Congratulations, You have just met the I.C.F., la più popolare firm inglese: quella del West Ham United. Sono gli anni Settanta e la Gran Bretagna sta vivendo uno dei peggiori periodi della sua storia: è colpita dall’inflazione, è bloccata economicamente e, soprattutto, è profondamente fratturata socialmente.

 

 

È una nazione stagnante e classista in cui il termine “working class” non esprime semplicemente un ceto sociale. Appartiene alla working-class chi va allo stadio e parla in un determinato modo, legge certi giornali e beve birra scura. In altre parole, vi appartiene chi è destinato a rimanere per sempre un reietto, un poco di buono.

 

 

 


Breve storia della Inter City Firm


 

È questo il contesto in cui nell’East London, piena periferia londinese e quartiere profondamente proletario, nasce l’I.C.F. ossia l’Inter City Firm. I ragazzi che la formano prendono il nome dai treni regionali che utilizzano per le trasferte, preferiti di gran lunga ai convogli speciali organizzati dalle forze dell’ordine. Tutto inizia quando un gruppo di cockney (“appartenenti alla classe proletaria di Londra”) tra i 15 ed i 18 anni, agli inizi degli anni Settanta, riesce a scontrarsi e ad aver la meglio, nello stesso giorno, sia contro i claret and blue – tifosi dell’Aston Villa – che contro i tifosi del Millwall, loro acerrimi rivali. Da quel momento i veterani della curva lasciano ai ragazzi il completo controllo.

 

Agli inizi degli anni Ottanta il gruppo controllava indisturbato la curva Hammers nonostante contasse ben 400 membri, tutti con età inferiore ai 25 anni. Ragazzi con poche e precise regole. La più importante era il divieto di sbronzarsi durante le partite del West Ham. Per prima cosa gli scontri, poi tutti al The Britannia, storico pub sulla Green Street negli anni ’70 nei pressi di Boleyn Ground.

 

L’ICF si trova così ad essere tra le cinque firm più temute d’Inghilterra insieme alla Red Army del Manchester United, gli Headhunters del Chelsea, la 6.57 Crew del Portsmouth e i Bushwackers del Millwall. Al contrario di ciò che tanti ritengono, in particolare anche per l’amicizia riproposta negli anni con gli Irriducibili della Lazio, l’Inter City Firm non è una tifoseria ascrivibile in asettiche ideologie politiche.

 

 

west ham tifosi

Una fede scolpita nella pelle (ph Paul Gilham/Getty Images)

 

 

Negli anni Ottanta, con il boom della musica punk tra gli hooligans, ci sono stati diversi membri catalogati come boneheads – skinheads di estrema destra – ma si tratta di casi isolati, considerata la forte influenza subita dal gruppo dalla cultura jamaicana. Il West Ham è parte di un quartiere popolare, e tanti ragazzi avevano queste origini.

 

 

Tra questi Cass Pennant, ricordato come il capo più influente degli I.C.F.: nero e con origini jamaicane. Ciò che permette al gruppo di acquisire sempre più notorietà è anche la goliardia, oltre che la tenacia, con cui portano avanti le loro azioni: Congratulations, You have just met the I.C.F. non è una frase casuale, ma il biglietto da visita lasciato al suolo dopo gli scontri.

 

 

A mettere però fine alla storia dell’I.C.F. e a tutto il panorama hooligans ci pensa The Iron Lady, Margaret Thatcher, premier conservatrice. Il nemico giurato del movimento ultras britannico crea la National Football Intelligence Unit, una squadra speciale formata da agenti di Scotland Yard, dando inoltre vita nel 1985 allo lo Sporting Event Act, vietando così l’introduzione degli alcoolici negli stadi; nel 1986 fonda il Pubblic Order Act, il nostrano D.A.S.P.O; infine nel 1991 inaugura il Football Offences Act che permette il processo per direttissima ai tifosi, anche solo per violenza verbale.

 

 

 


I’m not forever blowing bubbles


 

Il West Ham, oggi, è un fenomeno mainstream. Conosciuto in tutto il Vecchio Continente non per le imprese sul campo ma per quelle extra calcistiche dei suoi tifosi. È giusto chiedersi però se il ruolo che nella narrazione ultras viene attribuito loro rispecchi lo stato reale delle cose. La risposta è negativa.

 

west ham bubbles

Le celebri bolle sparate sul terreno di gioco prima dei match casalinghi (ph Matthew Lewis/Getty Images)

 

 

Quando è nata l’I.C.F., gli hooligans già esistevano da qualche anno. L’I.C.F. non è neanche pioniera della cultura Casuals, come spesso viene creduto. Se dovessimo quindi stilare una classifica delle tifoserie che più hanno influito nella storia del tifo inglese e non solo, la I.C.F. occuperebbe un buon posto ma di certo non il primo della lista.

 

Ci chiediamo allora: perché, almeno dalle nostre parti, è molto più semplice vedere per strada un ragazzo con indosso i colori e il simbolo del West Ham?

 

Senza dubbio, hanno giocato un ruolo determinante in questa credenza popolare calciatori come Paolo Di Canio e Bobby Moore, capitano dell’Inghilterra campione del mondo, ma la vera chiave di volta va cercata nel business sfrenato che ha coinvolto il gruppo, oltre che in una pubblicizzazione (e mercificazione) in salsa americana dovuta ad Hollywood.

 

 

Un film che rivisita modernamente la I.C.F. chiamandola G.S.E (Green Street Elite) è infatti Hooligans (2005). Pellicola che deve il suo enorme successo – sicuramente il più visto tra i film che trattano di tifo – al protagonista, l’innocente ma sempre più delinquente Elijah Wood, fresco interprete di Frodo Baggins nella trilogia de “Il Signore degli Anelli”. Non si può dimenticare poi il libro “Congratulations, You have just met the I.C.F.” scritto proprio da quel Cass Pennant sopracitato. L’ICF è stata abile, tradendo se stessa, nel vendere un prodotto già lanciato dal mercato USA.

 

Quest’ultimo punto, guardando il tifo italiano, ci fa intuire il perché della grande amicizia tra alcuni capi del tifo West Ham e alcuni del tifo Lazio, sponda Irriducibili. Altro che politica.

GREEN STREET HOOLIGANS

Forse la parte più credibile del film (Copyright 2004 Mick Eason/EMPICS)

 

 

A capo di questa macchina da soldi ci sono Cass Pennant e Carlton Leach, che fino a ieri erano a capo della Inter City Firm, la frangia più violenta del tifo bordeaux e azzurro. Oggi i due sopracitati sono imprenditori a tempo pieno, abituali ospiti di talk show, e passano le ore della propria giornata davanti al computer creando grafiche o usando la macchina da ripresa per girare qualche film.

 

 

In una lettera, scritta da un tifoso degli Hammers, intitolata “Why We’re Not West Ham Anymore”, oltre ad una critica serrata contro la presidenza ed il nuovo stadio viene ottimamente espressa l’identità di questo club e dei tifosi che lo amano:

 

“This is an inclusive family club linked deeply to the local East End of London and over the decades, Essex as well. The Boleyn Ground was a place where generations of a family would spend a Saturday afternoon, surrounded by tens of thousands of friends watching the team they love. No matter what happened at the game, you felt like you were at home”.

 

Parole lontane dal mito del tifo violento e reazionario (mito che accomuna, d’altronde, altre realtà inglesi). La funzione del mito, comunque, non è di raccontare la verità, ma di amplificare in chiave romantica i desideri, i vizi ed i sogni più oscuri e ambiziosi dell’uomo. Detto altrimenti, ciò che nella quotidianità non possiamo ma vorremmo essere. Il successo che ha avuto la mercificazione del West Ham consiste proprio in questo: chi veste West Ham nel quotidiano vorrebbe essere un Ultras (magari violento, magari Casual), ma nella vita reale non potrebbe mai (né avrebbe il coraggio di) esserlo.

 

 

Basta dunque un cappellino per sentirsi un duro, per credersi parte di qualcosa di più forte, per ritenersi protetto. Basta un trench Stone Island per credersi Pete Dunham – il co-protagonista di Hooligans. Come accaduto per il fenomeno Casual, la moda West Ham (comunque ormai sempre meno di moda) è una questione prettamente estetica: una foto pubblicata sui social e nulla di più.

 

 

La maggior parte delle volte, chi indossa quei colori non sa neanche da che città provenga il club. La colpa però non è del ragazzo che non si informa bensì di quei tifosi che lo hanno permesso, preferendo i 25 £ di una t-shirt all’identità del gruppo. Non c’è da sorprendersi dunque se i primi a dire We’re Not West Ham Anymore siano proprio i tifosi Hammers, che oggi (quasi) non esistono più.