Aggirare il Decreto Dignità è brutto anche solo semanticamente. Farlo poi per il guadagno, in barba non solo a una legislazione che non lo permetterebbe (o meglio: che vorrebbe non permetterlo) ma soprattutto a un problema, quello della ludopatia, che sta emergendo come uno dei cancri che corrode questa fase tramontante del capitalismo, è barbaro. Infatti, c’è poco di onorevole, stimabile, meritevole e c’è molto di indegno in ciò che i presidenti delle nostre squadre stanno facendo insieme alle loro aree commerciali.
Eppure è esattamente ciò che, impunite perché legittimate dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, hanno fatto 8 società di Serie A (Inter, Roma, Lazio, Fiorentina, Torino, Cagliari, Udinese, Pisa) – scegliendo di siglare delle sponsorizzazioni con società di scommesse.
Proprio l’Agcom, di fatti, con una delibera del 18 aprile 2019, cioè appena 10 mesi dopo l’emanazione del Decreto Dignità, ha stilato le linee guida per l’interpretazione dello stesso – distinguendo in maniera truffaldina tra scommesse e infotainment: non si può effettivamente avere come sponsor una società di scommesse ma si può pubblicizzare il sito di informazione della stessa società. Una paraculata, sia chiaro, anche se l’Agcom ha puntualizzato che il logo non dovrebbe richiamare in modo ingannevole la casa madre – cosa che, invece, viene costantemente violata nelle sponsorizzazioni attuali, rendendo di fatto contra legem quegli accordi.
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