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Editoriali
30 Marzo

Psicopatologia del tifo

Andrea Antonioli

70 articoli
L'ultima grande narrazione collettiva rimasta.

Prendete due gruppi di tifosi, di Chelsea e Manchester United, che abbiano tifato la propria squadra per una media di 15 anni avendola vista giocare almeno 25 volte. Ficcateli dentro uno scanner per la risonanza magnetica cerebrale e mostrate loro un video con le azioni salienti delle partite tra blu e rossi. Chissà cosa deve esser passato nella testa di un’equipe dell’Università di York, forse la noia, i fondi a pioggia o la pioggia inglese – quella vera – che impediva a Timothy Andrews e ai suoi di uscire all’aria aperta.

Fatto sta che questo esperimento sociale è stato condotto davvero, con l’obiettivo di capire quali aree del cervello, e come, fossero interessate nel processo del tifo. Roba cervellotica, da scienziati che non vanno neppure al bagno senza che la Scienza abbia spiegato loro perché è necessario farlo. Comunque dallo studio è venuta fuori una cosa interessante: mentre le regioni cerebrali deputate alla visione si comportavano nello stesso modo (i due gruppi vedevano le stesse azioni), le aree riservate alle funzioni cognitive reagivano in maniera assai diversa.

Per dirla in termini pseudo-filosofici anziché neurologici: non esistono fatti ma solo interpretazioni. I due gruppi guardavano e riconoscevano la stessa partita, ma al momento di un contatto dubbio vedevano due cose diverse: gli uni erano sicuri del rigore, gli altri della simulazione.

“Quando compariamo l’attività cerebrale dei tifosi della stessa squadra e di quelli di squadre rivali, vediamo che nelle regioni sensoriali del cervello è coerente per tutti i partecipanti – o, in altre parole, tutti vedono e ascoltano la stessa partita.

Ma nelle regioni frontali e sottocorticali del cervello – incluse le aree note per essere attive nel sistema di ricompensa, nell’autoconcetto e nel controllo del movimento – c’era una correlazione tra i tifosi della stessa squadra, ma differenze significative tra i due gruppi. Questo è ciò che permette a fan di squadre rivali di sviluppare una diversa interpretazione della stessa partita”.

– Professor Tim Andrews, sospetto disturbato mentale

Le conclusioni della ricerca, sostanzialmente, attestavano come alcune aree del cervello risultassero influenzate da pregiudizi, ideologie, appartenenza etc, riconoscendo nella mentalità di gruppo un istinto umano primordiale conservato pressoché intatto durante la nostra evoluzione (è vero che l’uomo è il più adattabile degli animali ma tra gli uomini cacciatori-raccoglitori e noi, seduti-consumatori, biologicamente non è cambiato poi tanto). Partiamo però dall’inizio.

Cosa c’è di razionale ad esempio nei tifosi del Monaco 1860, sprofondati in terza divisione ma sempre lì, come se nulla fosse? (Thomas Eisenhuth/Bongarts/Getty Images)

L’Accademia della Crusca ci dice che la parola tifo (così come tifare) è registrata per la prima volta nel Dizionario moderno di Alfredo Panzini (edizione del 1935), molto attento agli sviluppi lessicali nazionali. L’uso del termine, metaforico e figurato, estendeva il significato del tifo quale malattia ad altri ambiti: a noi interessa lo sport ma oggi si tifa per chiunque, dagli amici ai politici. Quando Pasolini definiva allora il tifo “una malattia giovanile che dura tutta la vita” – sulle orme di Montale, per cui «dallo stadio calcistico il tifoso retrocede ad altro stadio: a quello della sua stessa infanzia» – PPP centrava due punti cruciali: innanzitutto l’aspetto patologico, ma poi anche la sua carica irrazionale e vitalistica.

Giovanile rimanda a quella benedetta fase dell’esistenza in cui siamo ancora coinvolti dalla realtà, dalle persone, dalle cose. Churchill diceva che da giovani bisogna essere di sinistra e da adulti di destra, e sostanzialmente si riferiva a questo: più diventiamo grandi più si mette in moto il pensiero calcolante, in un realismo spietato che cede ben presto al cinismo – anche perché, a continuare a nutrire speranze nell’umanità, si prendono solo … diciamo delusioni. Crescendo svaniscono i sogni, aumentano le pressioni, si prosciugano stimoli e fantasia.

Per lo stesso motivo Walter Sabatini, a distanza di un secolo e in tutt’altro ambito, confessa: «sono in conflitto ma bisogna essere di sinistra sempre, nel calcio come nella vita».

Per restare giovani ed entusiasti, ingenui e sognatori. Probabilmente per Walter il tifo stesso, una formidabile rinuncia al principio di realtà, non può che essere di base di “sinistra” (una sinistra pre-politica e non certo identificabile con quella odierna, ça va sans dire, ormai più realista del re). Comunque sia, destra o sinistra, il tifo si sottrae alle logiche più perverse della contemporaneità ed è anche un modo per uscire al di fuori di sé, per entrare in una narrazione più ampia e cedere all’imprevisto, alla mancanza di controllo, alla vertigine.

Sostenendo veramente una squadra siamo trasportati in una dimensione che sfugge all’addomesticamento contemporaneo, alla stringente ma asfissiante logica corrente. Non è un caso che, secondo un altro studio di due economisti dell’Università del Sussex, il tifo regali più delusioni che gioie: è come se facessimo un investimento a perdere, ed è proprio questo ciò che innesca la magia.

“Stando alla loro analisi, al termine di una partita i tifosi della squadra vincitrice guadagnano 3,9 punti di felicità, in una scala che va da 1 a 100. I perdenti invece si trovano in una situazione molto più estrema: l’umore dei fan in questo caso peggiora infatti di 7,8 punti.

E se gli effetti della vittoria durano circa un’ora, quelli di una sconfitta svaniscono ben più lentamente, visto che l’umore dei perdenti resta pessimo anche a tre ore dal termine della partita”.

– Dall’articolo di Simone Valesini su Repubblica, 25/07/2018

Ringraziamo l’impegno delle Università, ma si tratta di cose che noi già sappiamo per esperienza diretta. Possiamo testimoniare, confusamente, quanto i risultati della squadra del cuore riescano ad influire sul nostro umore; magari non sapremmo spiegarne i motivi – mica è facile capire perché dei calciatori spesso strapagati siano capaci di rovinarci giorni e settimane. La verità è che un motivo, o meglio una ragione, non c’è; le ragioni non arrivano a spiegare il tifo. Come diceva Gianni Brera: «Chi ne delira va compreso, non compatito; e va magari invidiato, non deriso».

Tifo Newport County
Il singolo non basta a se stesso: qui un tifoso del Newport County ringrazia l’altissimo per il gol della sua squadra al Manchester City in FA Cup – la rete, all’88’ minuto, era quella del 1-3, totalmente inutile ai fini del risultato (Michael Regan/Getty Images).

Qualcuno potrebbe parlare di rivalsa e/o evasione dalla vita di tutti i giorni, di libertà, di amore disinteressato, ma ciò non esaurisce la questione. La causa è da ricercare nell’uomo stesso, nella sua necessità di trascendere la realtà sensibile e abbandonarsi a una narrazione più grande: il tifo è religione laica, l’ultima grande narrazione sovra-individuale dei nostri tempi. Morto Dio, svuotate le ideologie, scomparsa la morale, picconata la famiglia, i tifosi resistono ostinatamente tra il biasimo di chi vorrebbe cancellare anche l’ultima superstizione.

“Un branco – letteralmente – di trogloditi che fa casino e magari si picchia pure per una squadra di calcio. Ecco a cosa portano le superstizioni!”, sembra ripetere sicuro il coro mediatico.

E ancora, mettendo in moto il più bieco tra i pregiudizi utilitaristi: «cosa gliene viene in tasca, se la loro squadra vince?!». Così ragiona chi è abituato ad analizzare il mondo con la logica dell’utile: un’impostazione efficace quanto si vuole ma terribilmente volgare, “ripugnante” come diceva Baudelaire, che tutto voleva essere tranne che utile. Sarà poi che a noi i calcoli non son mai piaciuti già dalle elementari, e le celebri tasche le abbiamo sempre avute bucate, fatto sta che tifiamo proprio perché è l’ultimo gesto inutile, improduttivo e ribelle che ci resta.

Anche perché passi chi tifa per un top club, che nel rapporto costi-benefici spera che la bilancia penda sui secondi, e dunque “investe” sulle soddisfazioni personali garantite da vittorie e trofei. Ma come spiegare chi sostiene ostinato e contrario una piccola o media squadra? E ancora come motivare l’attaccamento morboso di tutti quei tifosi che subiscono limitazioni, sottraggono tempo alle proprie famiglie, pagano in soldi magari anche in salute e che poi, come se non bastasse, vengono demonizzati da giornalisti e intellettuali – quando non addirittura dai propri presidenti o calciatori.


Non c’è spiegazione, ed è per questo che oggi i tifosi sono indifendibili agli occhi del “pensiero forte”. Essi sono militanti di partiti che non esistono più, superati dalla storia, dagli eventi e dal calcio stesso. Eppure proprio per il fatto che la loro bandiera, anche se trasfigurata, sventola ancora, restano lì a sostenere la maglia (bell’alibi) nonostante la realtà li abbia ormai del tutto travolti. Tifosi per sempre, realisti – per fortuna – mai.

È questo meccanismo collettivo e irrazionale che oggi suona stonato, nell’epoca in cui non si appartiene più a nulla ma si è solo protagonisti di qualcosa (basta leggere le ricerche di “mercato” sulla Generazione Z, che mostrano la tendenza nella fascia 16/24 anni a non identificarsi più nella squadra bensì nei singoli top player). Da anni infatti, già prima che diventassimo vittime del lockdown – tra smartworking e delivery, app e serie tv – il concetto di gruppo veniva demonizzato. Scienze, media, pubblicità, psicologia sociale e filosofia banale, il leitmotiv era sempre lo stesso: le masse sono irrazionali, l’individuo è responsabile.

D’altronde lo abbiamo visto di cosa sono capaci le masse: di farsi sedurre da dittatori, discriminare gruppi, dichiarare (più o meno metaforicamente) guerra, di sconvolgere l’ordine costituito e assaltare Campidogli. Come scriveva Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io: «Le folle non provano il desiderio di verità. Chiedono solo illusioni, delle quali non possono fare a meno. Danno sempre la preferenza al surreale rispetto al reale». Da parte nostra preferiamo rispondere con Eduardo Galeano, che sportivamente la metteva in questi termini:

“Fino a quando dura la messa pagana, il tifoso è folla. Con migliaia di fedeli condivide la certezza che noi siamo i migliori, che tutti gli arbitri sono venduti, che tutti i rivali sono imbroglioni”.

Questo diventa oggi un pregiudizio collettivo che marchia a fuoco i tifosi: quello di cedere alle illusioni, di prediligere il surreale rispetto al reale, di coltivare una superstizione collettiva e irrazionale di cui hanno disperato bisogno; di abbandonarsi in definitiva ai meccanismi della massa. Nulla a che vedere con l’individuo responsabile il quale #restacasa anche per due anni filati, accumula, calcola, consuma, non si ribella mai. Un individuo tanto razionale quanto prevedibile, la cui esistenza si ripete sempre uguale e che, privato ormai di orizzonti comuni, si abitua così a (soprav)vivere.

Eppure, come hanno capito anche gli scienziati di York, la mentalità di gruppo è un istinto primordiale e costitutivo dell’essere umano, irriducibile alle categorie morali di buono e cattivo. 

Solo una società come la nostra, maniaca del controllo, può pensare di imbrigliare la natura nella morale. Il tifo dunque fa parte dell’uomo e, anche volendo parlare di “utile”, dovremmo rifarci ancora a Massimo Fini, il quale ne identifica il valore catartico di valvola di sfogo, necessario per canalizzare la naturale aggressività umana. Anche perché quest’ultima, quando repressa e non espressa, sfocia in forme ben più inquietanti e pericolose (Fini, riprendendo Ceronetti, parla dei “delitti delle villette a schiera”).

Soprattutto a certe latitudini il tifo è visto ancora come una forma profana di religione, necessaria addirittura a non far implodere intere comunità (Mario Tama/Getty Images).

Insomma, nell’epoca in cui lo sport conduce un’offensiva su vasta scala per presentarsi come spettacolo, e per depurarsi da tutte le sue componenti più marcatamente ”identitarie”, il tifo resta l’ultima trincea comune prima di diventare individui consumatori a tutti gli effetti: il vero tifoso se ne frega infatti dello spettacolo, e la sua vita (sportiva) è segnata dalla sofferenza in nome di una fede, una vocazione laica che lo accompagna fin dall’infanzia. Perché non siamo noi a scegliere per chi tifare ma è il tifo che sceglie noi, quando ancora siamo troppo piccoli per decidere “liberamente”.

Anche qui sta il suo carattere identitario e trascendente, e già da questa “chiamata” entriamo in una storia collettiva che spesso è la stessa dei nostri padri, dei nostri nonni. Il tifo si sottrae ai calcoli e ai meccanismi razionali, segue altre vie, spesso imperscrutabili.

Il tifo è in una parola irrazionale, motivo per cui rimane indigesto alla scienza. Essa, sempre in cerca della “verità”, può arrivare persino a sezionare il cervello di un cristiano (si fa per dire) pur di capire cosa ci sia in lui che non vada quando tifa: da quale sinapsi sbagliata sia provocato il processo del tifo, da quale assurdo retaggio sia mosso. Il tifoso viscerale diventa così un disturbato o un frustrato che, inesorabilmente, traduce nello sport gli insuccessi della vita privata.

Per questo, in una società che calcola tutto e ha una risposta pronta per qualsiasi domanda (anche per quelle che nessuno ha posto), dobbiamo alzare barricate in difesa del tifo: perché è l’ultima oasi selvaggia e comune che ci sia rimasta. Perché riprendendo ancora Galeano «raramente il tifoso dice: Oggi gioca la mia squadra, ma Oggi giochiamo». Un plurale che va al di là della ragione, del buon senso e anche dell’analisi logica; lo stesso plurale condiviso dai calciatori in campo i quali, pur essendo gli attori principali, hanno tuttavia da sempre una consapevolezza: «giocare senza tifosi è come ballare senza musica».

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