La Roma vince 3-2 nel derby di Coppa Italia, semifinale di ritorno, ma a passare è la Lazio. Decisiva la partita di andata. Un 2-0 che non ha lasciato spazio a molte interpretazioni, né da una parte (sponda Spalletti) né dall’altra (sponda Inzaghi). Prima che una vittoria dei singoli, e del collettivo, la doppia sfida ha messo in luce una preparazione tattica superiore (questo, a dire il vero, soprattutto nel match di andata) dei biancocelesti – e del suo stratega – a danno dei giallorossi. L’altro fattore che va sottolineato è nel diverso atteggiamento delle due formazioni. A contare sull’umiltà e il sacrificio della Lazio di Inzaghi ha avuto un peso specifico il valore – sulla carta inferiore – degli undici a sua disposizione. Salvo poi vedere una Roma che dopo il derby di andata ha perso gran parte delle sue certezze. Prima la sconfitta nella stracittadina, poi nel doppio confronto di Europa League. Infine, poche ore fa, l’uscita dalla Coppa Italia, nel bellum civile che dura da novantanni. 90 come gli anni che la società giallorossa compirà quest’anno. 90 come i minuti che hanno cambiato, in data 1 Marzo 2017, il destino della Roma e di Spalletti. Così, se nel giorno del suo 41esimo compleanno, Simone Inzaghi riceve il “il più bel regalo di tutta la sua vita”, l’allenatore toscano saluta, forse per l’ultima volta, la città eterna.

Spalletti saluta Inzaghi

Spalletti saluta Inzaghi

Ma passiamo dalla parte dei vinti. Bastava vederlo e sentirlo appena sbarcato nuovamente nella capitale. Lo sguardo sicuro e deciso, le parole studiate, pensate e ripensate, con l’obiettivo di smuovere un ambiente allergico alla mentalità vincente. Spalletti tornava a Roma come lo Zar di Russia, glaciale vincitore nelle gelide campagne sovietiche, pronto finalmente a rimediare laddove aveva “sbagliato” (se poi di sbaglio si può parlare, essendo l’ultimo allenatore ad aver vinto qualcosa in giallorosso). Da quel lontano Settembre 2009 Luciano aveva passato tante notti insonni: troppo grande era l’amore per Roma e per la Roma, un amore che non si era mai pienamente realizzato. Adesso, oltre sei anni dopo, era finalmente pronto. Aveva capito, ora tutto gli era più chiaro, era convinto di poter vincere e di questa convinzione aveva reso partecipe tutto l’ambiente, a partire dallo spogliatoio. “Se non vinco me ne vado“, la promessa di chi andava all-in, convinto di avere in mano le carte vincenti: si sbagliava. In fondo lo si poteva già notare osservandolo e ascoltandolo in questi ultimi mesi: sguardo basso, dichiarazioni fuori posto, nervosismo e rassegnazione che trasparivano ad intervalli più o meno regolari, incrinando irrimediabilmente quel muro sovietico che, come a Berlino, veniva giù senza possibilità di essere ricostruito. Spalletti andrà via da Roma nuovamente da sconfitto, e sarà meglio così per tutti, per lui in primis. Le ultime prestazioni della Roma parlano chiaro: la squadra gli sta lentamente sfuggendo di mano, svuotata di gioco ed entusiasmo, costretta a sviluppare trame offensive o lanciando in avanti la velocità di Salah o alzando il pallone per Dzeko.

ROME, ITALY - MARCH 04: AS Roma coach Luciano Spalletti disappointed during the Serie A match between AS Roma and SSC Napoli at Stadio Olimpico on March 4, 2017 in Rome, Italy. (Photo by Luciano Rossi/AS Roma via Getty Images)

La spaesatezza (alla Roma) diviene destino inesorabile. Spalletti a bordo campo, con lo sguardo basso, nella sconfitta interna con il Napoli del 4 Marzo 2017

A proposito del bosniaco, fa riflettere che un attaccante già arrivato a quota 33 reti in stagione, che ha infranto i record dei goleador giallorossi e risulta imprescindibile per Spalletti, sia comunque un giocatore deludente nel momento decisivo: nessuno in effetti gli rimprovera nulla (figuriamoci) né intende paragonarlo a Cavani, Suarez, Higuain etc ma è un fatto che nelle partite più importanti della stagione – andata e ritorno con il Lione, partita con il Napoli, andata e ritorno con la Lazio – sia stato il peggiore della Roma o giù di lì. Spieghiamoci meglio, il centravanti bosniaco è un grandissimo giocatore, ma non sarà mai lui a suonare la carica nel momento decisivo della stagione, non anticiperà mai l’avversario nella partita importante, mancherà sempre di grinta e cattiveria anche mettendo a segno cinquanta gol in un anno (a proposito, nell’ultimo mese ha siglato quattro gol in tre partite in campionato, ma appunto nei cinque scontri decisivi non è mai andato a segno né ha servito assist, spunto di riflessione per il livello della Serie A italiana o per il carattere del numero 9). A suo modo rappresenta un ambiente che non è pronto a vincere, una squadra fortissima che ogni anno si ritrova a fine stagione a fare i complimenti a chi è stato più bravo nei momenti importanti. Ma figuriamoci se vogliamo prendere Dzeko come capro espiatorio; altri giocatori di cui si parla tanto in ottica mercato (uno su tutti Manolas) quest’anno nel momento più importante hanno staccato la spina, o sono scesi fisicamente (Nainggolan, più che comprensibile per chi ha dovuto caricarsi la Roma sulle spalle ogni tre giorni) o probabilmente non sono mai stati da grande squadra (Bruno Peres). E qui entrano in gioco James Pallotta e soci. Perché in fondo una proprietà che vuole vincere, prendendo atto di una squadra in corsa per tutte e tre le competizioni, a Gennaio interviene sul mercato. Tra le “top” squadre europee (passatemi il top, si intende le prime 3-4 dei maggiori campionati) la Roma ha senza dubbio la rosa più corta, quasi ridotta all’osso. Gli americani hanno evidentemente pensato che Nainggolan, Strootman, Dzeko, Peres, Salah e via discorrendo potessero tranquillamente scendere in campo ogni tre giorni, garantendo il massimo del rendimento. Chiaramente gli yankee si sbagliavano, e il secondo tempo a Lione, come parte dell’andata con la Lazio, hanno evidenziato una condizione fisica precaria (in Francia addirittura imbarazzante). 

Luciano ce l’ha messa veramente tutta, ma era da solo a lottare contro quel mostro dell’ambiente Roma: giocatori, giornalisti pennivendoli, radio romane, militanti armati di Totti che ne volevano la pelata su un piatto d’argento, proprietà assente e speculatrice, e sicuramente dimentico qualcuno.

Sarebbe bello continuasse, ma anche questa volta la piovra che ti prende e ti addormenta (cit. Capello) ha stritolato il toscanaccio, ex Zar di Russia, e una volta che finisci stritolato fra i tentacoli non c’è più via d’uscita, per nessuno.

Il goal di Ciro Immobile che ha chiuso il derby di andata

Il goal di Ciro Immobile che ha chiuso il derby di andata

L’altra faccia della medaglia ha visto la lenta – ma regolare – ascesa di Simone Inzaghi sulla panchina della Lazio. L’anno scorso fu scelto dalla società per finire almeno dignitosamente la stagione, incrinatasi dopo la rottura dei rapporti tra Pioli e Lotito, oltre che per la questione fascia da capitano “contesa” da Lucas Biglia e Antonio Candreva. Dopo aver svolto la gavetta nelle giovanili biancocelesti, Inzaghi si è ritrovato ad allenare una squadra di Serie A. In una situazione non facile, ha fatto le cose semplici. I tifosi, che lo avevano già visto partecipe – nella stagione 1999/00 – della miglior Lazio della storia, hanno legato subito con l’allenatore piacentino. Poi, in estate, il romanzo si trasforma in fantasy. Bielsa è, per tutti, il nuovo allenatore della Lazio. Troppo, però, per un presidente come Lotito. Il carattere del loco cozza, poco prima delle firme, con il cinismo lotitiano: i due personaggi non si incontreranno mai. Lotito, con una mossa che ha inquietato il popolo laziale, richiama Inzaghi. Ci piacerebbe pensare che la scelta sia stata ragionata, e non impulsiva, ma non è così. Lotito ha avuto fortuna perché ha dato, senza volerlo, un’altra occasione ad uno dei migliori allenatori in Italia. Senza dubbio una delle più belle sorprese di questo triste campionato. E come in un vero fantasy, il colpo di scena arriva quasi alla fine, pur essendo l’andamento dell’opera piuttosto lento. La Lazio è quarta in classifica – probabilmente il massimo che i biancocelesti potessero fare con la rosa a disposizione – e in finale di Coppa Italia. La Roma di Spalletti chiude la stagione rischiando di portare a casa zero titoli (per lo Scudetto più che di fantasy, si dovrebbe parlare di apocalisse Juventus), mentre la Lazio di Inzaghi è pronta a giocarsi un trofeo contro la vincente di Napoli-Juventus. Quale delle due sia l’avversaria a molti dei tifosi laziali interessa relativamente.

Andava vinto il derby. Tradotto: andava passato il turno di semifinale, 2-0 all’andata e 3-2 al ritorno. Protagonisti di questa vittoria, come marcatori sul tabellino, Immobile e Milinkovic-Savic. Il primo è arrivato a quota 21 gol in stagione, consacrandosi – sotto Ventura – come l’attaccante della nazionale italiana al fianco di Andrea Belotti. A Immobile era spesso mancato l’onere, e l’onore, di prendersi un collettivo sulle spalle nel momento decisivo.

Alla Lazio Ciro non ha mancato l’appuntamento. Due gol decisivi, pesanti forse più dei 33 del collega Dzeko, e ora un finale di stagione che può riservare altre sorprese. E’ senza dubbio però Milinkovic-Savic ad esser salito sugli scudi nel doppio confronto. La sua stagione ha visto una crescita mentale, tattica e tecnica che ha dell’incredibile. Da giocatore impacciato, troppo lento nei movimenti, spaesato in campo e di difficile collocazione tattica, il serbo classe ‘95 è diventato quel che ancora mancava al calcio italiano. Fisico prepotente, colpo di testa, tecnica individuale e senso del goal: a dire il vero, questo ragazzo ha tutte le qualità per affermarsi nel panorama europeo come uno dei più forti centrocampisti della sua generazione. In attacco poi, Felipe Anderson alterna attimi di follia calcistica a lampi di classe cristallina anche al servizio della squadra – gli assist di quest’anno parlano per lui – e Keita è una risorsa importante in qualsiasi momento della partita (come nel derby di andata, quando fresco ha saltato facilmente Manolas nello scatto). Gli esordi di Murgia e Lombardi, con la conferma di Strakosha tra i pali, portano il marchio indelebile di un grande lavoro e di un grande lavoratore: Simone Inzaghi. E’ lui l’artefice ultimo di una rinascita – anche all’interno dell’ambiente – che ha rivitalizzato una parte di città, affondandone un’altra.