Dal 2000 ad oggi, cosa è accaduto agli Ultras italiani? E dove vogliono andare?
Che lo stadio, in Italia, sia stato e sia tutt’oggi un terreno fertile per sperimentare tecniche di controllo e repressione sociale è ormai affare noto. Ben consolidato anche rispetto agli slogan un tempo appartenuti soltanto alle curve ed entrati di prepotenza nella società comune. Basti pensare al Daspo e alla sua applicazione: in origine ideato esclusivamente per le manifestazioni sportive e, successivamente, sempre più applicato a questioni comuni, che nulla hanno a che vedere con il tifo e lo stadio (vedansi Daspo Urbano e Daspo Fuori Contesto). Ma anche il concetto di “divieto”, inizialmente esercitato ai danni dei tifosi, delle loro trasferte, della vendita dei biglietti o della miriade di sfaccettature che riguardano l’aggregazione e lo spontaneismo del tifo organizzato ha sempre più preso piede in altri campi del vivere quotidiano.
2007: LA TESSERA DEL TIFOSO
Sconfinando, purtroppo, anche in molti Paesi dell’Unione Europea (sebbene, quasi sempre, in tono minore e con un maggiore stuolo di oppositori). Su un’ipotetica barra temporale, probabilmente, il punto di non ritorno è stato raggiunto con l’introduzione, tramite Decreto Pisanu, del biglietto nominativo, a inizio anni duemila. Una normativa che all’inizio fu perlopiù bypassata dall’italico sistema delle deroghe ma che, dopo la morte dell’Ispettore Filippo Raciti (febbraio 2007) a margine del derby tra Catania e Palermo, divenne stringente e non più derogabile, rafforzata dal seguente Decreto Amato.
Provvedimento che, peraltro, favorì la nascita della Tessera del Tifoso e, soprattutto, l’applicazione dell’articolo 9 sulla vendita di titoli d’accesso singoli o stagionali.
Passaggio, questo, molto discusso e contestato, che spesso impedisce l’acquisto di un tagliando o di un abbonamento anche dopo aver scontato un Daspo e vinto il processo relativo al reato con cui lo stesso è stato irrogato. Partorito come un vero e proprio ban a vita, impedendo l’acquisto di qualsiasi tipo ti titolo d’accesso a chiunque avesse avuto una diffida.
Ciò voleva dire, quindi, che se Mario Rossi era stato daspato nel 1992 per aver tirato una torcia in campo, quindici anni dopo non avrebbe potuto più accedere allo stadio. Tale aspetto è stato parzialmente modificato grazie all’intervento congiunto degli avvocati Contucci e Adami, il che non è sicuramente ancora sufficiente ma ha quanto meno eliminato il concetto di “Daspo a vita” (che poi, ufficiosamente, esiste già tra allungamento della sanzione sino a dieci anni e possibilità di estenderla anche una volta finito).
Come? Oggi chi ha avuto una condanna per reati da stadio non può acquistare titoli d’accesso per i cinque anni successivi. Questo significa che se io accendo una torcia e vengo inibito per un anno, ovviamente per questo lasso di tempo non posso frequentare le gradinate. Dopodiché ricomincio ad andare allo stadio e dopo 2/3 anni per lo stesso fatto vengo processato e condannato, per cinque anni (a cui va detratto l’anno che ho già scontato) non posso acquistare titoli d’accesso. Una assurdità con la quale un soggetto ritenuto non più pericoloso dalla stessa Questura che ha emesso il Daspo, non può comunque comprare biglietti per quattro anni in virtù di questa norma.
Chiaramente in un Paese da sempre in preda ai decreti emergenziali, che con gli stessi giustifica sovente la prevaricazione dei più basilari diritti costituzionali, si è potuto procedere a grandi passi sia verso la militarizzazione degli stadi, sia verso l’indottrinamento repressivo e talvolta con scopo di rappresaglia mezzo stampa.
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