L’abito che la Nba ha deciso di indossare in occasione dell’All Star Game sarà accattivante e spettacolare, e lo vestirà dal 16 al 18 febbraio a Los Angeles, la città dello show per eccellenza. L’evento più atteso di questa tre giorni è la partita della domenica tra i migliori giocatori delle due Conference, selezionati coi voti di tifosi, allenatori e giocatori. L’Nba ha introdotto alcune novità per aumentare lo spettacolo dentro il rettangolo di gioco. Infatti l’unica critica che si poteva sollevare all’evento riguardava la scarsa tensione agonistica della partita; negli ultimi anni si sono viste entrambe le squadre sempre oltre i 150 punti, con schiacciate favolose favorite da difese dormienti e giocatori che addirittura si spostavano davanti all’avversario. Nella ricerca di incrementare l’intensità, in perfetto stile a stelle e strisce, è stato raddoppiato il premio partita. La novità più importante consiste però nel fatto che a decidere i quintetti sono i due giocatori per ogni Conference più votati dai tifosi. I due capitani sono risultati LeBron James e Stephen Curry: così come succede nei campetti al momento della scelta delle squadre, si dividono i due più forti per evitare che giochino insieme. Le scelte hanno destato un certo interesse, soprattutto quelle di LeBron: nella sua squadra il suo ex compagno Kyrie Irving, Kevin Durant, nominato MVP delle scorse finals vinte dagli Warriors sui Cavs dello stesso James, nonchè compagno di Curry, e Russell Westbrook, MVP della scorsa stagione.

 

Le migliori giocate del Team LeBron

 

Chi non li vorrebbe vedere tutti e 4 insieme sul parquet, anche solo pochi minuti? Si tratta però di situazioni completamente diverse. Kyrie ha scelto Boston, stanco di vivere all’ombra del “re” e mosso dalla voglia di vincere da attore principale. La loro separazione però non cancella lo storico titolo vinto a Cleveland insieme e il loro legame. Dall’altro lato KD e Russ: draftati ad un solo anno di distanza ad Oklahoma City, simboli di una franchigia appena nata, una prima metà di carriera quasi in simbiosi. Poi l’abbandono, Durant si trasferisce a Oakland, conquistando un titolo con la squadra, i Golden State Warriors, che l’anno prima aveva spento le speranze dei Thunder. Il passaggio ai più forti è quello che Russ non perdona all’ex amico Kevin. Da lì in poi schermaglie in conferenza stampa e sul campo. Solo 2 anni fa Durant gioiva dalla panchina per la prestazione di Westbrook nell’all star game, poi eletto mvp dell’evento, oggi ci si chiede come si comporteranno in squadra insieme. Stephen Curry ha invece deciso di puntare sulla linea verde, scegliendo due papabili dominatori nei prossimi anni: Joel Embiid e Giannis Antetokounmpo. Entrambi nati nel ’94 e di umili origini, sono stati salvati dal loro talento cristallino. 

 

I numeri di Giannis “The Greek Freak” Antetokounmpo

 

Giannis, soprannominato “The Greek Freak” per via del suo non facile cognome, nasce e cresce nella periferia di Atene da genitori nigeriani arrivati in Grecia clandestinamente. Iannis è senza documenti e con la famiglia vende per strada falsi di griffe famose, fino a che non inizia a giocare in una squadra della capitale ellenica, ottenendo la tanto sospirata cittadinanza. The Greek Freak viene scelto nel Draft 2013 dai Milwaukee Bucks e in questi anni dimostra le sue qualità fuori dal comune. Dotato di un’impressionante versatilità che gli consente di ricoprire tutti i ruoli sul campo, possiede un atletismo fuori dalla media, grazie alla sua notevole fisicità. Parliamo di un ragazzo alto 211 cm con un’apertura alare di 222 cm, caratteristica che gli consente di essere anche un ottimo difensore (a dimostrazione di ciò l’anno scorso è stato inserito nel secondo quintetto difensivo della Lega). Sfruttando le sue innate qualità, Giannis ha continuato a crescere, arrivando alla definitiva consacrazione nella stagione scorsa. Oltre ad essere eletto all star, è stato nominato Most Improved Player of the Year, premio riservato al giocatore che dimostra il più considerevole miglioramento rispetto alle stagioni precedenti; inoltre, grazie alla sua versatilità, è risultato essere il primo giocatore della storia a finire nella top-20 della stagione nelle 5 principali categorie statistiche (punti, stoppate, rimbalzi, assist e palle rubate).

 

Joel Embiid è la seconda scommessa di Curry

Joel Embiid è la seconda scommessa di Curry

 

Joel Embiid è invece nato in Camerun e, pur iniziando a giocare seriamente solo a 16 anni, dimostra di avere un enorme talento che viene scoperto durante un camp estivo organizzato da un cestista Nba, Luc Mbah a Moute, che lo convince a spostarsi negli Stati Uniti e a iscriversi a un college. Scelto nel draft del 2014 dai Philadelphia 76ers, esordisce nella lega solo nel 2016 per una frattura da stress del piede destro che ha richiesto due operazioni. Nel frattempo Joel, volendo eccellere sia nella vita reale che in quella virtuale, ha subito capito e messo in pratica uno dei principi dello sport americano: apparire è fondamentale. Diventato esuberante sui social, ha tentato un approccio su Instagram con Rihanna, dalla quale si è visto rispondere che sarebbero usciti insieme qualora fosse diventato all star: ora che lo è veramente, Joel l’ha sostanzialmente rifiutataIl suo gioco non conosce limiti, coniugando un ampio bagaglio di soluzioni offensive, non scontate per un centro di 213 cm di 113 kg, a una notevole presenza difensiva. È già uno dei centri tra i più dominatori della Lega: il fatto che lo sia senza mai essersi potuto allenare al meglio, a causa della sua fragilità fisica, dovrebbe far tremare i suoi avversari. Anche grazie alle avversità che ha dovuto affrontare, si è preso il posto di leader di una squadra in piena ricostruzione e che ora si trova in zona playoff: per questo motivo si è autodefinito The Process.

 

Trentuno anni pe rChris Paul in maglia Rockets.

Prima un ginocchio e poi un adduttore hanno messo fuori gioco Chris Paul, qui in maglia Rockets.

 

La convocazione alla partita delle stelle può per alcuni essere la conferma di essere ancora al top della lega, mentre per altri la consacrazione di una carriera. Sempre presente il dibattito sulle scelte, quest’anno, anche e purtroppo per i diversi infortuni riguardanti alcune star della lega, il numero dei delusi si è abbastanza ridotto. Al posto di Cousins, Love, Wall e Porzingis sono stati infatti selezionati Paul George, Drummond, Dragic e Kemba Walker. Tra i definitivi esclusi eccellenti resta Chris Paul: sicuramente possono aver influito le diverse partite saltate per infortunio; nonostante questo il suo apporto al gioco dei Rockets è indiscutibile. Sarebbe stata la decima partecipazione di Paul all’evento (9 consecutive tra 2008 e 2016): sarà una delusione dover guardare i colleghi da casa, ma chi sicuramente l’avrà presa peggio è Lou Williams. La guardia dei Clippers, principale candidato al premio di 6th man of the year, sta facendo la miglior stagione della vita. Con oltre 23 punti e 5 assist di media sta trascinando la squadra, falcidiata da infortuni vari. Ormai 31enne, molto probabilmente non ripeterà più un’annata a questi livelli; per lui sarebbe stata la prima volta e il traguardo certamente meritato.

 

Dispiace per chi avrebbe potuto esserci e invece dovrà guardarlo da casa, ma non è semplice trovare qualcuno che non meriti la convocazione.

“Quattro arrivano dalla stessa squadra e altri hanno passato tutto il tempo a lamentarsi di essere stati ignorati, per poi ritrovarsi a farne parte”, questa l’opinione di Westbrook,

dopo l’iniziale esclusione del compagno Paul George. Il contingente Warriors sarà nuovamente composto da 4 giocatori (non era mai capitato 2 anni di fila) a testimoniare la continuità del dominio della squadra della baia: saranno “monotoni”, ma troppo forti per non partecipare.

 

Non troppo velato il riferimento a Lillard quale escluso scontento. Le mancate chiamate negli anni precedenti avevano scatenato rabbia e frustrazione nella stella dei Blazers, che puntualmente ogni anno dopo l’all star break metteva a segno prestazioni di altissima caratura, col desiderio di mostrare a tutti l’ingiustizia subita. Sarebbe sbagliato ridurre la sua convocazione alle sole lamentele degli anni scorsi (nel 2016 non aveva tutti i torti). Quella di Lillard è infatti un’ottima stagione, con oltre 25 punti di media e principale artefice della buona classifica di Portland; a rendergli merito anche il voto dei colleghi: quarto tra le guardie ad ovest dopo i fenomeni Curry, Harden e lo stesso Westbrook. L’attesa tra i tifosi è elevata, le novità introdotte garantiranno spettacolo dentro il rettangolo di gioco o assisteremo alla solita gara delle schiacciate? Sapremo la risposta nella notte tra domenica e lunedì, se il raddoppio del premio partita sortirà l’effetto voluto.