«La nostalgia è il dolore della vicinanza del lontano». Prendetevi qualche istante di tempo: non era forse riuscito Martin Heidegger, con una semplice frase, a penetrare nell’essenza stessa del sentimento nostalgico? In fondo quando ripassiamo nei luoghi della nostra infanzia, o davanti al nostro Liceo, sentiamo tutti una fitta al cuore. Tra il dolce ma soprattutto l’amaro, entriamo nel territorio della vicinanza del lontano, destinato da un lato ad allontanarsi sempre più, dall’altro a rimanere più che mai a portata di mano, e di cuore. Capita anche riprendendo un vecchio album delle figurine Panini, in cui si ritrovano i calciatori che hanno accompagnato la nostra giovinezza. Ricordo le parole di mio padre: «Ti rendi conto di essere vecchio quando il tuo giocatore preferito è più giovane di te». Come dargli torto. Ma tutto questo per dire cosa? Che ne abbiamo abbastanza della nostalgia. Certamente il paesaggio odierno favorisce ripiegamenti tanto intimistici quanto “conservatori”, ma si impone un tema di riflessione: tra la narrazione dominante, accelerata e accelerante, e la reazione idealizzante del così fu, non si capisce chi sia rimasto in grado di interpretare, spiegare. Se ci pensate, la migliore narrazione sportiva non è affatto differente da quella politica e, tra mille virgolette, culturale; parte da presupposti simili, progressisti, tecnici, apparentemente inclusivi ma in realtà escludenti: si è persa la connessione sentimentale con gli spettatori, con i lettori, con il popolo. A seguire il racconto sportivo alto ci si renderà conto improvvisamente di essere dall’altra parte della barricata, più vicini agli allenatori e ai calciatori che agli spettatori e ai tifosi. È la stessa idea che soggiace alla democrazia perfetta: ci si aspetta implicitamente che prima o poi tutti i cittadini diventino elettori consapevoli, ultra informati, responsabili. Peccato che questo non accadrà mai, grazie al cielo. Il risultato nel calcio è che ci ritroviamo con migliaia di piccoli Adani (gli piacerebbe) che ti rompono i coglioni con pressing settoriale e difesa tattico-situazionale. Pura cupidigia di elevatezza, contorcimenti di ambiziosi. Certamente c’è chi davvero è portato per essere un ingegnere del pallone, ma la stragrande maggioranza lo fa per risultare informato al pranzo della domenica, suscitare stupore misto ad approvazione e soprattutto prendere il centro della scena. Basta con i nerd del calcio, per favore.

Adani-sky-sorride

Uno dei migliori giornalisti sportivi in Italia. «Il problema è il suo fan club» parafrasando a (s)proposito Woody Allen

Che poi al di là della poca personale sopportazione per l’intellettualismo, questi personaggi con le lavagne tattiche ricordano il buon vecchio Talete, che a forza di passeggiare guardando le stelle cadde nel pozzo; ad oggi, per esempio, Antonio Conte è indubbiamente l’allenatore più decisivo al mondo. Uno che ha portato la Juventus, reduce da un settimo posto e con Matri/Quagliarella/Vucinic/Pepe, a diventare un’armata invincibile; che ha poi guidato una Nazionale di scalzacani fino alle soglie della semifinale europea – mancata solo per la sorte favorevole ai crucchi – dopo aver eliminato i campioni in carica della Spagna (e aggiungo che se c’avesse detto bene a quei rigori avremmo vinto l’Europeo, in fondo lo sappiamo tutti); uno che infine ha preso le redini del Chelsea, reduce da un decimo posto, e sta stradominando la Premier League. Avoglia a lavagne e diagonali. Questi narratori sembrano marxisti ortodossi, che spiegano tutto con le leggi della tattica come facevano quelli con le leggi dell’economia. Non ricordo chi diceva di Marx più o meno una cosa del genere: «Potrebbe anche aver ragione, ma se così fosse non avrei un motivo per svegliarmi domani mattina»; poi infatti sono dovuti arrivare Gramsci e Lukacs, per finire con Pasolini. Ecco, questi non hanno neanche ragione: con le sole leggi della tattica non potrebbero spiegare gli eventi più epici dello sport, né sarebbero in grado di dirci perché Conte è il miglior allenatore del mondo.

LONDON, ENGLAND - AUGUST 15: Antonio Conte, Manager of Chelsea celebrates the goal scored by Diego Costa of Chelsea during the Premier League match between Chelsea and West Ham United at Stamford Bridge on August 15, 2016 in London, England. (Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

Conte e il pubblico: dodicesimo e tredicesimo uomo

Sembra essersi persa la misura, il metron, quel giusto mezzo che dava equilibrio e armonia. Siamo condannati da una parte all’ultra-tecnicismo scientifico, dall’altra alla rassegnazione che si declina in forme nostalgiche e idealizzanti. Una volta c’era Scirea, poi c’è stato Cannavaro e adesso c’è Bonucci. E allora? Una volta giocavamo a calcio con gli amici e ci facevamo tutta la fascia, adesso prima di cambiare direzione è già finita l’ora del calcetto. Il tempo passa, e questo passare del tempo assume fisiologicamente la forma del declino, ma va tutto analizzato a livello di sistema, non di giocatori. Non ha senso rimpiangere Roberto Baggio e Batistuta, semmai in linea teorica ha decisamente più senso rimpiangere il sistema in cui sono cresciuti e hanno giocato Roberto Baggio e Batistuta. Il sistema in cui il padre portava il figlio allo stadio e svicolava dal pranzo della domenica tra suocera e cognati; in cui i presidenti delle squadre erano imprenditori di quelle città, i vecchi imprenditore borghesi poi – primi tifosi e uomini tutto d’un pezzo – non certo gli attuali manager americani, cinesi, indonesiani e via discorrendo, speculatori travestiti da uomini d’affari. Anche qui, nel calcio, abbiamo assistito allo stesso processo che ha subito l’imprenditoria: siamo passati dalla Olivetti alla Telecom dei francesi, dall’Inter di Moratti a quella dei cinesi senza nome. Ma anche queste analisi, in fondo, lasciano il tempo che trovano; il calcio è lo specchio del Paese, incontestabile verità. Il Paese siamo noi, che critichiamo il calcio moderno sui social network dal telefono di ultima generazione: non siamo credibili, e anche se lo fossimo la storia non si può fermare, tanto vale raccontarla. Tornando su Marx, dopo averlo bastonato riabilitiamolo: con il concetto di ideologia ci aveva visto lungo. L’ideologia è una rappresentazione deformata della realtà, e gli stessi ideologi non se ne rendono conto, confidando nella validità universale delle proprie rappresentazioni (deformate). Nel racconto sportivo accade lo stesso, si procede per ideologie: quando il calcio come scienza, quando il calcio del così fu. Da un lato la matematica, dall’altro una retorica presto stucchevole. Nessuno ci vieta di diventare scienziati o di piangere lacrime amare, ma dobbiamo sapere che stiamo procedendo ideologicamente. Questo sport è più semplice di quanto si pensi, o per meglio dire è più naturale di quanto si creda (almeno per i tifosi, gli spettatori e più in generale gli appassionati). Di certo il calcio non è una scienza, e al giorno d’oggi sono proprio le cose che abbiamo davanti agli occhi le più difficili da notare; rischiamo sempre di fare la fine di quel ragazzo che, alla ricerca dell’essenza del carciofo, lo aveva spogliato di tutte le sue foglie. Il nostro compito è quello di approfondire e raccontare, tenendo fermo il precetto di Mourinho – talmente noto da non doverlo ripetere, ma riassumibile nell’assunto il calcio è vita – e godendo di quello che è semplicemente, con le parole di Gianni Brera, lo sport più bello del mondo.