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Tennis
28 Gennaio

Play it again, Roger!

Jacopo Natali

3 articoli
Il primo Slam per Wozniacki, il ventesimo per il Re. Sotto un caldo estenuante si sono riscritti non solo i record ma anche la storia di questo torneo.

L’Australian Open è giunto a conclusione portando con sé un pezzo di storia tennistica. Roger Federer, vincendo la finale, ha sollevato il ventesimo trofeo di uno Slam, il sesto a Melbourne. Si tratta di una grande impresa, e non solo perché ha migliorato il suo precedente record. Di fatti, dopo gli infortuni che l’hanno costretto a stare lontano dai campi da tennis per sei mesi nel 2016, erano in pochi a pensare che sarebbe potuto tornare competitivo a trentasei anni, ancora meno quelli che ritenevano che avrebbe potuto vincere ancora uno Slam. Invece, ad un anno dal rientro, gli Slam vinti sono addirittura tre. L’avversario, Marin Cilic, che proprio dallo svizzero aveva subito una dura lezione nella finale di Wimbledon 2017, questa volta ha avuto il merito di provarci per davvero, e per tratti di partita ha mostrato il suo tennis migliore. Il croato è giunto in finale superando per la prima volta in carriera, ai quarti di finale, Rafa Nadal. Il maiorchino si è ritirato quando era sotto di un break nel quinto set, dando vita poi, in conferenza stampa, ad una polemica riguardo l’eccessiva durezza delle superfici e l’effetto esiziale che questa ha sulla salute dei tennisti. Nadal chiede che si facciano più tornei sulla terra e meno sul cemento. La questione non è certo nuova, ed è dubbio se questa volta avrà seguito, tuttavia, il grande numero di infortuni che hanno colpito i giocatori negli ultimi anni – tra i molti: Federer un anno e mezzo fa, Djokovic e Murray l’anno scorso – tenendoli lontani dai campi per interi mesi, porta a pensare che questa volta una risposta vada data. Fino agli anni Settanta la maggior parte dei tornei si giocava su erba, aumentare i tornei su questa superficie potrebbe essere una soluzione alternativa a quella che da anni invoca Nadal.

 

Il solido servizio ha permesso al Re di contare su un'arma sempre pronta. (Foto di Darrian Traynor/Getty Images)
Nonostante sia stato altalenante durante il torneo, il servizio si è rivelata una solida arma nelle mani del Re in questa finale. (Foto di Darrian Traynor/Getty Images)

 

I quarti di finale sono stati la partita più difficile anche per Federer, che ha dovuto affrontare un Berdych agguerrito. Il ceco per un set si è mostrato degno avversario, sbagliando praticamente nulla, e Roger si è trovato nella difficoltà di dover trovare soluzioni per inseguire. Dopo aver però sprecato due set point e perso il set, Berdych si è eclissato e così il campione di Basilea ha potuto chiudere senza problemi la partita. In semifinale lo attendeva la rivelazione del torneo, Chung, primo sudcoreano della storia a giungere ad una semifinale di un major. Per arrivarci, aveva battuto il suo idolo Djokovic, in una partita molto combattuta, nonostante il risultato di tre set a zero. Le fatiche contro il serbo agli ottavi e contro l’americano Sandgren, altra sorpresa del torneo, hanno però causato delle vesciche sui piedi di Chung che l’hanno costretto al ritiro dopo un set e mezzo. Nell’altra semifinale, Cilic ha liquidato altrettanto facilmente il britannico Edmund.

 

"Ai Piedi Chung non ha vesciche: sono le stigmate che ti vengono quando incontri Dio. E Dio è Roger Federer." Cit. John McEnroe. Foto di Michael Dodge/Getty Images
“Ai piedi Chung non ha vesciche: sono le stigmate che ti vengono quando incontri Dio. E Dio è Roger Federer.” Cit. John McEnroe. Foto di Michael Dodge/Getty Images

 

Quella che si annunciava una finale scontata si è rivelata una partita accesa, con continui capovolgimenti di situazioni, dall’esito incerto fino alla fine. Il primo set è una passeggiata per Roger: Cilic è spiazzato dal suo gioco. Federer sta sempre con i piedi dentro al campo e gioca d’anticipo, attaccando ogni palla che permettesse di tagliare il tempo: tenendo gli scambi il più corto possibile e indovinando le direzioni del potente servizio del suo avversario, RF ha trasformato il tempismo in risposte spesso vincenti. Il croato, che nella settimana ha affrontato giocatori che stavano qualche metro fuori dal campo, si è così venuto a trovare senza soluzioni, costretto sempre alla difesa da un ritmo scazonte. Nervoso, spaesato e incapace di reagire, Cilic perde il primo set in ventiquattro minuti. Con il secondo set però si entra nel vivo della partita: Cilic trova le misure ad un Federer che perde la lucidità necessaria per trasformare le poche palle break concessegli. Si giunge così al tie-break, che il croato gioca con maestria. Roger decide quindi di prendere in mano la situazione, cambiando tattica e sfruttando maggiormente il back di rovescio, costringendo Cilic a piegare le ginocchia fino a quasi toccare terra e mettendolo così in seria difficoltà. La brillantezza che ha contraddistinto lo svizzero fino al terzo set, lo abbandona nel quarto. Non trova più prime di servizio e perde la sicurezza col rovescio. Ad infierire ci pensa Cilic, che porta il suo gioco ad un livello simile a quello che gli aveva consentito di vincere lo US Open nel 2014. Roger sembra abbattuto, l’inerzia del match ora pende in favore del croato che, sfruttando il calo di Federer, impone il proprio gioco, obbligandolo a scambi lunghi e ad un quinto set. Nel set decisivo è però lo svizzero a trionfare: un 6-1 dai primi tre game molto accesi che poi si è risolto in una marcia verso la vittoria. Sollevando per la sesta volta il trofeo, The King è entrato nella storia come il primo uomo a vincere 20 Slam.

 

Al momento della premiazione ROger non riesce a trattenersi e sono lacrime vere a scendere sul suo volto. Foto di Michael Dodge/Getty Images
Al momento della premiazione Roger non riesce a trattenersi e sono lacrime vere a scendere sul suo volto. Foto di Michael Dodge/Getty Images

 

Nell’altra metà del cielo, la finale femminile ha regalato altrettante emozioni. In un torneo indecifrabile, la finale ha visto affrontarsi da un lato la numero uno del mondo Simona Halep e dall’altro la numero due Caroline Wozniacki. Il match è sembrato fin da subito nelle mani della danese, capace di trovare profondità ai propri colpi e di imporre ritmo e direzione agli scambi. Halep dal canto suo prova ad uscire dalla gabbia dei rimbalzi con dei vincenti, ma la strategia non funziona: Caroline è un difensore straordinario e si muove lateralmente molto bene, raggiungendo ogni angolo del campo, recuperando ogni palla e costringendo la rumena a giocare sempre il colpo in più, portandola all’errore. La Wozniacki è avanti di un break e in controllo, ma la Halep è sempre in partita e approfitta di una distrazione della danese per recuperare lo svantaggio e portare il set al tie-break. Caroline è brava e non perde la concentrazione per portare a casa il primo set, per lei il primo vinto in una finale di un torneo del Grande Slam. Halep sembra non riuscire a trovare la strategia giusta per battere la danese.

 

Emerge la frustrazione anche nei gesti di Simona Halep. Foto di Scott Barbour/Getty Images
Emerge la frustrazione anche nei gesti di Simona Halep. Foto di Scott Barbour/Getty Images

 

Il rovescio della Wozniacki infatti è un’arma letale: con esso la danese trova angoli strettissimi e traiettorie alte a piacimento, e questo sembra preoccupare la rumena, che lo evita il più possibile giocando sempre in lungolinea anche quando tatticamente sbagliato, concedendo così a Caroline più tempo per preparare i suoi colpi. Una finale di uno Slam però non è solo tennis, ma anche coraggio, nervi e forza di volontà. Queste qualità non mancano a Simona, che quando supera la paura del rovescio dell’avversaria gioca colpi incrociati molto angolati. Riesce così a ribaltare la situazione, che comincia a spingere a tutto braccio, questa volta trovando lei la profondità necessaria per mettere in difficoltà l’avversaria. Rinfrancata, Halep sembra aver trovato fiducia ed energia, e riequilibra la partita vincendo il secondo set. Tuttavia, Wozniacki è un avversario ostico.

 

MELBOURNE, AUSTRALIA - JANUARY 28: Caroline Wozniacki of Denmark poses with the Daphne Akhurst Memorial Cup on an elegant wooden punt ride at the Royal Botanic Gardens after winning the 2018 Women's Singles Australian Open Championship on January 28, 2018 in Melbourne, Australia. (Photo by Vince Caligiuri/Getty Images)
Caroline posa con la coppa Daphne Akhurst Cup al Melbourne Park il giorno dopo la vittoria. Foto di Scott Barbour/Getty Images

 

Forse a causa della tensione o della stanchezza, la danese non sfrutta delle opportunità di imporre un break all’avversaria nel terzo set, e in un attimo si trova lei stessa sotto di un break. Caroline fa appello alle ultime energie rimaste per ritrovare l’aggressività nei colpi necessaria per recuperare e vincere il match, il torneo e la corona da numero uno del mondo. Halep, stremata anche da un caldo estenuante che la costringerà ad un ricovero per disidratazione, è sconfortata: è la terza finale slam persa di fila, la seconda in meno di un anno. Caroline, invece, riesce a scrollarsi di dosso la scomoda etichetta di regina senza corona: ora può orgogliosamente affermare di essere la numero uno con un titolo slam in bacheca.

 

In copertina foto di Scott Barbour/Getty Images

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