Storia, cause ed evoluzione di una dinamica sui generis.
Chi vuole affrontare sul serio la violenza, dovrà una buona volta ammettere che oggi abbiamo un grosso problema anche solo a parlarne. O meglio: ne parliamo tutti, la vediamo ovunque – telegiornali, ma soprattutto serie tv, film e videogiochi – ma non riusciamo proprio ad accettarla (quando ci riguarda da vicino in modo particolare). La violenza, diciamo sempre, è inaccettabile.
Da quando, però? Da quando, cioè, l’uomo ha smesso di affrontare la violenza, di affrontarla faccia a faccia tutti i giorni, s’intende? Tutti i miti cosmogonici iniziano con la morte di qualche personaggio (titano, divinità o quel che sia); secondo un’autorevole parte della fisica il Big Bang non sarebbe l’inizio del nulla, ma la fine di qualcosa; infine e soprattutto il Dio che ha proclamato in pura essenza di essere amore (1Gv 4,16) è morto sulla croce, quindi di una morte violenta e brutale.
Perché allora abbiamo tutta questa difficoltà ad affrontare la violenza, anziché accettarla come parte costitutiva dell’essere? Risposta (possibile): nella nostra parte di mondo, un periodo così lungo di «pace e prosperità» non si era mai visto. Altrove, la violenza è questione concreta, carnale, quotidiana. Da noi le cose stanno diversamente, lo sappiamo. Al contempo, anche da noi, c’è chi si oppone a questa dinamica – data quasi per scontata. Non per nichilismo, differenziazione dalla politica o come rimedio alla noia, ma perché crede fermamente in un codice.
Il movimento ultras, a ben guardare, è l’unica sottocultura rimasta a non raccontarsi dall’esterno. Essa ancora resiste a quella narrazione che snatura le cose elogiandole: un po’ come fanno i club di calcio con la riproposizione annuale delle maglie vintage, una bella paraculata per strizzare l’occhio ai tifosi scucendogli un sacco di soldi senza che questi neanche se ne accorgano (è un esempio tra tanti). Proprio perché gli ultras non si raccontano, è difficile penetrare il loro mondo. Parlarci, ancora meno. Alcune cose devi viverle, per capirle. E con la violenza questa difficoltà si amplifica, naturalmente – perché entriamo qui nell’intimo delle cose. Per questa ragione, non abbiamo certo la pretesa di aver capito tutto: al contrario, vorremmo qui aprire un dibattito. Cercando magari anche di capire come tutto questo possa avere un’utilità anche per chi non vive quotidianamente la realtà ultras.
Cap. I
Niente più come prima: gli anni Ottanta
La violenza, dicevamo, fa parte dell’essere umano da sempre. Ma non ha sempre fatto parte del movimento ultras. D’altra parte, quando la violenza da stadio non rientra ancora nelle cronache quotidiane della stampa nazionale, non si parla di «movimento ultras» ma più propriamente di «tifosi» o «supporters». Certo, qualche tafferuglio è naturale che accada, di tanto in tanto. Una lite a causa di un episodio arbitrale incerto, lo scontro verbale tra tifosi opposti assisi uno al fianco dell’altro – ciò che è normale ancora all’inizio degli anni Ottanta in Italia: in questo momento della storia, non esistono neanche i “settori ospiti”.
«Nel secondo dopoguerra gli episodi divennero sempre meno occasionali, e legati all’andamento della gara, mentre un ruolo maggiore venne assunto dalla rivalità tra le tifoserie. Non sparirono gli assedi agli arbitri, le contestazioni e le aggressioni nei confronti di squadre e giocatori, ma accanto a essi emergeva una violenza legata, almeno in parte, al clima sociale del tempo e al protagonismo dei giovani».
Milazzo 2023, 2
Cap. I, § 1
Uno spartiacque: la morte di Vicenzo Paparelli
Una data, unanimemente condivisa dalla critica, cambia questo stato di cose: è il 28 ottobre del 1979. Un razzo partito dalla Curva Sud romanista sorvola il terreno di gioco dello Stadio Olimpico e interrompe la sua corsa nella curva opposta, la Nord laziale, dove viene ucciso Vincenzo Paparelli. Il giorno dopo, Giovanni Arpino, su La Stampa, titola: «I barbari della domenica». È l’inizio di un’altra storia, per gli ultras e per il calcio italiano in generale. Termina l’era dei «gruppetti» da stadio anarchici e inizia quella delle tifoserie organizzate. La paura che l’episodio genera a livello mediatico nazionale, infatti, ha lo strano effetto di rafforzare l’identità degli ultras, anziché scalfirla o abbatterla.
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