Un uomo solitario, in giubilo di fronte all’immensità degli spazi che gli si aprono di fronte, contempla la straordinaria luminescenza di una grande croce metallica. Isolato, altero e separato dal mondo dai 4.478 metri del Cervino, Walter Bonatti è stato immortalato nel momento che avrebbe desiderato come massimamente intimo e che, al contrario, ha finito per rappresentare uno dei simboli principali della vita di uno straordinario protagonista della storia italiana del secondo dopoguerra. La “prima” invernale al Cervino, una straordinaria impresa di resistenza e tenacia, conclusa con successo il 22 febbraio 1965 sancì al tempo stesso il culmine e la conclusione della carriera di Bonatti nell’alpinismo estremo e coronò degnamente una parabola sportiva ed umana che aveva garantito all’alpinista nato a Bergamo nel 1930 una popolarità nazionale che questi si era guardato bene dall’incentivare.

Walter Bonatti, a sinistra, insieme al compagno Eric Abram dopo la salita al K2

Walter Bonatti, a sinistra, insieme al compagno Eric Abram dopo la salita al K2

Un carattere riservato, modesto e introverso ha sempre accompagnato Bonatti nel corso delle sue imprese alpinistiche, vissute principalmente come sfide umane, ricerche dei limiti personali e, soprattutto, viaggi, esplorazioni, avventure al tempo stesso atletiche, umane e morali. Bonatti, personaggio romantico, quasi byroniano, ha affascinato generazioni di italiani con le cronache delle sue scalate e dei suoi viaggi in terre remote compiute per conto di Epoca dopo il ritiro dall’alpinismo, presentandosi in ogni racconto come un personaggio contingente, non arrogando mai a sé stesso quel ruolo da protagonista che è sempre lasciato alla Natura. Il talento naturale di narratore del grande alpinista lombardo imprime vividezza ai suoi racconti, porta il lettore nel cuore delle sue imprese, sia che si tratti della cronaca della salita al Grand Capucin del 1951 sia che il tema sia la descrizione del viaggio compiuto da Bonatti sulle orme dei cercatori d’oro in Alaska nel 1965.

“Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi”

Dalla Tanzania alla Patagonia, dalla Nuova Guinea all’Antartide, Bonatti ha viaggiato da un capo all’altro del pianeta e potuto saziare una irresistibile fame di conoscenza e avventura, alimentatasi con le grandi esplorazioni dopo che il mondo dell’alpinismo aveva cessato di fungere da magnete, da catalizzatore per il “Re delle Alpi”. Un artigiano delle montagne come Bonatti, un alpinista vecchio stampo capace di forgiare i suoi stessi chiodi, di cercare il rapporto personale con la roccia e di trovare un modus vivendi con la montagna mal si conciliava con le profonde innovazioni tecniche della disciplina, che anziché sviluppare l’alpinismo in maniera razionale, secondo Bonatti, erano esclusivamente funzionali alla sua trasformazione in “fucina di record”.

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Walter Bonatti in bivacco nel primo tentativo di attacco alla parete Nord del Cervino insieme a Gigi Panei e Alberto Tassotti

Dai libri di Bonatti, tra cui spicca sicuramente I miei ricordi, traspare l’interpretazione romantica che egli faceva della sua disciplina: l’alpinismo era per Bonatti uno stile di vita, non un semplice esercizio di resistenza fisica, una palestra di vita capace di temprare la mente e l’animo attraverso le sfide che esso poneva all’uomo e, soprattutto, un mezzo di comunicazione tra l’uomo e la Natura. Le scalate e le esplorazioni compiute da Bonatti, infatti, non erano da questi interpretate come una campagna di conquista o una sfida personale alla Natura: se vi era competizione, essa era contro i limiti di resistenza imposti dalla tenuta mentale e fisica dell’essere umano, che Bonatti mirava continuamente a travalicare. Sicuramente questa concezione ha contribuito ad accentuare la vocazione solitaria ed individualista di un uomo capace di superare a più riprese i propri limiti.

 

Gli egoismi e le maldicenze interne al mondo dell’alpinismo professionistico contribuirono ad incentivare il ripiegamento introverso di Bonatti, che visse con particolare amarezza l’annosa vicenda della conquista italiana del K2. Mezzo secolo di versioni ufficiali distorte, accuse infamanti e dibattiti a ripetizione hanno macchiato per sempre la narrazione della spedizione alpinistica organizzata da Ardito Desio per espugnare la cima della seconda vetta più alta del mondo. Il “fardello di esperienze personali negative” di cui Bonatti parla in Le mie montagne si accumulò sulle sue spalle a partire dalla notte precedente l’assalto finale alla vetta del K2 da parte di Bruno Compagnoni e Lino Lacedelli, nel corso della quale Bonatti e lo sherpa Amir Mahdi furono costretti a bivaccare all’addiaccio a 8.250 metri di quota, in piena “zona della morte”, dopo aver portato l’ossigeno decisivo per il compimento della scalata finale.

 

 

Solo dopo mezzo secolo Bonatti ha potuto veder riconosciuto il suo ruolo, a lungo negato, nel successo del K2 grazie alla delibera a lui favorevole del Club Alpino Italiano; la ferita aveva continuato a segnare profondamente l’animo di Bonatti, che nel dicembre del 2004 rifiutò l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica concessagli dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi proprio a causa del suo contemporaneo conferimento ad Achille Compagnoni. Quattro anni prima, Bonatti era stato decorato da Jacques Chirac con la Legion d’Onore della Repubblica Francese, riconoscendogli il giusto merito per il contributo da lui avuto nel salvataggio di due dei sette membri della spedizione italo-francese sul Pilone Centrale del Freney a cui aveva partecipato nel 1961.

 

Chirac in quell’occasione si riferì a Bonatti come a “un gigante dell’avventura”. Tale appare ancora oggi la miglior definizione con cui offrire un’inquadratura alla straordinaria parabola umana di Walter Bonatti, figura eccezionale del Novecento italiano che, a sette anni dalla morte, continua ancora a emozionare e a essere ricordata dal grande pubblico. Nel mondo contemporaneo, l’assenza di personaggi come Bonatti si fa sentire più pesante che mai: la semplicità, la modestia e la grandissima umanità del “Re delle Alpi” rappresentano infatti qualità sempre meno riscontrabili in un frenetico mondo che, tra la spettacolarizzazione e la banalizzazione, stenta a inquadrare dei valori duraturi.