Zeman è come due treni che viaggiano su binari paralleli. Viaggiano affiancati, e come per i convogli di una volta lasciano sbuffi di fumo ad indicarne il percorso. Viene da pensare che sia un uomo integerrimo e tutto d’un pezzo. Sicuramente su molte cose si dimostra tale, ma la verità è che Mister Zeman nasconde in sé un nido di contraddizioni striscianti. La dualità tra l’essere e l’apparire trova un perfetto campo di battaglia dove inscenare le disfide, tra le rughe sempre più profonde e la figura longilinea del mister boemo.

 

Zeman non transige nulla rispetto alla sua figura pubblica, di uomo con idee forti, anche a discapito della sua carriera professionale. Quando invece timbra il cartellino e si siede in panchina, quell’intransigenza necessaria per portare a casa il risultato, quello spirito di concretezza nel raggiungere lo scopo, viene annientato dalla voglia di apparire. Guardatele, tutte le squadre di Zeman. Non soffermatevi solo sulle più conosciute. C’è sempre, in ognuna di loro, il momento esatto in cui si accendono. Mille scintille di un fuoco d’artificio che si passano il pallone come se fosse la biglia di un flipper. Quello che resta sul campo è poi il fumo dell’ennesima boccata del mister.

 

Compagna inseparabile (Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

 

Zeman è dunque l’uomo multiforme che nonostante la sua figura da hombre vertical (prendendo in prestito la definizione da un tecnico distante anni luce da lui come Hector Cuper), è un coacervo di contraddizioni quasi inspiegabili. Sono davvero tante, e sono frutto delle scelte di un uomo che prende tutte le sue decisioni omaggiando la terra da cui proviene, con quel gusto così anticonformista. Boemo e bohemien. Sempre.

 

La mitologia della sua figura, venerata in maniera laica ma non troppo, lo vuole sempre raffigurato con la sigaretta in bocca. Lui, figlio di un primario praghese, e fratello di altrettanta dottoressa. Tutto questo fumo, tralasciando gli effetti nefasti che potrebbe avere, ha comunque regalato a Zeman quella sua tipica voce grattata, che unita ad un modo di parlare sussurrato, e impreziosito da una pronuncia e un lessico tipico di chi ha imparato la lingua in età avanzata, contribuisce a creare il personaggio. I percorsi dei binari della vita, per uno come Zeman, non possono certo essere banali. Ma non è il destino che si diverte a modificare i tragitti beffardamente. E’ proprio lui, il boemo, che si diverte a far piroettare la sua strada di tanto in tanto, prendendo deviazioni che solo lui sa vedere.

 

Analogie per differenza (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

 

Da giovane Zeman è uno sportivo, amante della pallamano e dell’hockey su ghiaccio, due sport popolarissimi in quella che era la Cecoslovacchia di allora. Ma il calcio è una questione di famiglia e un richiamo troppo forte. Mamma Zeman ha un fratello, Cestmir Vyckpalek, che con la palla al piede ci sa fare, ma che non può vedere nascere suo nipote perché nel 47 non è a Praga, ma in Italia per giocare nella Juventus, seconda solo al Grande Torino di quel periodo. L’Italia diventa quindi seconda patria per Zeman, che in gioventù passa le vacanze estive dallo zio “Cesto” nel frattempo emigrato al sud per giocare nel Palermo.

 

Ma una di queste estati è diversa dalle altre. A Praga entrano i carri armati sovietici a reprimere le rivolte della primavera, e la situazione instabile suggerisce a Zeman di chiedere aiuto allo zio per sfuggire ad un destino incerto. Grazie anche ai buoni uffici della famiglia Agnelli, da sempre molto vicina a Vycpalek e famiglia, Zdenek si stabilisce in Sicilia. Non è dato a sapersi come un uomo così taciturno e schivo possa integrarsi perfettamente alla calda umanità dell’isola. Eppure il miracolo avviene.

 

Sguardi incrociati, occhiate beffarde (photo Paolo BRUNO / GRAZIA NERI Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT)

 

Qualche anno più tardi, all’apice della popolarità e della carriera, Zeman decide per una delle sue deviazioni di binario. Come se nulla fosse, con il suo tipico sussurro da fumatore, dice che il calcio deve uscire dalle farmacie, e punta il dito proprio contro la Juve. L’avvocato Agnelli gli dedica una delle sue punture linguistiche più amare, ricordandogli che se non era per la Juve, Zeman sarebbe rimasto nel caos di una Praga occupata dai sovietici.

 

Ma da quel momento la dialettica Juve – Zeman si inasprisce sempre di più, facendo sembrare i due termini quasi dei contrari, tanto sono distanti. Zdenek non manca però di sottolineare con sadico gusto beffardo che lui è sempre stato juventino, fin quando non ha affrontato Madama in una partita ufficiale. E del resto lo zio è stato anche allenatore dei bianconeri, vincendo uno degli scudetti più belli di sempre, quello del ’73, della fatal Verona per il Milan e del gol di Cuccureddu all’Olimpico, che consegna lo titolo alla Vecchia Signora. Questa è probabilmente la madre di tutte le contraddizioni zemaniane, ma l’uomo ci ha abituato ad altre piroette incredibili.

 

L’occhio sempre attento (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

 

Nel 1994, ad esempio, decide di fare il grande salto, e approdare su una panchina di livello, per esportare Zemanlandia foggiana anche in alta classifica. Viene scelto da Cragnotti per la sua ambiziosa Lazio. Gli prendono Rambaudi e Chamot, fieri scudieri in terra pugliese, che raggiungono Beppe Signori, già idolo dell’Olimpico da un paio di stagioni. Dopo un secondo e terzo posto, nel Febbraio ’97 Cragnotti decide che per vincere dei trofei bisogna cambiare marcia. E arriva Eriksson. Che vincerà.

 

Solo 5 mesi dopo Zeman ha la tuta giallorossa e accetta di allenare la Roma. Difficile entrare nelle grazie del tifo romanista se arrivi dalla Lazio. Ma non impossibile se ti chiami Zeman. Quella squadra giallorossa non è ancora la corazzata che di li a poco sbancherà il campionato. Ma Zeman riporta la gente allo stadio, riporta lo spettacolo, mette la 10 sulle spalle di un imberbe Francesco Totti e fioccano le reti sul terreno dell’Olimpico. Il punto è che fioccano anche nella rete amica. Pertanto, dopo due stagioni, anche Sensi decide che per vincere trofei bisogna cambiare marcia. E arriva Capello. Che Vincerà.

 

La festa dopo la promozione in A del Pescara (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

 

A Zeman non viene incolpato certamente nulla a livello tecnico. La simbiosi tra squadra e pubblico è perfetta, e quella Roma rimane nel cuore oltre che negli occhi. Ma le guerre di principio agitate dal boemo, danneggiano la squadra. Roma è comunque la piazza più grande nella quale Zeman lascia un bel ricordo. Prima di allora è riuscito a farsi amare nella periferia del calcio, da Licata, passando per Messina dove lancia Totò Schillaci come capocannoniere della serie cadetta. E poi c’è Foggia.

 

Foggia era, e rimarrà sempre, Zemanlandia. Tutto in quell’avventura è perfetto e si incastra come tessere di un puzzle. La squadra è di proprietà di Antonio Casillo, il re del grano, che s’innamora del gioco spumeggiante del boemo. Ma come un innamorato, Casillo non supera la prima crisi di gelosia. Sul finire del primo campionato a Foggia, il presidente viene a sapere che Zeman è stato avvistato a Napoli, a cena con Luciano Moggi. Che in quel caso tira le fila di una trattativa per portare il boemo a Parma.

 

Con la maglia rosanero dell’illustre antenato

 

Umiliato e tradito, Casillo esonera Zeman, che andrà così a raccogliere l’eredità di Sacchi sulla panchina ducale. Una fuitina, come la chiamano in Sicilia, che dura appena sette giornate. Come un innamorato, Casillo riabbranca Zeman appena libero. La stagione 90/91 è quella dove aprono i cancelli Zemanlandia. Le attrazioni sono di qualità, il calcio sgorga che è un piacere finalizzato dal tridente Rambaudi-Baiano-Signori. La squadra rompe letteralmente il campionato di Serie B e torna in A dopo 13 anni. Qui il boemo diventa fenomeno di costume, vate del modulo a zona, ma sempre accompagnato dai sorrisini beffardi che gli ricordano come vincere così sia impossibile.

 

Il suo gioco per anni è il più bello che si possa desiderare. Tutti i tifosi sognano in cuor loro di vedere la propria squadra affidata a Zeman. Perché la sua particolarità lo rende speciale. Perché sai che se ti allena Zeman, la tua squadra non entrerà nell’albo d’oro di nessuna competizione, ma ti entrerà nel cuore. Sai perfettamente che non vincerai, ma sei felice di non farlo, perché così è più bello ancora. Zeman sfascia completamente la regola del “vincere è l’unica cosa che conta”.

 

Da tecnico del Foggia, Campionato 1992/1993 (photo ©ARCHIVIO / AGENZIA ALDO LIVERANI SAS)

 

Anche perché per lui il risultato è casuale, ma la prestazione no. La prova del nove nelle due squadre della capitale conferma l’assioma. Zeman è un portatore sano di utopia, che non può concretizzarsi ai massimi livelli. Si resta sempre sull’uscio della porta del palazzo. Dopo le intemerate contro le farmacie nel calcio, e lo strapotere juventino, Zeman non riuscirà mai più ad avere una squadra di livello in Italia. Non è riuscito a derogare dal suo essere quando si trattava di parlare. Non è riuscito a liberarsi dalla sua voglia di apparire, attraverso le sue squadre, quando si trattava di mettere 11 giocatori in campo.

 

Viaggia costantemente su due binari paralleli, a cui impone delle curve molto secche e dei saliscendi da vuoto d’aria. Più che treni sembrano carrozze delle montagne russe. Di un parco di divertimenti. Il più bello e perdente che c’è. Benvenuti a Zemanlandia.


Corrado Orrico, Giovanni Galeone, Gigi Maifredi e Alberto Malesani.

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