Editoriali
11 Novembre 2025

La grande omologazione del mondo ultras

Dov'è finita la creatività delle nostre curve?

Sui resti di Pasolini (resti intellettuali, ça va sans dire) un po’ tutti ci abbiamo banchettato. Inflazionandolo, interpretandolo oltre misura, riducendolo a brand della dissidenza impeccabile. Eppure il corsaro di Casarsa ci aveva visto lungo, specie quando profetizzava che la nostra disgraziata nazione si sarebbe ben presto ridotta ad «un’unica forma di vita», dove tutti desiderano le stesse cose e si comportano secondo identici schemi. E, manco a dirlo, così è stato.

Anche per certe oasi di ribellione che, per quanto ideologiche e velleitarie, come Comunardi al Père Lachaise, col tempo hanno perso gran parte della loro vocazione antagonista; soffocate da un ordine che trasforma ogni spazio di tensione in luogo neutro, depotenziato, ridotto a cuccia. Persino gli stadi, un tempo parte integrante dell’Italia anomala e non pacificata sono stati assorbiti in questa logica. Insomma, parafrasando quel tale, Dio è morto, Marx è morto e le curve, che parevano materia entropica difficile da ridurre a un qualunque tipo di assetto, non se la passano troppo bene, travolte da una crescente standardizzazione di gesti e linguaggi.

A dire il vero, se uno badasse soltanto ai numeri verrebbe da pensare che il movimento ultras in Italia stia vivendo una nuova età dell’oro. Dal 2016/17 ad oggi il pubblico del massimo campionato è cresciuto del 40%, toccando una media spettatori stagionale che non si vedeva dagli anni ’90. I settori popolari sono tendenzialmente pieni e, anche in categorie inferiori, si registrano presenze sempre notevoli, perlomeno in stadi di tradizione come Catania, Vicenza o San Benedetto del Tronto.



La semplice conta dei biglietti staccati al botteghino potrebbe far pensare ad un piccolo rinascimento curvaiolo. Tuttavia, difronte a un simile sfoggio di dati, è bene alzare le antenne. E ricordare – come insegnava Bukowski – che non basta una temperatura media per giudicare un uomo in salute, specie se ha la testa nel forno e i piedi nel congelatore. Così, questa realtà, seppur viva e vegeta, sotto la lente d’ingrandimento appare sempre più spesso invecchiata o in frequente crisi di senso.


Da ribelli a modelli


Il tifo organizzato, emerso da noi alla metà degli anni Sessanta, in un clima di protesta e contestazione giovanile, mette oggi in mostra, in troppe circostanze per essere un caso, alcuni segni di stanchezza che solo uno sprovveduto vorrebbe ignorare. Se si trattasse di un uomo in carne ed ossa, sarebbe ormai prossimo alla pensione, in fase di recupero da una crisi di mezza età o in quel momento in cui si tenta di azzardare qualche bilancio, guardarsi allo specchio come si suol dire, come un paziente che abbia il coraggio di nominare le proprie magagne. E del resto molti di quelli che c’erano nell’età dell’innocenza oggi non ci sono più, chi per scelta, chi per destino, chi semplicemente perché con la sciapa al collo ci è morto con ancora tutti i capelli in testa.

A ben guardare ci sono delle linee incontrovertibili, delle traiettorie decisive che le curve italiane hanno intrapreso negli ultimi vent’anni, molte delle quali in direzione di una progressiva e talvolta desolante omologazione.

Due paiono i momenti di svolta principali, scelti qui con la stessa arbitrarietà con cui si eleggono le date spartiacque nei manuali di storia. Traumatiche, violente, colossali. Da un lato la morte di Vicenzo Claudio Spagnolo, nel 1995 e, più di recente, gli omicidi Raciti e Sandri . . .

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