Calcio
20 Marzo 2023

C'era una volta a Viareggio

C'è ancora spazio per la (ex) Coppa Carnevale?

C’era una volta la Coppa Carnevale. Poi è cambiato tanto, troppo, forse tutto. Prima il nome, poi i luoghi e ormai da un pezzo anche il periodo di svolgimento. Dal 2009 è diventata Viareggio Cup: World Football Tournament. La finale da sempre era ospitata dallo Stadio dei Pini ma dal 2018 non più: quest’anno, per esempio, toccherà al “Ferracci” di Torre del Lago. Si giocava nel periodo carnascialesco, come richiederebbe il Burlamacco rappresentato nel trofeo: adesso si scende in campo quando i coriandoli sono ormai esauriti da un pezzo, per cercare un buco ragionevole nel caos del calendario internazionale.

Ma l’uso dell’imperfetto iniziale non è solo una questione di nostalgie.

La fotografia forse più significativa – di quello che era un tempo e ora non più – riguarda lo stadio cittadino. È intitolato proprio a Torquato Bresciani, il presidente del Centro Giovani Calciatori che fu il fondatore del Torneo. L’ultima partita in assoluto vi si è giocata il 29 aprile 2018, derby Viareggio-Seravezza, campionato di Serie D. Cinque anni di abbandono e incuria: si aspetta adesso una ristrutturazione da quasi dieci milioni di euro, di cui è stato aggiudicato l’appalto poche settimane fa.

Senza lo Stadio dei Pini non può essere lo stesso “Viareggio”, anche se almeno quest’anno si giocherà in altri due vicini impianti cittadini (il “Martini” e il “Marco Polo”): le immagini più gloriose rimarranno sempre quelle con lo sfondo della gradinata scoperta e il profilo della pineta a chiudere in alto l’inquadratura. Gli anni della pandemia non hanno certo aiutato: nel 2020 e 2021 non si è giocato, nel ’22 hanno partecipato le formazioni Under 18, invece delle consuete Primavera, riammesse adesso.



La manifestazione prova a riprendersi uno spazio e un senso. Le partecipanti risalgono a 32, dalle 24 di un anno fa (ma in passato son state anche 48). Ma gli interrogativi autentici forse restano sempre più numerosi delle possibili risposte. Intanto mancheranno le tre squadre che hanno vinto più titoli nella storia: Juventus (9 volte, l’ultimo nel 2016), Milan (9 volte, l’ultimo nel ’14), che adesso ha la testa alle semifinali di Youth League, Inter (8 volte, l’ultimo nel ’18).

Mancheranno le romane, assenti da quasi un decennio (i giallorossi vantano tre titoli: l’ultima volta da vincenti il centravanti titolare era Roberto Muzzi). Mancherà il Napoli. Mancherà il Lecce capolista in campionato. Ci sarà invece la Fiorentina (8 titoli anche lei) che insegue quel successo dal 1992: i protagonisti di allora adesso sono splendidi ultracinquantenni.

La squadra da battere sarà il Sassuolo che ha trionfato l’anno scorso ai rigori sui nigeriani dell’Alex Transfiguration.

Ci saranno 17 formazioni italiane e 15 straniere a darsi battaglia dal 20 marzo al 3 aprile. Si parte con Sassuolo-Rukh, giuramento letto da Jack Bonaventura, che partecipò due volte con l’Atalanta.

Ma i nomi di grido sono pochini davvero: solo sei club di Serie A (Fiorentina, Torino, Samp, Bologna, Sassuolo, Empoli). Con tutto il rispetto per Imolese, Monterosi, Pontedera, San Donato Tavarnelle (ripescato all’ultimo momento per il forfait dei ghanesi del Berekum Freedom Fighters) e Grosseto (all’ultimissimo tuffo dopo la rinuncia degli altri ghanesi del Nkoranza Warriors e la susseguente bocciatura dell’Ism Academy di Perugia da parte della Commissione Tecnico Disciplinare: un brutto pasticcio in extremis).

Anche le straniere sono lontane dai bagliori del Dukla Praga di un tempo (6 vittorie tra il ’64 e l’80) e ci raccontano semmai una versione vagamente ecumenica: una australiana, una greca, una brasiliana (non Palmeiras o Flamengo: lo Sport Recife), un’argentina (non Boca o River: il Don Torcuato), tre statunitensi, una ungherese, una spagnola (non Real, né Barça: le Jóvenes Promesas), tre nigeriane, una sierralionese, una senegalese e una ucraina (a Torneo già iniziato, forfait anche per i nigeriani del Kakawa: al loro posto, soluzione a Km 0 con l’inserimento del Seravezza).



Con tutta la buona volontà, sembrano remotissimi gli anni in cui la classifica dei marcatori la vincevano Mario Balotelli (2008) o Ciro Immobile (2010, tutt’oggi miglior cannoniere complessivo con 14 gol in 13 partite). Lasciamo stare poi quando le coppie d’attacco erano Mazzola-Boninsegna (1962) o Vialli-Mancini (1985), o quando tra i pali si poteva scegliere tra il promettente Dino Zoff dell’Udinese o il più giovane Sepp Maier che arrivava dalla Baviera (1961).

Il Torneo di Viareggio, si capisce facilmente, è stato la Storia. Con la S maiuscola davvero. 73 edizioni, come nessun altro trofeo giovanile al mondo. Nato nel 1949 come una evoluzione di un torneo dei bar locali, il Milan vinse la prima edizione da dieci partecipanti, di cui tre straniere (5-1 sulla Lazio in finale), già nel 1954 la Rai trasmise il secondo tempo della finale Juve-Lanerossi Vicenza, telecronaca di Niccolò Carosio (diritti alla Rai anche quest’anno, anche se saranno trasmesse solo la gara inaugurale, semifinali e finalissima).



Il Viareggio è stato anche un ago geopolitico: ha aperto a lungo a Est, ha accolto la Cina in anni proibiti, da tempo punta forte sull’Africa (l’obiettivo di questa edizione era avere una africana in ogni girone, cioè un quarto delle partecipanti). È stato anche evento nazionalpopolare: le cronache d’antan ci parlano perfino di ventimila spettatori per la vittoria della Fiorentina del giovane Chiarugi sui praghesi del Dukla.

Non tutto si è perso, per fortuna. Agli ultimi Mondiali in Qatar c’erano ancora oltre venti giocatori passati da Viareggio, da Kjaer a Vlahovic, da De Ketelaere al Papu Gomez.

Senza perdersi in “nostalgie da ricchi” (cit. Guccini), è lecito però chiedersi se il Torneo di Viareggio sia da riformare profondamente (ma come?) per tornare ai fasti di un tempo oppure se, più semplicemente, nell’era del calcio globale, di un decennio di Youth League e dei match-analist già nelle sfide della Scuola Calcio, non ci sia più spazio praticabile per una competizione di questo tipo, per il sogno di vederci giocare, magari prima di tutti, il campioncino di domani, di scoprirci il potenziale fuoriclasse.

Quelli che erano Gabriel Batistuta col Deportivo Italiano nel 1989, Robert Prosineski che nell’87 con la Dinamo Zagabria aveva segnato il gol di apertura del Torneo contro l’Inter, o ancora Philipp Lahm e Bastian Schweinsteiger con il Bayern del 2002, Edilson Cavani con il Danubio nel 2006, Romelu Lukaku con l’Anderlecht nel 2009. Dopo di allora, se si guardano anche soltanto i premiati come migliori giocatori della manifestazione, ad alti livelli sono arrivati soltanto Immobile, Cristante e Spinazzola e in parte Bonazzoli. Guido Marilungo fu il “golden boy” del 2009. Oggi gioca alla Recanatese in Serie C: quando passò dal Viareggio era considerato tra i 100 giocatori top d’Europa.

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