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Luca Pulsoni
24 Maggio 2020

Victor Hugo Morales, Maradona e l’aquilone cosmico

Luca Pulsoni

81 articoli
Quando la narrazione sportiva diventa letteratura.

Lo stregone lo guarda con aria di sfida. “Lascerai a me ogni tentazione”. Gli poggia una mano sul petto e l’altra sulla nuca. Lui, seduto con le gambe incrociate, si sente pervaso da un insolito tremito. Sfila il pacchetto di sigarette dalla tasca dei pantaloni e lo poggia sul tavolo, quasi spinto da una forza occulta.

È andato fino a Zurigo per sconfiggere il suo vizio, tra una schiera di viali simmetrici e un maniacale rincorrersi di giardini in fiore. Qualcuno gli ha suggerito un parapsicologo per rimediare alle tentazioni del fumo. Dicono faccia miracoli: studio di presunti fenomeni paranormali, poteri nascosti e percezioni telepatiche. Quelle diavolerie lo inquietano. Ma lo stregone garantisce. E avrà ragione.

Quando arriva in Messico, nel giugno del 1986, Victor Hugo Morales ha smesso di fumare da oltre un mese. In compenso ha quattordici chili in più sotto la camicia. Victor è un relator, che in Sudamerica è una ascensione letteraria del più anacronistico ‘radiocronista’. Il relator è qualcosa di più: non si limita a raccontare ma trascende, spazia, immagina, sogna.

Nonostante abbia dato un taglio alle sigarette, non è un segreto che Morales continui a concedersi il piacere dei sigari

Sotto il cielo di Città del Messico, nel cuore del tempio che porta il nome dell’antica civiltà degli Aztechi, il futbol compie l’ultimo passo verso la redenzione. Sul prato verde baciato da una luce mistica, a Diego Armando Maradona bastano 10 secondi, 52 metri, 44 passi e 12 carezze al pallone (tutte con il piede sinistro) per trascendere dal calcio. Ondeggia come un aquilone che si libra nel cielo, decolla dalla realtà terrestre, lo aspetta qualcosa di più grande.

Victor Hugo Morales non è soltanto la voce di quell’istante: si lascia prendere per mano, rapito da tanto splendore. Volteggia insieme a Diego. Qualcosa di magico li unisce, come un filo invisibile che lega il calcio alla purezza dell’arte. L’Argentina vincerà la Coppa del Mondo e quello del 22 giugno sarà ricordato come il “Gol del secolo”, l’attimo che consegnerà il futbol nelle mani di una entità superiore. Averlo raccontato, per Victor Hugo, significa aver vissuto un’esperienza mistica.

Victor Hugo Morales è un uruguagio trapiantato a Buenos Aires. Le sue conoscenze sconfinano dal pallone e scrutano orizzonti diversi. È affascinato dall’odore della carta dei libri, dal rumore delle pagine che si adagiano una sull’altra. Ama anche il cinema, soprattutto quello italiano: Mastroianni, De Sica e Tognazzi rappresentano risorse inestimabili per la propria formazione culturale.

“Ma io non sono colto” – confessa in un’intervista al Corriere dello Sport – “Alessandro Baricco è colto, Tomasi da Lampedusa era colto. Io amo soltanto la cultura”.

Maradona e il gol del secolo: capolavoro dei capolavori calcistici (Ph: AFP/Getty Images)

Victor Hugo viene da Cardona, seimila anime sulla sponda uruguagia del Rio de La Plata. A 16 anni lavora per Radio Colonia, a 18 è “il più giovane giornalista d’America”. Nel 1981 la svolta: lascia l’Uruguay e si trasferisce in Argentina. La dittatura uruguaiana lo guarda con occhi torvi, si sente perseguitato. Finisce addirittura in prigione per 27 giorni a causa di una banale lite dopo una partita tra dilettanti. Victor, che si era dato al futbol giocato con scarsi risultati, viene rinchiuso in cella e riceve la solidarietà di alcuni colleghi argentini.

I relatores di Buenos Aires lo sostengono nella battaglia contro il regime, ormai apertamente avverso. Lascia il carcere dietro cauzione, in tempo per accettare l’offerta di Radio El Mundo e trasferirsi nella capitale argentina. L’Uruguay rimarrà per sempre un dolce ricordo. Victor attraversa il Rio de La Plata come Cesare fece con il Rubicone. Quella con l’antica Roma è qualcosa che va oltre la passione: la colonna di Traiano è il simbolo dei suoi viaggi italiani. “Mi sensibilizza, ha un valore per me”, dice a La Nacion. Ma Roma non è l’unica città a conquistarlo:

“Sulla base di ciò che ho assimilato, posso preparare un esame della storia di qualsiasi città in Europa in una settimana”.

Ama le grandi città. I luoghi in cui poter ammirare, conoscere, studiare. Si lascia ammaliare dal caos frenetico che accompagna le giornate fino al calar del sole. Ogni città ha una sua anima, quella di Montevideo lo rapisce: la notte è più lunga tra i vicoli della Ciudad Vieja, dove i club tirano fino a tardi e nei cafè il fumo dei cigarillos (che lo stregone gli avrà per sempre sottratto da ogni tentazione) partorisce nuvole che inghiottiscono le parole.

“Partido de fútbol” di Carmelo de Arzadun (1888-1968)

Victor Hugo raccoglie l’eredità di Carlos Salè, relator famoso per le radiocronache calcistiche dal sapore letterario, artistico e musicale. Il Maestro è cresciuto con il mito degli eroi del Maracanazo. La sua immaginazione ha riprodotto istantanee nitide di quella partita: il caudillo Obdulio Varela, le invenzioni di Schiaffino, e poi il gol decisivo di Ghiggia.

Del Maracanazo non esistono filmati, eppure Victor Hugo è riuscito a relatarlo magnificamente. Un lavoro certosino di ricerca tra le cronache dell’epoca unito allo spazio dell’immaginazione, che ha dato forma e voce a ciò che albergava soltanto nelle fantasie. Immaginare e far immaginare è il grande amore di Victor, “le armi più importanti per l’uomo della radio”, dice.

Lo ha immaginato di nuovo, Obdulio Varela. Al Mundialito 1980 la finale è ancora Uruguay-Brasile. Tra gli spalti del Monumental di Montevideo siedono idealmente gli eroi uruguagi del ‘50. Al gol vittoria dell’Uruguay di Victorino, Victor Hugo chiude gli occhi percependo la presenza di Varela. Le labbra disegnano un sorriso, un sospiro lo accompagna, poi l’estasi:

“Obdulio stai tranquillo, i ragazzi non permetteranno che la storia cambi”.

La formazione al completo dell’Uruguay al Mundialito 1980

La prima radiocronaca argentina di Victor Hugo Morales è alla Bombonera: Boca Juniors – Talleres di Cordoba, 22 febbraio 1981. Quel giorno esordisce con gli Xeneizes Diego Armando Maradona. La partita finisce 4-1 per il Boca e Diego mette a segno due gol. I loro destini si incontrano per la prima volta. Il viaggio verso l’Azteca ha inizio quel pomeriggio.

Prima della Coppa del Mondo 1986, e prima ancora dell’incontro con lo stregone svizzero, le strade di Morales e Maradona si incrociano di nuovo. La Seleccion di Carlos Biliardo è di ritorno da una partita in Colombia per le qualificazioni mondiali. Il velivolo dell’Aerolineas Argentinas ha un guasto e fa scalo a Lima, dove i passeggeri sono costretti a trascorrere la notte. A bordo, nella coda dell’aereo, c’è anche Victor Hugo. Intorno alle tre del mattino Diego passeggia nervosamente per il corridoio, a un tratto i suoi occhi si restringono: “Che stai leggendo, Victor Hugo?”. Victor distoglie lo sguardo dalle pagine di Cortàzar, lo guarda e sorride: “Come va, Diego?”. Iniziano a parlare, a conoscersi, a confrontarsi.

È facile perdersi insieme a Victor, le cui parole trattengono il potere di far salpare la mente verso lidi inesplorati. Si danno rigorosamente del Lei, e lo fanno ancora oggi nonostante un’amicizia ormai decennale. Poi arriva il giorno, quello del Gol del secolo. Argentina-Inghilterra, quarti di finale. Prima il gol più controverso: la mano de dios. Dagli spalti dell’Azteca soltanto uno riesce a vedere il tocco beffardo della mano sinistra di Diego: lui, Victor Hugo.

Può il calcio diventare religione?

Dopo l’irriverenza è il turno della magnificenza. Diego Armando Maradona riceve palla a centrocampo, se la porta sul sinistro, punta verso la gloria, si invola. Salta tutti gli inglesi che incontra lungo il cammino. Come Leopardi davanti la siepe, Victor Hugo Morales inizia a immaginare l’infinito. Sa che sta per accadere qualcosa di grande. Non narra, non racconta, vive trepidante quell’attesa spasmodica.

Victor Hugo non è più lui, viene travolto da un impulso irrefrenabile. Danza con le parole, accompagna Diego in un cammino spirituale, lo decanta. Apre le porte all’infinito calcistico. Il suo racconto frenetico è parte del tutto: trasforma l’estasi del futbol in qualcosa di più importante.

“¡Genio! ¡Genio! ¡Genio! ta-ta-ta-ta-…” sono gli ultimi passi prima dell’oceano. Il suo “ta-ta-ta-ta”, che dalle parti di Montevideo è una curiosa espressione per indicare qualcosa “che è concluso o sta per concludersi”, è una mitraglietta onomatopeica che preannuncia uno tsunami di emozioni. Quando il pallone è alle spalle di Peter Shilton, Victor esplode nell’ode al calcio più famosa della storia. È una preghiera che assapora il metafisico. Chiede scusa per quello che dirà, le emozioni si impadroniscono di lui. Urla, freme, piange:

“¡Quiero llorar! ¡Dios Santo, viva el fútbol!”.

Victor Hugo Morales e il microfono son un tutt’uno

Tra le tante, una è l’immagine che resta impressa: “barrilete cosmico”. Maradona è paragonato a un aquilone che svolazza nel cielo sbeffeggiando le correnti. Vola leggiadro, libero. Il “cosmico” indica qualcosa in grado di andare oltre la dimensione terrestre, un gesto così immenso da proiettarsi nello spazio, lontano dalla portata dell’ordinario.

L’elemento ‘extraterrestre’ viene ripreso in “¿de qué planeta viniste? ¡Para dejar en el camino a tanto inglés! ¡”. E poi: “Para que el país sea un puño apretado, gritando por Argentina!”. Victor Hugo immagina il popolo festante, fiero, che si comprime in un pugno chiuso che esulta, insorge e risorge. La folla torna unita sotto un’unica bandiera, in una sfida dai forti contorni politici a causa della guerra di quattro anni prima nelle Isole Falkland (per gli argentini Islas Malvinas), in cui migliaia di giovani soldati argentini morirono per mano dell’esercito inglese. Il calcio, quello di Maradona e Morales, rappresenta qualcosa in più di un semplice gioco.

Eppure non ha mai amato quella radiocronaca, Victor Hugo.

“È stato uno striptease spirituale, sono stato totalmente rapito”.

Quello che (secondo lui) lo ha tradito è “l’eccesso emozionale che trascende quello che deve essere il lavoro di un professionista, che deve sempre cercare di mantenere una distanza dai fatti”. Ma è proprio l’eccesso di emozione che ha reso quel relato il più famoso della storia. Come a comporre la Santissima Trinità del futbol: Maradona, Argentina-Inghilterra e Victor Hugo Morales. Con una radiocronaca normale non sarebbe stato lo stesso.

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