Ritratti
20 Ottobre 2022

Zizou Zidane, il tutto e la parte

Le due anime del fuoriclasse berbero: Zizou il francese, Yazid l'algerino.

È tutto nella testa. Tutto parte da lì. Parigi e Berlino, la gloria e il tormento, Zizou e Yazid. La testa e due anime impossibili da scindere. Non si possono dividere Zizou e Yazid. Lo Yin e lo Yang. Le due facce di una stessa medaglia. L’inizio e la fine di una sola, meravigliosa storia. Storia che inizia tanti anni prima, nell’estremo nord dell’Algeria. La Cabiria è una regione famosa per la fierezza e la combattività dei suoi abitanti, contro le quali hanno sbattuto la testa a più riprese i colonizzatori francesi prima e il governo algerino poi. La regione è abitata dai Berberi, una popolazione presente in Africa del Nord fin dal Neolitico e con tradizioni albine nei tratti somatici.

Un popolo né povero né ricco, che sceglie sé stesso i suoi capi per ripudiarli appena cominciano a diventare forti”, secondo il resoconto scritto da una spedizione militare francese nella regione intorno al 1870.

Da lì, nel 1953, si trasferisce nel Sud della Francia per lavorare come muratore un pastore musulmano, Smaïl Zidane, che prima di tornare a casa, una volta ottenuta l’Indipendenza, conosce Malika, francese anche lei di origini berbere, e decide a quel punto che Marsiglia potrebbe essere il posto giusto dove mettere su famiglia. E a Marsiglia, nel complicato quartiere di Le Castellan, nel giugno del 1972 viene al mondo Zinedine, che sembra accogliere in sé tutti i tratti tipici della sua terra d’origine: altro, dinoccolato, orgoglioso, con uno sguardo di ghiaccio che riporta inevitabilmente al fiero temperamento del popolo da cui discende.

Zinedine, soprannominato Yazid, ha però anche una dote particolare nel trattare il pallone che rotola incessantemente nei faticosi vicoli pieni di polvere della Castellan. Questa dote, insieme all’innata eleganza e a una capacità di coordinarsi fuori dal comune, lo porta ad essere notato presto dagli osservatori francesi. Prima Caen, poi Bordeaux, e dopo Italia, alla Juventus, dove la sua carriera spicca definitivamente il volo.



Ci sono però due date fondamentali nella carriera di Zidane, che lasceranno un segno indelebile anche nella storia del pallone e lo consegneranno ai posteri come uno dei più forti di sempre. Due splendide notti estive sotto i cieli d’Europa, a otto anni di distanza l’una dall’altra. Due occasioni simili ma con due finali molto diversi, scritti però inevitabilmente dalla stessa mano. Mano aiutata, anzi guidata, dalla stessa testa. Quella di un bambino di Cabiria che per allora sarà arrivato in cima al mondo.


ALORS ON DANSE

Zidane e la finale di Coppa del Mondo del 1998

Il 12 luglio 1998, due giorni prima dell’anniversario della presa della Bastiglia, la Francia gioca la prima finale di coppa del mondo della sua storia davanti al proprio pubblico, in uno Stade de France che sembra scoppiare, gremito di gente ed entusiasmo. Era la finale sognata da tutti, contro il Brasile. Le due squadre più forti della competizione una di fronte all’altra. Quella partita praticamente non si giocherà: il Brasile, provato oltre misura dalle note vicende pomeridiane del suo Fenomeno, non entrerà in campo. Sarà un assolo Bleu, una passerella che porterà la Coppa del mondo per la prima volta sotto la Tour Eiffel.

La Francia attacca e controlla, e al minuto 27 beneficia di un calcio d’angolo da destra. Il biondo Petit alza una parabola sulla quale si avventa Zidane, che sovrasta Leonardo e di testa infila sul primo palo Taffarel. 1-0, il Brasile non si riprenderà. Non ne ha le forze fisiche né mentali. Allo scadere del primo tempo un altro calcio d’angolo, questa vola lo batte Djorkaeff dalla sinistra. Zizou non ha nemmeno bisogno di saltare, come se la sua fronte calamitasse la palla. Schiaccia il pallone in rete, in mezzo alle gambe di Roberto Carlos che presidiava il palo. Un bacio alla maglia della Nazionale sotto i suoi tifosi, un abbraccio all’amico di sempre Dugarry tornando verso il centro del campo.

La testa di Zizou è andata a prendersi la Coppa più importante. Ha portato la Francia in cima al mondo.    In quel 1998 vincerà anche un inevitabile Pallone d’oro, quarto connazionale a cui France Football assegna il prestigioso premio. Nel 2000, vincendo la finale di Rotterdam contro l’Italia, porta la sua nazionale sul tetto d’Europa dopo 16 anni dal trionfo di Le Roi Platini nell’europeo casalingo del 1984. Zidane passa dalla Juve al Real Madrid nel 2001, divenendo il trasferimento più costoso nella storia del calcio fino ad allora, 150 miliardi di lire.


ALORS ON CHANTE

Zidane dal gol al Leverkusen alla (s)capocciata a Materazzi


Resterà fino a fine carriera alla Casa Blanca, grande protagonista dell’era dei galacticos di Florentino Perez. Quella squadra raccoglie a livello di trofei sicuramente meno di quello che avrebbe potuto fare, ma riesce comunque a togliersi diverse soddisfazioni. La più grande è indubbiamente la vittoria della Champions League nel 2002, nella finale di Glasgow contro il Bayer Leverkusen. In quella partita l’incredibile talento di Zidane è messo in luce da un goal senza senso, probabilmente il più bello segnato in una finale di Coppa dei Campioni.

Un sinistro al volo perfetto, su una palla che arriva dall’alto, buttata in area quasi alla cieca da Roberto Carlos. Un gesto tecnico difficilmente spiegabile a parole, di un’eleganza e di una coordinazione sovrannaturali. Il corpo che si piega perfettamente alla ricerca della palla. La gamba lasciata andare e il piede sinistro che incontra perfettamente il pallone, spedendolo con chirurgica precisione sotto il sette della porta difesa da un incolpevole Butt.

Il più bel gol segnato in una finale di Coppa Campioni

Nell’agosto del 2004, dopo gli Europei portoghesi, annuncia il suo ritiro dalla nazionale francese. Tornerà sui suoi passi a metà dell’anno successivo, dandosi la possibilità di un ultimo tango, questa volta non più a Parigi ma nella vicina Germania, per i Campionati del Mondo 2006. Prima di andare in scena per l’ultima volta con la adorata maglia Blu, però, saluta definitivamente il suo pubblico madrileno, che lo acclama come un re nella sua ultima presenza al Bernabeu, contro il Villarreal di Riquelme.

Arriviamo così a Berlino, la sera del 9 luglio 2006.

La seconda data che resterà impressa nella storia del calcio. Una notte che sembra avere tutto per assomigliare in maniera perfetta a quella di 8 anni prima a Parigi. Ma la capitale tedesca, si sa, è da sempre molto più lontana da quella francese di quanto dica la mera geografia. Un’altra finale mondiale, dopo quella di casa; e come a Rotterdam nel 2000 l’avversario è l’Italia. Sarà l’ultima recita di Zizou, comunque vada. Ha deciso da tempo, dopo quella partita non calcherà più un campo di calcio con gli scarpini ai piedi.

La Francia quella sera è più forte. E’ una squadra piena di talento che Zidane, con la fascia di capitano al braccio, dirige alla perfezione. Al settimo minuto la partita è già in discesa, con un rigore realizzato col cucchiaio proprio da Zizou. L’Italia però è tosta, anche lei zeppa di grandi giocatori, e seppur colpita a freddo non molla e trova il pareggio a metà prima tempo, segna Materazzi. Di testa. La partita continua sui binari dell’equilibrio: fa meglio la Francia, Zidane va vicino alla doppietta, ma il risultato non si sblocca. Alla fine, tempi supplementari.

Al minuto 109 l’episodio che segna la fine della storia. I due marcatori del match, Zidane e Materazzi, vengono a contatto nei pressi dell’area italiana. Nulla di che, sembra. Uno scambio di battute mentre risalgono il campo con la palla che torna verso la metà campo francese.

Sembra tutto normale, un piccolo scontro di gioco come ne succedono a migliaia durante una partita di pallone.

Ma Zizou, qualche metro più avanti, all’improvviso si ferma e torna verso Materazzi.

C’è stata da parte dell’italiano, si saprà, un’offesa verso la sua famiglia che il francese non può far passare. Il suo orgoglio berbero non glielo permetterebbe. Zizou torna per un secondo Yazid, torna tra i vicoli polverosi e sporchi di Le Castellan, torna alla sua infanzia dove c’era da lottare ogni giorno contro mille avversari diversi, spesso lontani dai campi di calcio. Questa volta, a differenza di otto anni prima, la sua testa non incoccia perfettamente un pallone regalando il trionfo alla Francia, ma colpisce violentemente Materazzi in pieno petto.

E’ un immagine che fa immediatamente il giro del mondo, diventando leggenda. Yazid viene espulso, termina qui la sua ultima recita. Poi in un attimo Yazid torna ad essere Zizou, lascia la fascia di capitano a Sagnol e va verso gli spogliatoi con lo sguardo fiero di chi sa che non avrebbe potuto fare altro. Nella strada che lo porta al sottopassaggio passa di fianco alla Coppa del Mondo sistemata a bordo campo. Non la degna neanche di uno sguardo, sa già come andrà a finire.

Dopo quasi 20 anni di carriera esce così per l’ultima volta da un campo di calcio Zizou, il campione che ha vinto tutto e messo il mondo ai suoi piedi. Esce però di scena come sarebbe uscito Yazid, il bambino berbero che giocava e lottava ogni giorno nella polvere di una periferia francese. Perché, in fondo, è giusto che certe cose non cambino mai, che rimangano così per sempre.

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