Il fenomeno ultras in terra iberica, dai primordi ai giorni nostri.
Se si vuole analizzare il complesso movimento del tifo calcistico organizzato alla ricerca di una sua ipotetica essenza, fuori cioè dalle dinamiche contestuali dei singoli paesi, la Spagna è senza alcun dubbio il luogo più adatto. Pur fedele all’approccio ermeneutico per cui, in direzione di un’analisi onesta e completa, testo e contesto risultano complementi inscindibili e quindi nella fattispecie non si potrebbe separare il mondo del tifo organizzato dalle singole realtà in cui si articola – il caso iberico rimane esemplificativo e chiarificatore.
La Spagna, infatti, è stata priva di un movimento di tifo organizzato come comunemente inteso oggi fino alla morte del dittatore fascista Francisco Franco, nel 1975. Le esperienze più rilevanti di movimenti di tifosi in Europa erano, all’epoca, quella italiana, gli ultras, nata negli anni Cinquanta, e quella inglese, gli hooligans, di un decennio più giovane – anche se, chiaramente, in entrambe le esperienze si possono riscontrare dei prodromi più antichi; al contrario, la storia spagnola del tifo organizzato ha, dunque, solo mezzo secolo e facili un discorso storico efficace grazie ai suoi netti spartiacque e momenti decisivi che l’hanno segnata, cambiandole il corso – e che alla fine della mia disamina proverò a riepilogare in uno schema sintetico. Ma vado prima per gradi, discorsivamente.
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, quindi, l’apertura al mondo esterno seguita alla morte del Generalísimo portò al confronto con le due esperienze già formate, diverse tra loro (una più concentrata sul prevalere sugli altri gruppi attraverso il tifo propriamente detto, l’altra più attraverso una rivalità fisicamente espressa), ma entrambe capaci di rappresentare una novità assoluta per l’appassionato e viscerale modo di seguire le sorti della propria squadra di club o nazionale. Ma la spinta esogena decisiva, come comprensibile, si verificò durante il Campionato mondiale di calcio FIFA 1982 – disputato, appunto, in Spagna. La dodicesima edizione della massima competizione di calcio per nazioni, svoltasi tra il 13 giugno e l’11 luglio, segnò il primo punto cruciale nella nascita della cultura del tifo organizzato iberico. All’interno di questo momento determinante possiamo identificare due apici.
Il primo fu il comportamento dei tifosi italiani riservato alla nazionale soprattutto nelle tre partite del torneo – in cui gli azzurri stentarono, pareggiarono tre partite su tre nel primo girone e qualificandosi per il rotto della cuffia al secondo girone. Pur davanti a quelle prestazioni opache e deludenti, i gruppi ultras italiani proseguirono a incitare, come nulla fosse, al di là del risultato, la propria nazionale – indifferenti a quanto avveniva sul campo e interessanti esclusivamente a prevalere sugli spalti nella partita contro le tifoserie avversarie, cosa inedita nel contesto spagnolo. Il fatto che l’Italia, accompagnata in queste modalità dai propri sostenitori, riuscì a vincere poi il mondiale – instillò l’idea, tanto reale quanto scientificamente non dimostrabile, che l’apporto dei tifosi sugli spalti, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà, sia decisivo per il raggiungimento dei più importanti obiettivi sul campo.
Il secondo fu la sfida tra Spagna e Inghilterra di lunedì 5 luglio 1982. L’Inghilterra, tornata a giocare le fasi finali di un mondiale dopo le mancate partecipazioni nel 1974 e 1978, imbattuta nel torneo ma incapace di superare il secondo girone che consentiva l’accesso alle semifinali, fu seguita da un numero incalcolabile di tifosi. Tra i 75.000 spettatori del Santiago Bernabéu, di cui probabilmente almeno un terzo inglesi (all’epoca i tifosi non venivano censiti per nazionalità, quindi è impossibile avere un dato preciso), il sostegno dei britannici risaltò in maniera marcata su quello iberico – e lo fece proprio nella partita che segnò l’uscita di scena dell’Inghilterra dalla competizione.
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