Alla fine era uno dei nostri, come i miliziani sciiti.
Signori cari, buongiorno! Allora, intanto gradirei che qualcuno mi desse credito o quantomeno porgesse delle scuse. Tutte le donne fuggite negli anni da casa dopo aver visto il santino con gli ayatollah Khomeini e Khamenei, tutti gli amici perplessi quando brindavo a Nasrallah, in generale tutti coloro che pensavano provocassi quando giuravo che l’asse della resistenza era l’unico faro di civilità, noblità e coraggio rimasto in questo squallido mondo corrotto, con quei barabba dei Paesi arabi che si sono venduti ad Abramo per 40 denari.
I nostri invece no, lì pronti al martirio. C’è questo meraviglioso video di un leone di Beirut, miliziano di Hezbollah, ferito ed esanime mentre un drone suicida israeliano gli si avvicina per finirlo. In queste immagini, di un ragazzo che vede la morte arrivare sotto forma di industrializzazione postumana della guerra – i “droni vigliacchi, killer da divano”, li chiamava Massimo Fini – senza più forze e appoggiato a un albero della sua terra, il Paese dei cedri, che si copre gli occhi per risparmiare il volto dalla deturpazione, c’è tutta l’anima di questi eroi che solo noi, corrotti e arroganti come siamo, permeati interamente dalla propaganda dei soliti noti, possiamo giudicare terroristi.
Ma noi siamo anche quelli che prendono per buoni i numeri dei telegiornali, degli osservatori (in)dipendenti, delle testate occidentali. Gli iraniani morti ad esempio nelle proteste di qualche mese fa, durante le quali lo stesso Trump ha ammesso di aver spedito armi per la sollevazione e Israele confessato di avere agenti del Mossad nelle strade per rovesciare il governo – «il New York Times ha confermato che Israele ha giocato un ruolo nel fomentare i violenti disordini per un cambio di regime che tra l’8 e il 9 gennaio hanno causato circa 3000 morti in Iran, ma che in Occidente sono stati presentati come proteste pro-democrazia» – ebbene le vittime della repressione prima erano 3mila, poi sono diventate 30mila.
L’altro giorno infine “più di 42mila”, così ha detto Trump rivolgendosi al Papa, il quale “non capisce nulla” e ha bisogno che qualcuno gli spieghi come stanno le cose in Iran. Tra poco diventeranno 6 milioni, e forse solo allora inizieremo a porci qualche domanda.
Ad ogni modo ci ritorniamo, perché mi è stata avanzata una critica che vorrei accogliere, critica secondo la quale qui, nello spezzone accessibile a tutti, non si prospetta mai la parte sportiva ma solo sferzate al nichilismo occidentale contemporaneo. Quindi arriviamo subito all’oggetto della nostra puntata che non è l’eliminazione dell’Italia – era già tutto previsto come cantava Cocciante, nonché meritato – bensì la pubblica dichiarazione d’amore e sostegno che vorrei rivolgere a Pep Guardiola.
Vi giuro, per lui provo ormai un affetto sincero e profondo, faccio assolutamente il tifo per Pep specie contro il lampadina, quel vampiro coi capelli disegnati di Arteta, un uomo che mi mette angoscia al solo vederlo. Obietterete voi ma come?, su queste colonne e anzi in questa rubrica Guardiola è stato un bersaglio secondo solo a Lele Adani, dagli inviti a “darsi al golf” fino allo scherno quando si grattava la crapa pelata dopo le improbabili eliminazioni in Champions (“i momenti più belli dell’anno”) in cui i pianeti si allineavano per scombinare i suoi piani e disperdere in pochi secondi una superiorità in campo faticosamente costruita in mesi e mesi di studio e schemi preparati al dettaglio.
Ebbene ora Pep ha avuto questa incredibile trasformazione che lo rende uno degli sportivi più interessanti del XXI secolo, lo inserisce nel mio personale pantheon e, vi dirò di più, lo proietta al livello dei grandi uomini, quelli la cui ossessione li porta a superare e rinnegare se stessi . . .
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