustizia al fisco, passando per la sicurezza sul lavoro (caso Thyssenkrupp). Temi appunto che sembrano distanti ma che in realtà non lo sono, perché attraverso ciò che scrivevo e soprattutto attraverso la preparazione dei pezzi ho imparato un metodo di lavoro interdisciplinare. Secondo me oggi il giornalismo necessita di una preparazione assolutamente ampia e non specialistica. Devi sapere tante cose e tale conoscenza ti consente di vedere nei singoli fenomeni tante sfaccettature e di fare una cosa che, secondo me, distingue un bravo giornalista da un giornalista che si approccia al lavoro in maniera inadeguata ai tempi che corrono: la capacità di unire i puntini e vedere nei singoli fatti molte più cose, di saperli inquadrare e trasmetterli al lettore. Non so se ho risposto in maniera secca alla tua domanda, ma insomma credo che il metodo debba essere interdisciplinare. Poi ci si può anche specializzare, ma l’iperspecializzazione fossilizza troppo il lavoro e non è quello che si richiede al giornalista moderno.

Passiamo adesso al tuo libro. Vorrei partire dalla copertina: in primo piano un campo da calcio che diventa scacchiera su cui sono adagiati i giocatori in miniatura del Subbuteo. Lo sfondo invece è tutto bianco, quasi a simboleggiare l’invisibilità di chi sta dietro le quinte. Poi in rosso quello che più di un titolo sembra un avviso ai naviganti: “I veri padroni del calcio”. L’impostazione grafica è tutto fuorché casuale…

Assolutamente no. In questo devo dire che c’è molto lavoro dell’ufficio grafico della Feltrinelli perché in sinergia con quello che era il contenuto del libro ha realizzato una copertina che mi è piaciuta molto e che è molto esplicativa. Inizialmente io avrei voluto intitolarlo “Football Politik”, ma poi abbiamo scelto un titolo molto più semplice e pregnante, perché nel corso della stesura del libro, la preparazione del materiale e il susseguirsi degli eventi ci si rendeva sempre più conto che al di là dell’utilizzo del calcio a livello politico sempre più lampante, si stagliavano all’orizzonte quelli che sono i veri padroni del calcio o che lo stanno diventando, nella scarsa consapevolezza di quelli che sono i fruitori ultimi, i tifosi. Da qui l’idea di ricorrere all’immagine del Subbuteo, un gioco che qualche anno fa ha appassionato tantissimi ragazzi consentendo loro di coniugare la passione per il calcio con un gioco; il gioco che poi resta il cuore di questa cosa meravigliosa che è il calcio e lo sport in generale, per difendere il quale però bisogna conoscere le regole e quello che sta avvenendo intorno. Ed è un po’ questo il messaggio che abbiamo voluto dare.

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Quello che una volta si chiamava giornalismo d’inchiesta

 

Quello che mi ha colpito maggiormente del tuo lavoro è la coerenza, ovvero la pressoché totale assenza, tra le pagine, di riferimenti al calcio giocato. Perché i padroni del calcio forse non sanno nemmeno come è fatto un pallone, e nemmeno gli interessa. Le implicazioni geopolitiche sono talmente preponderanti che la locuzione “del calcio” risulta quasi ridondante. Sbaglio se dico che avresti potuto intitolarlo anche “I veri padroni”?

Be’, nella quarta di copertina c’è scritto che i veri padroni del calcio sono i veri padroni del mondo, per cui avremmo potuto utilizzare anche questa formula, magari. Anche se in realtà i veri padroni del calcio in molti casi sono anche degli appassionati di calcio o anche aspiranti giocatori, come Erdogan. Però, appunto, dopo Goal Economy (libro dello stesso autore uscito nel 2015, ndr), dove analizzavo quella che è la moderna governance del calcio dal punto di vista economico finanziario, in questo libro è come si passasse al piano superiore, ossia a coloro che questa struttura la governano e la fanno funzionare e la modellano sulla base delle loro esigenze.

Scorrendo le pagine emerge impietosa l’assenza ingiustificata dell’Italia, peraltro in maniera del tutto coerente con lo scacchiere geopolitico in senso stretto. Il nostro Paese non è mai stato una superpotenza ed ha sempre vissuto di riflesso. Eppure nel calcio per molti anni ha contato non poco. Senza dimenticare le Olimpiadi di Roma del ’60, tra il ’68 e il ’90, l’Italia si è aggiudicata l’organizzazione di due Europei (1968 e 1980) e un Mondiale (1990). Eravamo noi più influenti o semplicemente il calcio non era ancora visto come lo strumento politico ed economico che è diventato oggi?

Credo che le due ragioni che hai citato si tengano l’una con l’altra. Non c’era ancora stato questo salto di qualità, o questa involuzione, dipende dai punti di vista, diciamo questo cambiamento, ecco. Che si è innestato dal 2000 in poi, precisamente dal 2003 con l’acquisto del Chelsea ad opera di Abramovic. Prima l’Italia per tanti anni, così come l’Europa, è stata un centro nevralgico delle leve di comando del calcio mondiale sull’asse Europa-Sud America, non a caso la dinastia Hevelange-Blatter era dominante. Il calcio che viveva in una situazione quasi autoreferenziale del tutto sganciato dalla politica se non per isolati episodi, come racconto nel libro (Italia fascista, Germania nazista e l’Argentina dei generali); quindi, se avessi dovuto scrivere questo libro quindici o venti anni fa molte pagine sarebbero state dedicate all’Italia, che sarebbe stata protagonista. Non a caso il declino dell’Italia ha coinciso con la mancata assegnazione dei Campionati Europei per ben due volte (2012 e 2016), cosa che ha determinato il mancato adeguamento delle strutture e questa china declinante che ha preso il calcio italiano rispetto ai competitor europei e in generale rispetto a quello che sta accadendo a livello globale. In questo senso le molte pagine dedicate all’Italia, soprattutto a Milan e Inter, riguardano più delle “prede” e non delle protagoniste italiane.

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Con l’acquisto del Chelsea da parte di Roman Abramovic, nel 2003, è iniziata la nuova rivoluzione del calcio.

 

Se il Mondiale del ’90 è stato per l’Italia un’occasione persa – soprattutto dal punto di vista infrastrutturale -, non si può dire lo stesso degli Stati Uniti. Dal Mondiale del ’94 di strada ne hanno fatta eccome, il movimento calcistico è cresciuto in maniera esponenziale al pari degli interessi economici legati al mondo del pallone. Si può dire che l’inchiesta dell’FBI che ha scoperchiato la trama di corruttele sottesa all’assegnazione dei Mondiali ad opera della FIFA sia l’omologo, sul piano sportivo, dell’interventismo militare statunitense di natura squisitamente politica?

Sì, di fatto le metto sullo stesso piano. Sono le ‘armi’ con cui le varie amministrazioni hanno deciso di muoversi in questi anni per affermare l’egemonia americana. In tal senso l’anello di congiunzione è uno dei maggiori politici e diplomatici americani: Henry Kissinger. Che nel ’94 ha portato per la prima volta il Mondiale fuori dall’asse Europa-Sud America, che è un grande appassionato di calcio, ne ha compreso le potenzialità e che ancora oggi, seppur molto anziano, continua ad essere una colonna portante della governance calcistica nordamericana pur non avendo mai ricoperto un ruolo primario. Però allo stesso tempo ricordiamo il suo ruolo nelle amministrazioni Nixon, per cui i due piani direi che combaciano.

A proposito delle dinamiche che governano le assegnazioni dei Mondiali, volevo chiederti: qual è il costo di un’assegnazione “pilotata” e se, facendo l’avvocato del diavolo, può capitare che un’aggiudicazione “sporcata” si riveli, nei fatti, la soluzione migliore?

Bisognerebbe andare a scoprire tutte le carte dell’inchiesta per quantificare il costo preciso di tutto questo giro di tangenti. Io credo che in qualche modo sia una prassi che porta i vari competitor sportivi internazionali a favorire quei paesi sprovvisti di particolari tradizioni calcistiche per diffondere ad ampio raggio questo sport. Questa è una dinamica voluta da Blatter e proseguita da Infantino, se pensiamo all’allargamento del Mondiale a 80 squadre (dal 2026 quarantotto accederanno alla fase finale ndr). Detto ciò è evidente che in tanti casi l’assegnazione dei Mondiali – ma lo stesso vale anche per i Giochi Olimpici – a paesi che poi si sono contraddistinti per un’organizzazione vincente, è molto probabile che flussi di denaro o altri tipi di utilità hanno spinto alcuni delegati a votare per un paese piuttosto che per un altro. Questo nasce dall’incredibile situazione per cui eventi di portata planetaria venivano gestiti da poche persone, e con il crescere della portata economica di questi eventi quel tipo di modello comportava un deficit simultaneo della democraticità e della trasparenza. Data l’inadeguatezza di quel modello, molti Stati e molti governi hanno deciso di intervenire in prima persona, che anche se non possono modificare la governance del calcio, essendoci il principio di autonomia e indipendenza dello sport, però in qualche modo hanno voluto comunque incidere su questi processi decisionali. I cambiamenti cui stiamo assistendo nel mondo del calcio e anche nel mondo del CIO sono il frutto di questa enorme evoluzione economico-finanziaria che hanno avuto questi eventi e dell’importanza sempre maggiore che sta avendo lo sport come strumento di soft power. Non mi sento di dire se tale rivoluzione sia positiva o negativa. Potrebbe anche risultare positiva, a patto che si rispettino i fondamenti dello sport e che non vengano manipolate le competizioni, come pure purtroppo in passato è capitato.

Michel Platini e Joseph Blatter, i due nomi eccellenti coinvolti nello scandalo FIFA

 

Il tuo libro è ricchissimo di spunti. Molto interessante il rapporto tra Soccer e Football, tra il calcio americano e quello inglese. La Major League Soccer e la Football Association condividono la medesima cultura sportiva. Pur nelle loro diversità, l’obiettivo comune è spingere il movimento calcistico in sé e non quello di accrescere il potere dei club più importanti. Secondo te è impossibile importare in Italia, un Paese dominato dai particolarismi, un simile modello? Non sarebbe auspicabile, per rendere il nostro calcio più appetibile e creare una vera cultura sportiva, una ripartizione più equa delle risorse scaturenti dai diritti tv o anche, perché no, introdurre i play-off per alzare il livello dello spettacolo? E’ fantascienza per noi?

Sì. I fatti dicono che per noi è fantascienza. Mi auguro che in futuro ci si possa ispirare a questi modelli e prenderne gli aspetti migliori pur adattandoli al contesto italiano. Purtroppo i fatti dimostrano che il nostro sistema calcistico non è nemmeno in grado di eleggere il presidente della Lega Calcio, figurarsi quanto sarebbe arduo introdurre innovazioni così forti e così radicali.

Sembra di capire, in linea generale, che quanto più il calcio viene concepito come intrattenimento tanto più è in grado di generare ricchezza, al punto da assomigliare sempre più al cinema. Eppure mentre per la produzione di un film vincente le idee riescono ancora a ritagliarsi uno spazio di manovra, nel mondo del pallone è sempre più difficile che la vittoria di un trofeo sia sganciata dal fatturato, come dimostra il campionato italiano da sei anni a questa parte e come ha dimostrato la recente vittoria della Champions League ad opera del Real Madrid.

Certo. E’ chiaro che questo modello non è più sostenibile. Non a caso si parla spesso di Super Lega, di competizioni che assomiglino sempre più agli sport professionistici americani in cui il valore fondamentale è dato dalla competitività di più soggetti e quindi dall’incertezza, dalla imprevedibilità e, se vuoi, dalla fantasia, ovvero dalla possibilità che non si sappia già da prima come andrà a finire quel determinato torneo. Se si sapesse già come finiscono tutti i film il cinema sarebbe già morto: è il concetto stesso di entertainment. Il modello calcistico europeo, per tutta una serie di motivi, si sta avvitando su se stesso: vincono sempre le stesse squadre, che poi diventano sempre più ricche e quindi sempre più imbattibili. Tanto è vero che la vittoria del Leicester lo scorso anno è un fatto unico e irripetibile, come la stagione appena conclusasi ha confermato. Se lo sport diventerà sempre più una forma di entertainment l’Europa dovrà adeguarsi. In questo senso il presidente della UEFA Ceferin non è insensibile al problema quando auspica che più squadre devono poter ambire alla conquista della Champions e non solo le super potenze calcistiche che poi alla fine sono quelle che arrivano sempre fino in fondo.

 

Per quanto riguarda la Cina invece – per certi aspetti la protagonista principale del tuo libro – è opinione diffusissima che dietro queste operazioni calcistiche condotte all’estero ci sia proprio il governo della Repubblica Popolare…

Be’, non è un’opinione, è un fatto certo. Come racconto nel libro c’è un piano preciso che deriva da direttive impartite dal presidente Xi Jinping e la Cina è forse il paese in cui si manifesta maggiormente l’utilizzo del calcio come soft power. Anche gli acquisti di Milan e Inter, così come di altre squadre, nascono dalla necessità di acquisire know-how, imparare le tecniche di formazione di calciatori. Insomma, rientra tutto in questo piano.

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Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese, mentre calcia un pallone. Ma per lui il calcio è tutto fuorché un gioco.

 

 La partnership tra Wanda e Fifa non lascia spazio a dubbi: il Mondiale 2030 si giocherà in Cina giusto?

Tutto lo lascia pensare. Anche perché è arrivato anche Vivo, terzo sponsor cinese della Fifa oltre a Wanda e Hisense. Quindi credo che sia un’opzione più che probabile.

 

Il paragrafo sul “doping di stato”, invece, ci parla di una sorta di recrudescenza sul versante sportivo della Guerra Fredda tra Usa e Russia, con tutto il gioco di alleanze che ne consegue. Dati gli ingenti interessi politici ed economici, si potrebbe sostenere che in caso di doping le indagini da effettuare dovrebbero essere sempre ad ampio raggio, ben potendo il singolo atleta in questione essere una vittima più che un colpevole?

Be’, io credo che ci sia sempre un margine di scelta per l’atleta. E’ chiaro che in certi contesti, in certi regimi, opporsi a un certo sistema, chiamiamolo di “allenamento”, comportava anche il rischio di essere estromessi da certe competizioni o dalla stessa nazionale. Per cui in questo senso si può dire che in qualche caso gli atleti in parte siano stati vittime di questi sistemi.

C’è anche un paragrafo dedicato all’influenza che esercitano i super agenti. Volevo chiederti se, vista anche l’importanza che hanno assunto i social network e il web in generale, dietro ad alcune dichiarazioni bizzarre fatte dai calciatori possono esserci proprio i super procuratori. Faccio un esempio: Balotelli. A intervalli regolari Super Mario dichiara di ambire a vincere il Pallone d’Oro. Ora, chiunque sa che le opportunità che ciò accada sono eufemisticamente scarse, anche lo stesso Raiola. Non può essere tutta una montatura creata ad arte per tenere alta l’attenzione sul giocatore italiano? In fondo anche il Nizza è in mano ai cinesi e ha tutto l’interesse ad accrescere la propria visibilità…

Più che una montatura io parlerei di strategie di marketing che vengono applicate a tutti gli atleti con metodo quasi scientifico. Se poi questo si associa ad una attitudine naturale a tenere dei comportamenti sopra le righe tanto meglio.

L’ultima domanda in qualche modo si collega alla prima. Tu hai scritto un libro dal titolo “Il Napoli di Maradona”. Secondo te all’epoca non si perse una grande occasione per fare del Napoli una potenza calcistica, anche economica, che durasse nel tempo? Ricordo incassi pari a circa 4,5 miliardi di vecchie lire, cifre astronomiche per gli anni Ottanta…

Sì, il problema è che all’epoca non c’erano le televisioni, che arrivarono subito dopo e solo successivamente determinarono una delle rivoluzioni che cambiarono il calcio. Quindi si perse una grande occasione per porre delle basi solide, indubbiamente, però non c’erano nemmeno le condizioni, perché con i soli incassi da stadio (per quanto altissimi) e una rete commerciale non sviluppata come quella attuale era difficile replicare sul piano economico il protagonismo del campo. Ma soprattutto l’assenza delle televisioni come sono concepite oggi in ambito sportivo non consentì al Napoli di diventare una potenza calcistica.