Azteca, 22 luglio 1986, Argentina-Inghilterra, la mano de Dios, il gol del siglo, il Barrilete Cosmico di Hugo Morales, le Malvinas, il post dittatura. Ripartiamo da qua, 40 anni dopo, perché l’avversario sarà lo stesso. Nel mezzo però, soprattutto negli ultimi quattro anni, qualcosa è cambiato. Questo cambiamento riguarda la percezione dell’Argentina nell’immaginario più o meno collettivo e più o meno mediatico. Al centro di questo nuovo immaginario c’è la figura di Lionel Messi, capitano di una nazionale “ribelle” che flirta con il potere dell’establishment, caduto in quella che sembra essere una classica trama cospirazionista.
Cercherò di muovermi sul livello di questo immaginario e della narrazione mediatica che sta accompagnando la seleccion albiceleste – perché spesso, tra quello che si racconta e quello che si vive, c’è un margine di differenza importante, soprattutto se la narrazione è veicolata da chi è fuori dal contesto in cui le cose avvengono.
Il canovaccio, esterno, ora sembra essere questo: “l’Argentina è la favorita”, “l’Argentina ruba”, “l’Argentina è amica dei potenti”, “VAR-gentina”, “La mano de Trump”.
Sembra che, da nazionale della ‘rebeldia’, l’Argentina sia diventata una prosecuzione dell’establishment e quindi inizi a suscitare diverse antipatie – tranne ovviamente agli argentini che hanno anche ironizzato su questo tema come mostra la pubblicità del Fernet Branca, in cui i tifosi di tutto il mondo chiedono all’Argentina di non rivincere il Mondiale perché non riescono a sopportare altri quattro anni di prosopopea eroica.
Affermo questo da una prospettiva situata, nel senso vero del termine. Perdonate la prima persona e quell’io che, come insegna Gadda, è il più lurido dei pronomi. Tuttavia sono quasi due anni che frequento Buenos Aires, dove sto portando avanti un progetto di ricerca sul ruolo sociale e culturale che svolgono i club calcistici all’interno della città e della sua periferia – il cosiddetto conourbano che, per farvi capire l’estensione, è come se arrivasse da Roma a Firenze. In questo momento mi trovo a Buenos Aires nel quartiere di Caballito, dove ha sede il grande Ferrocarril Oeste di cui ha ottimamente scritto su queste colonne Alberto Fabbri.
Parto da un primo elemento di rottura che poi, a catena, potrebbe aver generato questo sentimento calcistico anti-argentino difficilmente riscontrato in anni passati. Il primo elemento “purtroppo” si chiama Messi . . .
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